Traccia #4: Lavoro astratto e feticismo

Il valore di una merce dipende dal tempo di lavoro astratto in essa contenuto. Ecco due nuove e importanti categorie da prendere in considerazione: il tempo e il lavoro astratto. Potrà sembrare strano o addirittura paradossale, ma l’esclusione della dimensione temporale dall’analisi economica è molto più frequente di quanto non si possa credere. Eppure è evidentemente impossibile prescindere dal tempo: per produrre e distribuire, far circolare, una merce occorre del tempo, e in questo tempo la forma di esistenza delle merci cambia, accadono trasformazioni.

Come sottolinea Mino Carchedi[1] – “la trasformazione (il cambiamento di forma delle merci, nota mia) vista come processo dialettico è una successione temporale di trasformazioni, da valori potenziali al valore realizzato e vice-versa, e da valori determinanti a valori determinati e vice-versa: la dialettica è la dimensione necessariamente qualitativa che dà conto teoricamente delle trasformazioni quantitative.

La trasformazione vista come processo dialettico è allora un’istanza del punto di vista dialettico della realtà sociale come flusso temporale di fenomeni determinanti e determinati continuamente emergenti da uno stato potenziale a uno di realizzazione e poi all’indietro di nuovo allo stato potenziale in un movimento ciclico e tendenziale..”

 Che cosa stiamo cercando di chiarire, quale traccia vogliamo aprire? Stiamo dicendo che non solo dovremo cercare di indagare la dimensione temporale di processi economici, come – per esempio – l’accumulazione di capitale, seguendo l’evoluzione di una grandezza quale – in questo caso – la massa di plusvalore non spesa come reddito e re-investita in capitale aggiuntivo, addizionale. Di più, dovremo capire come, nel corso del tempo, la stessa grandezza cambia forma, subisce una trasformazione, di modo che una parte di capitale, la parte variabile, si trasforma in salario e lo stesso salario, una volta speso dai lavoratori, può trasformarsi di nuovo in capitale a disposizione dalle imprese e così via, in una serie di trasformazioni che si succedono nel tempo.

Se si esclude la dimensione temporale dalle dinamiche economiche, tutto diventa più – inutilmente – difficile e il problema delle trasformazioni, i continui cambiamenti di forma del capitale, diventa un rebus.

Veniamo adesso al lavoro astratto come base del valore delle merci e al suo rapporto – come categoria – con i lavori concreti, utilizzando – per la sua comprensione – il metodo logico e il metodo storico.

Quella di lavoro astratto è evidentemente un’astrazione, una categoria teorica, ma – come sostiene Isaak Rubin [2] – “nella teoria del valore di Marx la trasformazione del lavoro concreto in lavoro astratto non è [solo, nota mia] un metodo per trasformare una unità di misura, ma il risultato di processi reali. La categoria di lavoro astratto è l’espressione teorica di questi processi sociali: l’avvenuta equivalenza – sotto forma di valore – di forme diverse di lavori concreti. E’ la predominanza dei rapporti di scambio che fondano il predominio della forma di merce. Il mercato mondiale”.

Nelle Teorie sul Plusvalore Marx scrive: “solo il commercio estero, lo sviluppo del mercato mondiale, trasformano il denaro in denaro mondiale e il lavoro astratto in lavoro sociale. Ricchezza astratta, valore, moneta – di conseguenza lavoro astratto – si sviluppano nella misura in cui il lavoro concreto si sviluppa nella totalità delle varie forme di lavoro..” (TP, III, pag. 301).

All’inizio degli anni sessanta, nel dibattito su questo argomento, il lavoro astratto era  inteso essenzialmente come una generalizzazione mentale. Si prenda ad esempio quello che scrive Paul M. Sweezy nella sua Teoria dello sviluppo capitalistico: “Il lavoro astratto è astratto soltanto nel senso, dichiarato nettamente, che sono ignorate tutte le caratteristiche speciali che differenziano un genere di lavoro dall’altro. In definitiva, l’espressione ‘lavoro astratto’, come risulta chiaramente dallo stesso uso che ne fa Marx, equivale a ‘lavoro in generale’; è ciò che è comune a ogni attività produttiva umana” [SWEEZY 1970, p. 35].

Una interpretazione per molti versi simile è quella proposta da Maurice Dobb in Economia politica e capitalismo [DOBB 1940], e in numerosi saggi successivi. Dobb, ancora più esplicitamente di Sweezy, spiega in che modo Marx procede alla determinazione dei rapporti di scambio tra le merci a partire dalle grandezze di valore. La spiegazione consiste nella adozione da parte di Marx di un metodo di approssimazioni successive. Marx -sostiene Dobb – era del tutto consapevole che i prezzi, in una situazione di libera concorrenza, includono un saggio medio del profitto e che, di conseguenza, essi in generale divergono dai ‘valori’ (cioè dalla somma del lavoro speso direttamente e indirettamente nella produzione delle varie merci). Il metodo di Marx è quello di affrontare la questione del plusvalore assumendo, in un primo stadio dell’analisi, che le merci si scambino ai valori: in questa fase iniziale della sua argomentazione, l’autore del Capitale è interessato esclusivamente a quelle che sono le caratteristiche più generali del modo di produzione capitalistico. Il ragionamento, scrive Dobb, si colloca ancora a un livello che noi potremmo definire “ultramacro”: un livello di analisi che non indaga la situazione individuale dei prodotti e delle industrie ma le ‘relazioni sociali di produzione’, le quali determinano come il prodotto totale viene spartito tra le classi .

Questo è il livello del libro I del Capitale. E’ soltanto nel libro III, in un secondo stadio dell’analisi, che Marx (con Engels) passa a una indagine micro in cui arricchisce il dettaglio del quadro, e tiene conto delle differenze che influiscono sui rapporti tra le diverse industrie.

Questa analisi della categoria lavoro astratto è utile perché richiama l’attenzione sul problema del metodo logico da utilizzare nello studio, ma è anche incompleta perché trascura l’altro aspetto, quello del metodo storico.

Una interpretazione più completa del senso del lavoro astratto è stata proposta durante gli anni settanta da autori come Lucio Colletti secondo cui, più che (o, come potremmo sostenere, oltre che) una generalizzazione operata da Marx, quello dell’astrazione del lavoro sarebbe un processo reale che ha luogo concretamente nella oggettività capitalistica di tutti i giorni.

Per Riccardo Bellofiore [2004] “la nozione di astrazione reale del lavoro tutto è meno che immediata, e merita quindi qualche chiosa aggiuntiva. (..) Si tratta, innanzitutto, del fatto che nella realtà capitalistica i diversi lavori vengono svolti privatamente, indipendentemente l’uno dall’altro, e divengono sociali soltanto attraverso la mediazione esterna, ‘cosale’, del mercato – di qui il feticismo. Per essere scambiati sul mercato, i prodotti del lavoro umano devono essere eguagliati l’un l’altro: in altri termini, nell’atto dello scambio, gli esseri umani astraggono dalle particolarità dei valori d’uso delle diverse merci; ma facendo ciò, essi fanno astrazione anche, simultaneamente, da ciò che differenzia i diversi lavori spesi per dar vita a quelle merci, e oramai morti nel prodotto destinato allo scambio. Il processo di astrazione del lavoro nello scambio è sinonimo perciò di alienazione dalla soggettività.

Che il lavoro astratto nello scambio sia lavoro alienato – continua Bellofiore d’accordo con Colletti- significa una cosa precisa, e con rilevanti conseguenze per la teoria economica del capitalismo. Significa che nel mondo delle merci i diversi lavori privati sono eguagliati – è di nuovo Colletti a sottolinearlo – mediante una separazione reale del lavoro dagli individui reali che lo prestano. Potremmo dire – sostiene Bellofiore – così: l’uso della forza lavoro, il lavoro in senso proprio, che è una proprietà, un predicato, dell’individuo concreto, si separa da quest’ultimo, divenendo il vero soggetto indipendente e, appunto, astratto: in quanto ‘valore’ delle cose, domina gli esseri umani.

Siamo così di fronte – conclude Bellofiore – “a una inversione di soggetto e predicato quale quelle tipiche della logica hegeliana (logica che dunque si rivela la logica stessa della società borghese-capitalistica, in quanto realtà rovesciata). Discende direttamente di qui un corollario quantitativo, che passa spesso inosservato, e che riporta il nostro discorso alla segnalazione dei limiti delle interpretazioni di Sweezy e di Dobb. Il fatto che l’energia umana si ‘fissi’ sul mercato in un cristallo di lavoro umano congelato, il ‘valore’ delle merci, significa che in una società dove lo scambio di merci è generalizzato le merci non sono nient’altro che una determinata quantità di lavoro (astratto)”.

Eccoci arrivati all’aspetto che volevamo evidenziare. L’astrazione (che è anche alienazione) del lavoro nello scambio e il conseguente feticismo del mondo delle merci, da un lato, e le categorie di sostanza e grandezza del valore, dall’altro lato, sono due facce della stessa medaglia. La derivazione qualitativa del lavoro astratto in Marx è anche una determinazione quantitativa.

Ma ecco riapparire anche il metodo storico da utilizzare assieme al metodo logico: le categorie che stiamo utilizzando, merce, lavoro astratto, valore, non sono categorie “naturali”, universali. E’ da quando lo scambio è diventato la forma dominante del lavoro sociale e le persone producono per il mercato, che il carattere del prodotto del lavoro come valore è preso in considerazione nella fase della produzione. Questo vuol dire che né il capitalismo e nemmeno l’economia mercantile semplice costituiscono una forma eterna dell’organizzazione economica.

Si può produrre per se stessi e per la propria comunità e poi eventualmente scambiare le eccedenze con quello che non si riesce a produrre, e allora siamo in un tipo di organizzazione economica, in una determinata formazione economico-sociale. Oppure, e “da un certo periodo in poi” è andata così, si può produrre proprio allo scopo di scambiare, produrre per il mercato, per lo scambio, ed è da quel momento storico che ha senso parlare di merci, di valore di scambio.

E badate che non abbiamo ancora introdotto la categoria di denaro. Difatti il  carattere del prodotto del lavoro come valore non è ancora il carattere che acquisisce la merce quando viene scambiata con denaro, quando cioè, per dirla con Marx, il suo valore “ideale” si trasforma in valore “reale” e la forma sociale di merce è sostituita dalla forma sociale monetaria. Lo stesso vale per il lavoro. Il mercato valida, realizza il valore facendogli assumere forma monetaria.

Le merci si confrontano adesso le une con le altre in una doppia maniera: apparentemente come valori d’uso, idealmente [cioè in realtà] come valori di scambio. Il doppio aspetto del lavoro contenuto in esse si riflette nelle loro relazioni: il lavoro concreto è presente nel valore d’uso, mentre il tempo di lavoro universale astratto è idealmente rappresentato dal prezzo” (Karl Marx, Critica dell’economia politica,pag. 80).

Dai lavori concreti, attraverso un’astrazione socialmente determinata, arriviamo alla categoria di lavoro astratto. Ora, la domanda che ci stiamo ponendo è: può il lavoro astratto che diventa valore, pur essendo una categoria teorica, avere una determinazione direttamente quantitativa, cioè assumere una grandezza determinata? E, se sì, a che “prezzo”? La risposta di Marx appare positiva: il prodotto del lavoro, le merci, non solo acquisiscono la forma sociale di valore, ma valore di una determinata grandezza.

E’ un passaggio che possiamo semplificare così: se sono in grado di pensare che il valore di una merce dipende dal tempo di lavoro, posso anche chiedermi: quanto valore?

In questo senso, considerate da questa prospettiva, le parole – tante volte ascoltate – “Lo capisco, ma non lo so calcolare” oppure “Il ragionamento “teorico” lo capisco, ma se debbo applicarlo a un caso concreto, non ci riesco” nascondono spesso difficoltà che, a considerarle bene, non sono “tecniche”.

Una volta compreso in che senso il valore di una merce dipende dal tempo di lavoro è possibile compiere un passo avanti e scomporre il valore della merce nelle sue componenti principali, e poi ancora un altro passo per calcolare i rapporti tra queste componenti, o le differenze. A quel punto il discorso è più completo, il quadro più nitido e si scopre quanta soddisfazione c’è  nel dire: “Sì, adesso è chiaro”.

Ma, di che tipo di grandezze stiamo parlando? In che senso il valore può essere determinato quantitativamente eppure non lo ritroviamo nelle statistiche nazionali? Perché nella seconda parte del corso non troveremo più traccia del valore ma solo di prezzi e di quantità fisiche? In altre parole, che significa – per il valore, ma non solo – essere una “grandezza sociale”?

Supponiamo – con Isaak Rubin – che una comunità futura debba decidere come, e di conseguenza quanto, valutare il lavoro delle persone. Si potrebbe essere d’accordo nel valutare che una giornata lavorativa di un operaio non qualificato valga (ad es.) 1 e una giornata lavorativa di un operaio qualificato 3, una giornata lavorativa di un operaio esperto ne valga 2 di uno non esperto e così di seguito. Significherebbe questo che “realmente” un certo lavoratore, più qualificato o più esperto, lavora più ore di un altro meno qualificato o meno esperto? Evidentemente no. Dal punto di vista delle ore concrete di lavoro effettuate, è ben possibile che siano le stesse o che i lavoratori più esperti o più qualificati lavorino meno dei loro compagni. Il significato di una tale convenzione indica che la quantità di “lavoro sociale” A è maggiore, cioè è valutata più, della quantità di lavoro sociale di B.

Si tratta di “contabilità sociale” che ha ad oggetto unità di massa omogenea di lavoro la cui metrica è ordinata con criteri politici da parte di un organismo sociale. Si tratta, in poche parole, di grandezze sociali nello stesso senso in cui il valore, lavoro “congelato”, “gelatina di lavoro umano omogeneo”, è espressione materiale, reale non meno che ideale, del lavoro sociale nella forma specifica che il lavoro possiede in una economia mercantile e capitalistica, cioè lavoro astratto.

Per Marx le relazioni sociali di produzione tra le persone sono espresse in forma materiale. Provate a scomporre e ricomporre questa frase così: la forma materiale nasconde rapporti sociali. In questo senso il salario, in qualsiasi forma appaia: monetaria o reale, è un rapporto sociale. Il capitale è un rapporto sociale, in qualsiasi forma si presenti.

Vi sembra difficile? Forse è solo una prospettiva nuova.

Proviamo a connettere questa proposizione con l’altra secondo cui il lavoro sociale astratto si esprime nella forma di valore. Il senso della connessione è che il valore è lavoro reificato (materializzato) e simultaneamente è una espressione delle relazioni di produzione tra le persone. Dunque il lavoro astratto e il valore non hanno natura fisiologica o tecnica: il valore è una proprietà sociale, cioè è espressione di un rapporto, è forma sociale del prodotto del lavoro (le merci), così come il lavoro astratto è la sostanza sociale che sta alla base del valore.

In questo senso lavoro astratto e valore non hanno solo una espressione qualitativa, ma anche quantitativa, una determinata grandezza, nello stesso senso in cui il lavoro sociale computato dagli organi di una comunità futura ha una grandezza determinata.

Nel primo capitolo del I libro del Capitale [nuova edizione a cura de La città del sole, 2012] troviamo: “Ogni cosa utile come ferro, carta, ecc. è da considerare da un doppio punto di vista, secondo qualità e secondo quantità .. Scoprire .. i molteplici modi d’uso delle cose è opera della storia. Tale è la scoperta di misure sociali.. I valori d’uso costituiscono il contenuto materiale della ricchezza, quale ne sia la forma sociale. Nella forma sociale che dobbiamo trattare noi, essi costituiscono al contempo i portatori materiali del valore di scambio.. Il valore di scambio può essere in genere solo il modo di espressione, la “forma fenomenica” di un contenuto da esso distinguibile.. Il progredire dell’indagine ci porterà al valore di scambio come modo di espressione necessario, ovvero forma fenomenica necessaria, del valore, il quale va tuttavia dapprima considerato indipendentemente da questa forma”

Poco più avanti, ancora nel primo capitolo: “Dapprima la merce ci si è manifestata come un qualcosa di duplice, valore d’uso e valore di scambio. Ci si è mostrato poi che anche il lavoro, nella misura in cui è espresso nel valore, non possiede più le stesse caratteristiche che gli competono come produttore di valori d’uso. Questa duplice natura del lavoro contenuto nella merce è stata da me per primo indicata in maniera critica. .. Questo è il punto cruciale attorno al quale ruota la comprensione dell’economia politica”

Vale la pena rileggere: Questa duplice natura del lavoro contenuto nella merce è stata da me per primo indicata in maniera critica. .. Questo è il punto cruciale attorno al quale ruota la comprensione dell’economia politica”.

Questa è più di una traccia. Che porta dritti al denaro.


[1] Guglielmo Carchedi, Behind the Crisis, pag. 122

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