Brasile: crisi, lotte e prospettive

Change Brazil 2013

Brasile: crisi, lotte e prospettive
di Osvaldo Coggiola.

Mentre la Seleção vinceva la Coppa delle Confederazioni, proprio nello stesso momento, fuori dal Maracanà, una moltitudine uguale a quella che stava all’interno dello stadio, si rendeva protagonista di una battaglia campale contro la polizia che usava bombe, lacrimogeni e proiettili di gomma. Come saldo finale, decine di feriti e arrestati. Che il calcio, religione nazionale, non sia riuscito a smontare una mobilitazione contro il governo, è fatto inedito nella storia. Tanto insolito quanto il fatto che la presidente non abbia messo piede nello stadio, temendo un’accoglienza peggiore di quella ricevuta nella cerimonia inaugurale della Coppa. Nella stessa giornata, la Camera Municipale di Belo Horizonte è stata occupata da giovani che chiedono che si rendano noti i contratti con le imprese private del trasporto urbano, perché si abbia la dimensione degli immensi profitti dei padroni e della corruzione sfacciata dei “rappresentanti popolari”. Dalla settimana scorsa i movimenti delle favelas di San Paolo (MTST, i “senza tetto”, e Periferia Attiva) organizzano manifestazioni e blocchi delle strade per protestare contre le pessime condizioni abitative, della sanità e dei trasporti nei quartieri poveri.
Allo stesso tempo si sviluppa una “spettacolare” offensiva repressiva non solo nelle strade, ma nelle stesse favelas, una gigantesca operazione di militarizzazione per evitare che i segmenti più sfruttati si incorporino in massa alla lotta. Nella favela Maré (a Rio de Janeiro) l´operazione si è conclusa con sei morti, sei giovani definiti “ladri”. Si è poi saputo che nessuno di essi aveva mai avuto alcuna condanna. Il mostruoso apparato repressivo brasiliano è cresciuto in quantità e sofisticazione come mai era avvenuto in funzione dei “grandi eventi” (mondiali di calcio e olimpiadi) ed è opera del “governo dei lavoratori”. Durante le prime manifestazioni, Dilma Rousseff ha esplicitamente e pubblicamente offerto l´appoggio della “Forza Nazionale” – un reparto di repressione “controinsurrezionale” montato dal governo del PT – ai governatori e ai sindaci “in difficoltà”.
La rivolta popolare ha creato una crisi istituzionale. La PEC 37 (Proposta di emendamento costituzionale) proposta dal governo al Parlamento è stata bocciata con 430 voti contrari e 9 a favore. La PEC proponeva il trasferimento delle indagini dal Ministero Pubblico alla Polizia Federale e Civile. La manovra aveva l´obiettivo di frenare le indagini su casi di corruzione che coinvolgono il governo. I nove voti a favore sono stati di nove parlamentari di destra tra i più corrotti, e fino a quel momento avversari del governo: l´intero gruppo parlamentare del PT ha votato contro il governo, che si è ritrovato senza i voti degli alleati in parlamento. Di fronte alla catastrofe politica, Dilma ha tirato fuori dal cilindro la proposta di una costituente per discutere la riforma politica (finanziamento pubblico delle campagne elettorali) verso il quale la Magistratura e la maggioranza dei parlamentari si sono dichiarati contrari. Il governo ha fatto dietrofront e ha proposto allora un plebiscito su una proposta di riforma. Nelle attuali condizioni, la proposta del plebiscito può suscitare un moto di ripudio nell´eterogeneo movimento delle strade dandogli un nuovo asse politico nazionale.
I consensi di Dilma Rousseff sono caduti dal 70% al 30%. In una riunione della presidente con i sindacati, il rappresentante di Conlutas ha definito la proposta di “plebiscito popolare” una disperata manovra di distrazione. Le rivendicazioni dei sindacati al governo sono state semplicemente ignorate e si è arrivati così alla convocazione di uno sciopero generale il prossimo 11 luglio, quasi un mese e mezzo dopo le prime manifestazioni contro l´aumento delle tariffe dei trasporti pubblici. Conlutas ha convocato alcune mobilitazioni parziali prima di questa data senza ottenere successo.
Il tentativo della sinistra di partecipare con spezzoni propri (rossi) alle manifestazioni nell´Avenida Paulista è stato letteralmente respinto a bastonate. I manifestanti non hanno apprezzato il tentativo della sinistra di distinguersi e tanto meno il proposito di appropriarsi del movimento. La sinistra a sua volta non ha reclamato che il diritto a partecipare con le sue bandiere, anch´essa in fondo un´operazione di “distrazione”, in assenza di proposte proprie da avanzare, davanti al fatto di non aver contribuito in nulla al movimento. Non ha aperto bocca sulla costituente, quando la borghesia l´ha respinta affermando che le costituenti si convocano quando si rompe un regime politico e si pone la necessità di crearne uno nuovo. Alcuni esponenti della “sinistra progressista” (intellettuali senza partito, alleati del PT a vario titolo) sono arrivati al punto di affermare che tutte le manifestazioni sarebbero opera della CIA contro il governo del PT, in un articolo ampiamente tradotto e diffuso da siti e reti chaviste e “progressiste” del continente (“La protesta brasileña de la última semana”, di Tania Jamardo Faillace, Alai-Amlatina). Lo scorso fine settimana Lula ha rotto il silenzio per dire che bisogna stare nelle strade per “spingere il governo a sinistra”…
La mobilitazione nelle strade é sempre più generalizzata; lo sciopero generale dell´11 luglio, convocato da tuttti i sindacati è un tentativo chiaro del governo di recuperare il controllo delle piazze attraverso le organizzazioni popolari che dovrebbero servire da strumento per spegnere la rivolta. Boicottare il plebiscito potrebbe riaccendere il movimento e provocare la caduta del governo e le elezioni anticipate. Potrebbe essere l´occasione per costituire una piattaforma nazionale e dare nuovo slancio politico al movimento delle strade. E anche l´Egitto aiuta..

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