Traccia #3: Il valore delle merci

 

Il metodo dell’astrazione socialmente determinata è fondato sull’utilizzo di alcune categorie che rappresentano la base per lo studio critico dell’economia politica. Abbiamo detto della merce, la cui caratteristica principale è la duplicità, il suo carattere intrinsecamente contraddittorio, essere contemporaneamente depositaria di un valore d’uso e di un valore di scambio. Nel prosieguo del Capitale, quando Marx parla di valore delle merci senza utilizzare aggettivi, intende riferirsi al loro valore di scambio perché nei sistemi economici moderni è la caratteristica della scambiabilità a prevalere su quella dell’utilizzabilità. Un oggetto o un servizio è merce  perché e da quando è prodotto non per essere utilizzato da chi lo ha realizzato, ma per essere scambiato, venduto e comprato, anche se – ovviamente – deve possedere una qualche utilità per l’acquirente, ma si tratta di una caratteristica accessoria, secondaria, se non altro  per la ragione che i bisogni che spingono i consumatori a desiderare una merce possono essere indotti, costruiti da quelle stesse industrie che producono le merci, sicché veniamo spinti alla convinzione di avere bisogno di determinate merci e, in un certo senso, questo bisogno diventa reale.

 

Possiamo scrivere

[1] m = c + v + pv

intendendo con questa semplice espressione che il valore di una merce è composto da tre parti, non necessariamente uguali tra loro, di cui una è il capitale costante, un’altra il capitale variabile e la terza è il plusvalore.

 

Merce, valore, capitale, plusvalore: categorie, assieme ad altre che introdurremo più avanti, la cui comprensione chiara renderà agevole seguire la logica del modello. Ricordando che queste note non sostituiscono in alcun modo lo studio del testo, ma ne costituiscono solo una introduzione, una guida alla lettura, facciamo un passo avanti per quanto riguarda l’importanza dell’utilizzo del metodo astratto basato sulle categorie.

 

Se riusciamo a scrivere una espressione come la [1] questo vuol dire che, di qualsiasi tipo di merce, possiamo esprimerne il valore non solo scomponendone le parti costitutive in termini qualitativi, il che vuol dire che sempre, per tutte le merci, gli elementi che ne compongono il valore possono essere ridotti a tre semplici categorie, ma anche che possiamo chiederci quanto valore in una determinata merce assume la forma di capitale costante, quanto di capitale variabile, e a quanto ammonta il plusvalore. In altri termini, la categoria di valore è utilizzabile anche in senso quantitativo, e dunque sarebbe errato ritenere che il suo carattere astratto ne impedisca una utilizzabilità computazionale; tutt’altro, è proprio in virtù del suo carattere astratto che il valore possiede al sommo grado quella generalità capace di poter essere utilizzata anche in termini di computabilità.

 

E qui veniamo a un punto spesso dolente: l’idiosincrasia per qualsiasi notazione compatta che sostituisca un discorso composto di parole a un insieme di segni astratti, numeri, curve, operatori logico-matematici. E’ una difficoltà non nuova e – statene certi – non riguarda né uno né pochissimi di voi; è un problema generale, tipico della scuola italiana che, da alcuni anni, non riesce – o addirittura rinuncia deliberatamente – a formare studenti (diplomati) che si orientino nel linguaggio astratto senza risultarne spaventati.

 

In un bel libro pubblicato per la prima volta nel 1998 e poi ri-edito con alcune modifiche nel 2005[1], Lucio Russo così si esprime a proposito della geometria: “La geometria euclidea ha svolto una funzione essenziale nell’insegnamento scientifico per il suo uso del metodo dimostrativo, cioè perché consiste in “teoremi”, ma anche e soprattutto per l’evidenza della sua natura di “modello” di situazioni concrete facilmente rappresentabili. È evidente infatti che i punti, i segmenti, i triangoli e gli altri enti di cui si occupa un manuale di geometria non sono oggetti concreti, ma è altrettanto evidente che la possibilità di disegnare delle figure concrete, che “approssimano” quelle ideali oggetto della matematica, fornisce un grande aiuto all’intuizione e una chiave essenziale per le applicazioni della teoria. Studiando la geometria euclidea ci si abitua quindi (è questo il punto essenziale!) a usare “enti teorici”, analizzabili con rigore, per descrivere utilmente oggetti concreti, senza confondere gli uni con gli altri.”

 

Questo fino a un po’ di tempo fa. Poi “Nel secondo dopoguerra l’insegnamento della geometria razionale entrò in crisi sotto l’azione di un duplice attacco. Molti sostennero che il metodo dimostrativo fosse troppo difficile per i ragazzi delle scuole secondarie, che rischiavano di memorizzare inutilmente discorsi astratti senza comprendere completamente la “verità fisica” delle affermazioni dimostrate. Questi critici suggerirono di limitarsi a verifiche empiriche, studiando la “matematica pratica”. Ad esempio, invece di dimostrare sulla base dei postulati euclidei che in un triangolo ogni lato è più corto della somma degli altri due, ci si può limitare a dare ai ragazzi dei bastoncini e far loro verificare che se un bastoncino è più lungo della somma degli altri due non è possibile “chiudere” un triangolo. La seconda critica fu di segno opposto e venne da chi accusava la geometria classica di essere troppo legata alle percezioni visive e tattili, trascurando in particolare quei sistemi di postulati alternativi a quello classico introdotti dalle geometrie non euclidee. Si sostenne che nella scuola fosse meglio rinunziare all’intuizione visiva, insegnando a effettuare deduzioni formali all’interno di teorie astratte molto generali.”

 

Come risultato – conclude Russo – “Qualunque docente universitario di materie scientifiche con sufficiente anzianità ha verificato che il livello medio delle conoscenze matematiche di chi si iscrive all’università è crollato negli ultimi decenni. Tra le varie cause (quali l’abbassamento del livello della scuola dell’obbligo e il diffondersi di sperimentazioni in cui lo studio della matematica viene compresso a favore dell’informatica) un elemento particolarmente importante è stato la diffusione, in varie forme, della “matematica pratica” di cui abbiamo già parlato. Le sostituzioni di segmenti con bastoncini cominciano ad avere effetto, convincendo gli studenti dell’inutilità degli enti teorici. Ho rabbrividito ascoltando, da uno studente dell’Università “La Sapienza” di Roma, l’argomento che la geometria è falsa poiché non esistono veri segmenti, in quanto tutto ha uno spessore. L’argomento non mi è giunto nuovo: l’avevo già letto nelle opere di Sesto Empirico; allora la razionalità scientifica stava per essere abbandonata per una quindicina di secoli. Un grave indizio del crescente discredito verso il metodo dimostrativo è fornito dal gergo giornalistico, nel quale il termine “teorema” ha ormai assunto una forte connotazione dispregiativa.”

 

 

Non è possibile e in ogni caso esula dalle intenzioni e dalle capacità di chi scrive suggerire rimedi in grado di colmare  lacune che sono spesso talmente radicate nei programmi ministeriali da risalire alla scuola elementare; quello che possiamo fare è indicare un metodo, trovare una strada, chiarire il senso e l’utilità di una notazione astratta che – stiamo cominciando a vederlo – non ha nulla a che fare con “tecniche di calcolo” più o meno astruse. In questo corso di Economia politica utilizzeremo le nozioni e operazioni matematiche elementari, fondamentali, di base, ma deve essere chiaro da subito che al di sotto di questo livello non si può scendere.

 

Il valore delle merci può essere calcolato, e allora c’è bisogno di definire in riferimento a che cosa può essere determinato. Per Marx, il valore di una merce dipende dal tempo di lavoro astratto socialmente necessario a produrla.

 

 

 


[1] Lucio Russo, Segmenti e bastoncini, Universale Economica Feltrinelli

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