Traccia # 6 Il valore della forza-lavoro

Il valore della forza-lavoro

 Nello studio dell’economia politica, sia che si faccia riferimento alla tradizione classica che ad altre prospettive teoriche, ci si imbatte in variabili che si presentano in  forma monetaria – pensiamo ai prezzi – assieme ad altre che assumono una dimensione non monetaria ma – per così dire – fisica, per  esempio la disoccupazione.

Questo non è difficile da comprendere. Le cose cambiano quando le due forme si presentano “assieme”. Cioè quasi sempre.

Se noi scriviamo

[2] v = L * w

stiamo esprimendo il capitale variabile come prodotto tra il numero dei lavoratori salariati e il salario unitario loro corrisposto. Essendo il prodotto tra una grandezza fisica (il numero dei lavoratori) e una monetaria (il salario) il risultato è una grandezza esprimibile in termini di valore che comprende in sé entrambe le categorie, nel nostro caso la massa salariale corrisposta al totale dei lavoratori. Così se si modifica v, per esempio se cresce, noi non possiamo sapere a priori se questo aumento è dovuto al numero dei lavoratori cresciuto a salario invariato, a un aumento di salario corrisposto allo stesso numero di lavoratori o a una qualche combinazione di questi fattori.

La questione si “complica” (ma solo un po’) se ammettiamo che le stesse forme di espressione delle categorie possano cambiare nel corso del tempo; per esempio il capitale variabile v, dopo essere transitato (di solito per poco tempo..) nelle tasche dei lavoratori, si trasforma in merci fisiche che, a loro volta, si trasformano nella materialissima  nostra esistenza o sopravvivenza.

E’ una trasformazione, questa ultima, in energia psico-fisica,  e questo è chiaro perché fa parte della nostra esperienza quotidiana: assumiamo cibo, acqua, aria, cultura e di questi elementi – trasformati – ci nutriamo.

Torna la questione della trasformazione, anzi delle trasformazioni. La nostra capacità di lavorare, la nostra forza-lavoro, si produce e riproduce grazie ad elementi materiali (cibo, acqua, riposo, cultura) che però a loro volta, in un ambiente dominato dalle forme capitalistiche, hanno bisogno di essere acquistati, dunque ci vuole denaro per sopravvivere e questo denaro i lavoratori se lo possono procurare legalmente solo vendendo a loro volta (a nostra volta se chi legge appartiene alla classe dei lavoratori) l’unica merce di solito in nostro possesso, la forza-lavoro.

Tale merce, specialissima, l’unica nel suo genere, non esaurisce la propria funzione con l’uso; anzi, usandola, cioè lavorando, è capace non solo di creare valore in generale, ma più valore di quanto non occorra a produrla a riprodurla. Questo, per Marx, l’elemento centrale della critica dell’economia politica, e – in quanto tale – un elemento che ha a che fare direttamente con la questione del cambiamento delle forme.

Per vivere o sopravvivere (elemento materiale) abbiamo bisogno del denaro (forma monetaria del valore) che ci procuriamo vendendo (scambiandola con denaro) la nostra forza-lavoro. Attraverso il lavoro cambiamo forma (fisica, materiale) al mondo, creando merci cha hanno un valore superiore a quello delle loro parti costitutive, forza-lavoro compresa. Tale valore comprensivo del plusvalore spetta al proprietario delle imprese; ai lavoratori spetta il corrispettivo in valore della forza-lavoro, il salario. Col salario (trasformazione monetaria del capitale variabile a disposizione del capitalista) i lavoratori possono acquistare merci (fisiche) che ci consentano di riprodurre la forza-lavoro e così di seguito.

Dal momento che la alieniamo, però, la forza-lavoro di cui siamo proprietari (è nostra, non vivendo in schiavitù) diventa – per alcune ore al giorno alcuni giorni la settimana per tot anni della nostra vita – di proprietà di chi ne acquista il diritto all’uso: il capitalista, che ne dispone a suo piacimento cercando di sfruttarla al massimo per poi, se riesce a vendere a prezzo pieno il prodotto del nostro lavoro (la merce), godere del plusvalore realizzato che a sua volta in parte trasforma in beni di lusso e in parte accumula come nuovo capitale, così che il ciclo continui all’infinito. O quasi, come vedremo.

 “Il salario costituisce la base in questa delimitazione. Esso è, da un lato, regolato da una legge naturale: il suo limite minimo è dato dal minimo fisico di mezzi di sussistenza che il lavoratore deve ricevere per conservare e riprodurre la sua forza-lavoro; quindi da una quantità determinata di merci. Il valore di queste merci è determinato dal tempo di lavoro richiesto per la loro riproduzione; ossia dalla parte di lavoro aggiunto ex novo ai mezzi di produzione, o anche da quella parte della giornata lavorativa di cui il lavoratore ha bisogno per produrre o riprodurre un equivalente del valore di questi mezzi di sussistenza necessari”

  K. Marx (C, III, 50)

 Nella sua introduzione del 1891 alla ri-edizione del celebre opuscolo Lavoro salariato e capitale[1], il grande sodale e amico di Marx, Friedrich Engels scrive: “Le mie modificazioni si aggirano tutte attorno ad un sol punto. Secondo l’originale, l’operaio vende al capitalista, per un salario, il suo lavoro; secondo il testo attuale egli vende la sua forza-lavoro. A proposi­to di questa modificazione devo dare una spiegazione. Una spiegazione agli operai, perché essi vedano che non si tratta di una pedanteria verba­le, ma piuttosto di uno dei punti più importanti di tutta l’economia politica. Una spiegazione ai borghesi, perché essi possano convincersi della enorme superiorità degli operai incolti, ai quali si possono rendere facil­mente comprensibili i problemi più difficili dell’economia, sui nostri presuntuosi uomini “colti”, cui tali questioni intricate restano insolubili per tutta la vita.”

Le modificazioni di cui parla Engels – aggiungendo la categoria degli studenti alle due che considera –  costituiscono un chiarimento di quella che Marx definisce, in una lettera[2], una delle scoperte principali della sua attività di ricerca, la sua fondamentale “innovazione” rispetto alla tradizione economica classica, ossia la qualificazione di merce attribuita alla forza-lavoro.

In particolare, Marx “approfitta” della recensione al suo testo da parte del signor Duhring per esplicitare i tre elementi fondamentalmente nuovi del (I libro del) Capitale che sintetizza così. Innanzitutto, a differenza di tutti gli economisti classici che trattano sin dall’inizio (delle proprie opere) i diversi frammenti del plusvalore distinguendo tra rendita, profitto e interesse, il Capitale incomincia con un’analisi della forma generale del plusvalore;  in secondo luogo  Marx sottolinea come tutti gli economisti, senza alcuna eccezione, abbiano trascurato che, se la merce possiede il doppio carattere di valore d’uso e valore di scambio, allora  anche il lavoro rappresentato dalla merce deve avere un carattere duplice, e dunque la teoria del lavoro proposta da Smith, Ricardo e gli altri è costretta a imbattersi in contraddizioni inesplicabili. Questo il segreto della concezione critica dell’economia politica. Infine (e qui fa riferimento al tema del cap. XX del I libro del Capitale), Marx accenna al tema dei salari a tempo che  vengono presentati come una manifestazione irrazionale della relazione nascosta (corsivo mio) dietro di essi.

Particolarmente degna di nota è la conclusione della lettera, in cui Marx afferma che nessuna formazione sociale può impedire al tempo di lavoro a disposizione della società di regolare in un modo o in un altro la produzione. Tuttavia – dice Marx – fino a quando tale regolazione non sarà basata su un controllo diretto e consapevole della società sul proprio tempo di lavoro ma dal movimento dei prezzi delle merci, le cose non cambieranno. Per controllo diretto e consapevole noi possiamo intendere la proprietà comune.

Il primo elemento è dunque il carattere contraddittorio di uno scambio, quello tra forza-lavoro e salario, la cui dimensione fondante è quella di un rapporto sociale la cui essenza sta nella espropriazione già storicamente avvenuta di qualsiasi mezzo di produzione che non sia la forza-lavoro.

Gli economisti classici, i cui maggiori rappresentanti in Inghilterra furono A. Smith e D. Ricardo, sostenevano che il valore di una merce fosse determinato dal lavoro che è contenuto in essa, dal lavoro cioè che si ri­chiede per la sua produzione. Tuttavia, quando gli stessi economisti classici cercarono di applicare alla “merce lavoro” la teoria di determinare il valore per mezzo del lavoro, caddero – come ricorda Engels – da una contraddizione in un’altra.

Come viene determinato il valore del “la­voro”? Dal lavoro necessario che è contenuto in esso. Ma quanto lavoro è contenuto nel lavoro di un operaio, per un giorno, una settimana, un mese, un anno? Il lavoro di un giorno, di una settimana, di un mese, di un anno. Se il lavoro è la misura di tutti i valori, possiamo esprimere il “valore del lavoro” soltanto in lavoro. Ma non sappiamo assolutamente niente del valore di un’ora di lavoro, quando sappiamo soltanto che esso è uguale a un’ora di lavoro. In questo modo non ci siamo avvicinati di un capello al nostro scopo; ci aggiriamo in un circolo vizioso”.

 L’economia classica – sottolinea ancora Engels – tentò allora un’altra via d’uscita. “Essa dis­se: il valore di una merce è uguale ai suoi costi di produzione. Ma che cosa sono i costi di produzione del lavoro? Per rispondere a questa do­manda gli economisti debbono fare un po’ di violenza alla logica. Invece di ricercare i costi di produzione del lavoro stesso, che purtroppo non è possibile stabilire, essi ricercano ora quali sono i costi di produzione dell’ope­raio. E questi è possibile stabilirli. Essi variano secondo il tempo e le circostanze, ma per un dato stato sociale, per una data località, per una data branca della produzione, sono essi pure dati, almeno entro limiti abbastanza ristretti. Noi viviamo oggi sotto il dominio della produzione capitalistica, in cui una classe della popolazione, grande e in continuo aumento, può vivere soltanto se lavora, in cambio di un salario, per i possessori dei mezzi di produzione: strumenti, macchine, materie prime e mezzi di sussistenza. Sulla base di questo modo di produzione, i costi di produzione dell’operaio consistono in quella quantità di mezzi di sus­sistenza — o nel loro prezzo in denaro — che sono in media necessari per renderlo atto al lavoro, per conservarlo atto al lavoro e per sostituirlo, quando egli scompare per vecchiaia, per malattia o per morte, con un al­tro operaio, cioè per assicurare che la classe operaia si riproduca nella misura necessaria.”

Allora: non si può determinare il “valore del lavoro” attraverso la teoria del valore-lavoro. Come uscirne?

La difficoltà che era insuperabile per i migliori economisti fin tanto che partivano dal valore del “la­voro”, scompare non appena, in­vece, si parte dal valore della forza-lavoro. Nella nostra attuale società capitalistica, la forza-lavoro è una merce, una merce come ogni altra, ma ciò nonostante una merce tutta affatto speciale. Essa ha cioè la proprietà specifica di essere forza produttrice di valore, anzi di essere, se viene impiegata in modo appropriato, fonte di un valore maggiore di quello che essa possiede. Nello stato attuale del­la produzione la forza-lavoro dell’uomo non solo produce in un giorno un valore superiore a quello che essa possiede e a quello che costa; ad ogni nuova scoperta scientifi­ca, ad ogni nuovo perfezionamento tecnico questa eccedenza del suo prodotto giornaliero sul suo costo giornaliero aumenta, cioè si riduce quella parte della giornata di lavoro in cui l’operaio produce l’equivalen­te del suo salario, e si allunga perciò d’altro lato quella parte della gior­nata in cui egli deve regalare al capitalista il suo lavoro senza essere pa­gato”.

Se vogliamo procedere dall’astratto al concreto possiamo aggiungere che, quando parliamo oggi di salario, intendiamo riferirci al salario sociale globale, ossia non solo al salario diretto (la busta paga) ma anche a tutte le voci che compongono il salario indiretto (sanità, scuola, servizi e trasferimenti sociali in generale) e al salario differito (pensioni, trattamento di fine rapporto).

Ricordando quanto abbiamo detto sopra a proposito dei cambiamenti di forma: “Per quanto riguarda il capitale variabile, il salario medio giornaliero è effettivamente sempre uguale al prodotto – valore del numero di ore lavorative occorrenti all’operaio per produrre i mezzi di sussistenza necessari, ma questo numero di ore è a sua volta alterato dalla differenza tra i prezzi di produzione dei necessari mezzi di sussistenza ed il loro valore. Ciò viene tuttavia compensato dal fatto che se il plusvalore che entra in una merce è eccessivo, quello che entra in un’altra è piccolo e quindi le differenze di valore inerenti ai prezzi di produzione delle merci si compensano a vicenda. In tutta la produzione capitalistica la legge generale si afferma come tendenza predominante solo in un modo assai complicato e approssimativo, sotto forma di una media, che non è mai possibile determinare, di oscillazioni incessanti.”  (K. Marx, C, III, 9)


[1] Il salario – lavoro salariato, capitale e libero scambio / Karl Marx; a cura di Gianfranco Pala, Napoli – Laboratorio politico, stampa 1995

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1 commento
  1. Bruno Petriccione ha detto:

    Professore, lei finora è stato l’unico tra i nostri docenti, pur proclamandosene avverso, ad utilizzare le nuove tecnologie dell’informazione per rafforzare la didattica. I suoi blog sono appassionati ed illuminanti, come pure le sue lezioni. Proprio quello che ci vuole per seguire con entusiasmo il suo corso.

    Colgo l’occasione per inviare tutte le mie compagne e i miei compagni di corso ad entrare in un Gruppo di Facebook che ho appena aperto, per facilitare lo scambio di idee e informazioni tra di noi:

    https://www.facebook.com/groups/248472681966752/permalink/248478468632840/

    Buone lezioni!

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