Traccia #5 Il denaro è tempo. Trasformato.

Se è vero che quella monetaria è la necessaria forma di espressione del valore, questo non significa  che il valore non possa esistere senza il denaro, tanto è vero che il capitale, ma più in generale le merci, si presenta anche in forme diverse da quella monetaria, prendete ad esempio il macchinario.

E’ nel terzo capitolo del I libro del Capitale che Marx introduce la funzione del denaro di essere misura del valore: “come misura del valore il denaro serve a convertire [trasformare, cambiare forma] il valore di tutte le varie merci in prezzi, in quantità ideali d’oro..”.

 La natura stessa della circolazione delle merci genera un’apparenza opposta:

la metamorfosi è visibile solo come movimento del denaro.

La merce non percorre più nella sua pelle naturale

la seconda metà della circolazione, ma nella sua pelle d’oro.

 [Karl Marx, Il capitale]

 Dietro al denaro c’è l’apparenza della “pelle d’oro[1], come la chiama Marx [cfr. C, I.3b], che ricopre le merci reali. Perciò coloro che dispongono del denaro riescono anche a disporre acquisendole – acquistandole o pure rapinandole – delle merci, potenzialmente tutte, prodotte nel pianeta.

 “Le merci – come affermato nel Capitalenon possono andarsene da sole al mercato”, ma le loro braccia, gambe e cervello sono inevitabilmente umani. Ciò significa che non solo nel momento della circolazione, ma ancor prima, nel momento della produzione, nel loro “corpo” si deposita una sostanza umana che dà loro modo di compiere il proprio destino, cioè di scambiarsi. Una volta realizzatosi il valore di scambio della merce, il valore d’uso può incontrare il suo consumatore, non viceversa. Si verifica, in altri termini, una sorta di qui pro quo tra merci e uomini, in cui questi ultimi si eguagliano proprio come debbono essere eguali le merci, per la reciproca scambiabilità, e si relazionano tra loro, agiscono, secondo quanto hanno già dettato “le leggi di natura delle merci”.

 “L’azione sociale” dello scambio, imposta da queste leggi, invisibile agli occhi della testa ma non a quelli della scienza, non può che escludere dalla compravendita l’equivalente generale della “merce determinata” che racchiude universalmente i valori di tutte le merci: il denaro. Quest’unica “merce esclusa”, “cristallizzazione” di valori, o di lavoro umano metamorfosato e reso anch’esso invisibile ma presupposto, è la conseguente “necessità” del processo di scambio esteso, ormai a livello planetario. Il denaro nasconde così nel suo concetto “l’op­posizione latente fra valore d’uso e valore dormiente nella natura della merce”, mentre si manifesta fenomenicamente quale “forma indipendente del valore” che sdoppia la merce “in merce e denaro”.

 Gli uomini, dunque, si rapportano come proprietari privati indipendenti di cose alienabili (vendibili), estranei tra loro, separando definitivamente “l’utilità delle cose per il bisogno immediato e la loro utilità per lo scambio”.   

 Il denaro è pertanto una forma fenomenica che riflette le relazioni di tutte le altre merci, ma anche i “rapporti umani nascosti dietro di essa”. In tal senso, nella sua materialità incarnata in oro, argento o moneta si attua la sua “magia”: scompare il lavoro umano e le modalità storico-sociali della sua realizzazione, lasciando al suo posto il “feticcio che abbaglia l’occhio”. Solo l’occhio della mente riesce quindi a cogliere sempre la sua reale sostanza di lavoro sociale umano cristallizzato, a eliminare l’arcano dovuto all’atomizzazione dei rapporti di produzione, e ristabilire il libero dominio sulla storia.

 Approfondimento. La trasformazione del valore in prezzi[2].

 Siamo arrivati a un punto molto discusso del modello marxiano e che riguarda il rapporto tra il valore delle merci e i loro prezzi. Stiamo studiando il valore e/ma nella concreta realtà economica così come nei manuali più o meno tradizionali di economia troviamo solo prezzi, di produzione o al consumo. Qual è dunque la relazione tra la sostanza del valore e la sua forma di prezzo?

 Schematicamente, per Marx[3] la forma prezzo:

1. rappresenta sempre una deviazione sistematica, quindi necessaria, dal rapporto delle grandezze di valore espresse in quantità di lavoro (forme di valore): le grandezze di valore spariscono nello scambio e lì non possono mai più riapparire, neanche nelle forme relative monetarie;

2. la deviazione monetaria sistematica del prezzo dal valore appare già, necessariamente, nello scambio semplice di merce (cioè senza profitto, ossia quando non si può ancora parlare nemmeno di “prezzo di produzione” capitalistico);

3. conseguentemente la forma monetaria del prezzo di produzione è ul­teriormente e necessariamente deviata sistematicamente, rispetto al rapporto delle grandezze di valore, giacché la forma capitalistica della differente composizione organica di capitale  implica, con la circolazione, una difforme redistribuzione del profitto (plusvalore).

 La “vexata quaestio” della trasformazione del valore in prezzi[4] riguarda, dunque, fondamentalmente nient’altro che la forma monetaria del valore. Scrive Gianfranco Pala[5]: “.. il valore è sostanza di rapporti reali che si fa forma: ma per diventare forma – forma di valore – la sostanza appare come grandezza. Per Marx, dunque, partendo dalla sostanza di valore, la grandezza costituisce un primo passaggio, che è necessario in un ben determinato gruppo di problemi ma non in altri.. Deve poi “mutare forma” – cioè “trasfor­marsi” (letteralmente e semanticamente) – nelle varie e successive “forme di valore”: dalla forma “semplice” (“semplice” hegelianamente), alla forma “monetaria” che è poi il prezzo, in tutte le sue differenti accezioni.

 Possiamo, prima di proseguire in questo impegnativo ma importante passaggio, tornare così a una questione che abbiamo già posto: quella del rapporto tra metodo logico e metodo storico, ossia al ruolo che il tempo gioca nell’analisi economica. In che senso si deve considerare l’elemento temporale con riferimento al “processo circolare della produzione”?

 Lasciamo ancora la parola a Gianfranco Pala:

 “ Quanto alla più volte ricordata “circolarità” della produzione come circolarità “reale”, si tratta di un preciso elemento dell’a­nalisi marxiana [che Marx stesso riprese, in senso molto più ampio, dal tableau économique di Quesnay – cfr. Tp, q.XXIII, f.1433; q.VI f.229-233; la lettera a Engels del 6 luglio 1863; e quanto scritto sempre da Marx nel §.X della seconda sezione dell’Anti-Dühring di Engels]. Essa muove dalla duplicità del processo di produzione di merce (valore d’uso e valore).

 Marx dice testualmente: “se dal processo lavorativo risulta come prodotto un valore d’uso, in esso entrano come mezzi di produzione altri valori d’uso, prodotti di processi lavorativi precedenti. Lo stesso valore d’uso che è il prodotto di questi ultimi costituisce il mezzo di produzione di quel lavoro. Quindi i prodotti non sono soltanto risultato, ma anche, insieme, condizione del processo lavorativo” ecc. [cfr. Capitale, Libro I.5,1].

 Marx  parla della circolarità del processo materiale e dell’importan­za di considerare tali prodotti “nella loro forma del momento” e “non solo prodotti del lavoro, forse dell’an­no precedente”.

 E, a proposito del valore, aggiunge: “che tutto il lavoro richiesto per la produzione dei suoi elementi costitutivi sia “trascorso prima”, si trovi cioè al passato remoto, è una circostanza del tutto indifferente. Si presuppone che sia stato adoperato soltanto il tempo di lavoro necessario nelle “condizioni sociali della produzione” date nel momento” ecc. [cfr. ivi, §2].

 Fatte queste precisazioni, si può tornare a seguire il processo di svolgimento dei prezzi dai valori. Il valore non è la grandezza di valore. Per l’intera società “questo” valore è rappresentato dal lavoro richiesto, men­tre i prezzi (di produzione) attengono esclusivamente alla redistribuzione del plusvalore tra i proprietari delle condizioni di produzione.

 “Il medesimo capitale appare in una duplice caratteristica. Ma esso non opera che una volta e ugualmente non produce il profitto che una vol­ta. Come poi le persone che hanno diritto a questo profitto se lo ripartisca­no, è una questione in sé e per sé puramente empirica, che appartiene al regno della casualità” [Capitale, III, cap.22].

 In altre parole, nel primo stadio dell’analisi, quello – tipico del I libro del Capitale – cui ci riferiamo, non compaiono i prezzi perché – in un certo senso – non ce n’è bisogno. Il livello di astrazione è quello che si riferisce al capitale in generale; quando invece e se si volesse scendere al livello in cui studiare come i singoli capitali si fanno concorrenza tra loro, allora apparirebbe necessario introdurre la categoria dei prezzi.

 Detto in modo ancora diverso, attraverso i prezzi noi possiamo osservare e studiare come avviene la ripartizione di un determinato plusvalore tra i diversi capitali; qui ed ora noi studiamo la produzione di valore e plusvalore da parte del “capitale”, senza occuparci di come il plusvalore estorto venga suddiviso tra i diversi capitali. Se e quando studiassimo la concorrenza tra capitali, dovremmo dapprima occuparci della formazione di un tasso medio di profitto, primo stadio per rendere poi conto della trasformazione del valore in prezzi. Noi non lo faremo e ci stiamo limitando a definire la questione.

 Poiché il prezzo non è uguale al valore, l’elemento che determina il valore – il tempo di lavoro – non può essere l’elemento in cui vengono espressi i prezzi, giacché il tempo di lavoro dovrebbe esprimersi come elemento sia determinante sia non determinante, come uguale e non uguale a se stesso. Poiché il tempo di lavoro in quanto misura del valore esiste solo idealmente, esso non può servire quale materia del confronto dei prezzi. Qui si vede come e perché il rapporto di valore assuma nel denaro un’esistenza materiale e separata. La differenza tra prezzo e valore richiede che, in quanto prezzi, i valori vengano misurati in base a un criterio di misura a essi adeguato. A differenza del valore, il prezzo è necessariamente prezzo in denaro. Qui si rivela che la differenza nominale tra prezzo e valore è condizionata dalla loro differenza reale” [Karl Marx, Lineamenti fondamentali, q.I, f.12].

 È qui che si può ulteriormente innestare – ma solo “poi”, in un secondo momento – il tema delle oscillazioni di offerta e domanda. Esse sono da inquadrare  [..] nel problema del “valore di mercato”, il quale sorge soltanto allorché la circolazione non si adatti perfettamente al “tempo di lavoro socialmente necessario”.


[1] Per un’analisi del ruolo del denaro che prenda in considerazione anche le  sue forme valutarie si può leggere, di Maurizio Donato, Carla Filosa, Gianfranco Pala: Olet, la Contraddizione, n° 100, gennaio-febbraio 2004,  http://www.contraddizione.it/100-gen.feb.04.zip

[2] Le note che seguono, e che costituiscono un approfondimento non strettamente necessario, ricalcano uno scritto di Gianfranco Pala, indicato in seguito in corsivo; il testo marxiano è in grassetto.

[3] Gianfranco Pala, Il valore della teoria, Roma, 2003

[5] Vedi nota 7

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