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Amici, colleghi, compagni

En m’appuyant pour l’essentiel sur certains éléments de l’analyse du capitalisme développée par Marx dans Le Capital, je me propose de montrer que chômage, précarité et exclusion ne sont nullement extérieurs au salariat, qu’ils en sont au contraire des dimensions constitutives essentielles ; et que, par conséquent, loin de constituer des phénomènes exceptionnels, marginaux, périphériques, ils en sont au contraire des phénomènes structurels dont seuls changent les formes historiques-mondiales sous lesquelles ils se manifestent.

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Despite his initial intentions, Marx never wrote an organic treatise on competition.
This is a pity, since nowadays competition has become a sort of political
myth, apparently supported by the results of mainstream economics. In this paper,
I develop an organic conception of competition from Marx’s work, which contributes
to demystify this myth. Marx describes competition as an ‘external coercive
law’, which imposes capital logic over the individual and the overall society, regulates
the reproduction of class relations and produces a number of economic tendencies.
He shows that, historically, it develops with the development of capital
and argues that even the appearance of a competitive ‘human nature’ is part of this
process.

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GLI ATTORI

Vogliamo riferirvi la storia
di un viaggio compiuto
da uno sfruttatore e da due sfruttati.

Osservatene bene il contegno.
Trovatelo strano, anche se consueto,
inspiegabile, pur se quotidiano,
indecifrabile, pure se è regola.
Anche il minimo atto, in apparenza semplice,
osservatelo con diffidenza! Investigate se
specialmente l’usuale sia necessario.

E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
non trovatelo naturale.
Di nulla sia detto: è naturale
in questo tempo di anarchia e di sangue,
di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
di umanità disumanata,
così che nulla valga
come cosa immutabile.

Il neomercantilismo è una modalità di riproduzione capitalistica basata sull’obiettivo di generare crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni e la riduzione delle importazioni [1]. E’ questa la linea di politica economica dominante oggi soprattutto (ma non solo) nell’Eurozona e che si traduce mediaticamente nell’ossessione della competitività. L’Unione europea, nei Trattati più recenti che ne hanno configurato l’architettura attuale, è formalmente concepita come economia sociale di mercato estremamente competitiva. I due strumenti fondamentali ipotizzati (e attuati) per raggiungere questo obiettivo, per tutti i Paesi membri, consistono nel consolidamento fiscale (ovvero la generazione di avanzi primari, mediante riduzioni della spesa pubblica) e nelle c.d. riforme strutturali, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi e deregolamentazione del mercato del lavoro (per generare moderazione salariale) e della detassazione degli utili d’impresa. Ciò nella convinzione che consentire alle imprese di contenere i costi di produzione sia il presupposto essenziale per consentire loro di vendere all’estero a prezzi ridotti. In più, le misure di moderazione salariale, combinate con il consolidamento fiscale, sono pensate per ridurre le importazioni.

La domanda che occorre porsi è se una strategia neo-mercantilista possa essere efficace (ai fini della crescita, come si ritiene) e sostenibile. La risposta rinvia a considerazioni di natura teorica e ad alcune evidenze empiriche, queste ultime qui riferite all’Italia.

In primo luogo, occorre ricordare che la crescita dell’economia mondiale nel suo complesso non può essere trainata dalle esportazioni dal momento che un modello di crescita trainata dalle esportazioni funziona soltanto se e fin quando esistono Paesi importatori netti. Questa considerazione destituisce di fondamento la visione dominante per la quale il modello di crescita trainato dall’accumulazione dei profitti può e deve riguardare tutti [2]: banalmente, non si può esportare sulla Luna. In secondo luogo, occorre riconoscere che il libero scambio non avvantaggia tutti i Paesi che ne prendono parte, fondamentalmente a ragione del fatto che gli scambi internazionali coinvolgono Paesi con differenti gradi di sviluppo. Alcuni Paesi (i c.d. early startes) possono produrre con costi decrescenti, soprattutto nel settore manifatturiero, traendo vantaggio dallo scambio con Paesi che producono con costi crescenti (i c.d. late comers) [3]. Non a caso, sul piano empirico, il fondamentale fatto stilizzato al quale riferirsi è che le economie più aperte agli scambi internazionali (ovvero quelle con più alto grado di sviluppo) tendono a essere economie la cui crescita è trainata dal reinvestimento dei profitti – il c.d. profit-led regime – e dalle esportazioni.

Si è dunque in presenza di un gioco a somma zero, nel quale l’Italia risulta perdente. Per queste ragioni.

1. La quota delle nostre imprese esportatrici è bassa nella comparazione con i nostri concorrenti dell’Eurozona [4], ed è concentrata nella classe di imprese di medie e grandi dimensioni localizzate quasi esclusivamente al Nord. Circa la metà delle imprese esportatrici è costituita da imprese del settore manifatturiero. Se si assume che le nostre esportazioni sono molto sensibili al prezzo (ipotesi niente affatto scontata), la moderazione salariale avvantaggia esclusivamente queste imprese. Per l’ampia platea delle altre imprese italiane, per contro, ovvero per le imprese di piccole dimensioni localizzate nel Mezzogiorno, la riduzione dei salari ha l’unico effetto di comprimere la domanda interna [5]. Da qui: riduzione dei margini di profitto, degli investimenti privati, aumento del tasso di disoccupazione. Se, per contro, si assume che le nostre esportazioni sono trainate da fattori che attengono alla qualità del prodotto (e dunque indipendentemente dal prezzo di vendita), la moderazione salariale è, con ogni evidenza, inutile per le imprese esportatrici e dannosa per le tante imprese che operano sul mercato interno [6].

2. La moderazione salariale non necessariamente implica, attraverso la compressione della domanda interna, una riduzione delle importazioni. Ciò per numerose ragioni, non da ultimo il fatto che al ridursi dei salari si modifica la composizione merceologica dei consumi e, per conseguenza, può risultare conveniente acquistare beni (a prezzi inferiori) non prodotti in Italia (si pensi, a titolo puramente esemplificativo all’aumento dell’acquisto di prodotti cinesi). Più in generale, i pattern di consumo risentono non solo del reddito e dei prezzi relativi dei beni, ma anche di effetti di ‘apprendimento’ e di imitazione: il che rende piuttosto semplicistica l’assunzione standard per la quale fra consumi e importazioni la relazione è sempre e necessariamente di tipo diretto. A ciò si può aggiungere che in un contesto di moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro la propensione al consumo può ridursi, per effetto dell’aumento dell’incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro e, dunque, sul flusso dei redditi futuri.

Sul piano empirico, si rileva che i principali Paesi dell’Unione Monetaria Europea, con eccezione della Francia e in parte del Regno Unito, a partire dal 2011 registrano aumenti del saldo della bilancia commerciale in rapporto al Pil. Ciò vale anche per l’Italia, ma con effetti sul tasso di crescita pressoché insignificanti (il miglior risultato ottenuto dal 2011 al 2016 è un tasso di crescita dell’1%) e comunque in assenza di apprezzabili riduzioni del tasso di disoccupazione (che, pur a fronte di incrementi di esportazioni è semmai aumentato, passando dall’8.3% dell’agosto 2011 all’11.2% dell’agosto 2017).

Saldi della bilancia commerciale Paesi 5 UME 1990-2016 (valori correnti, in % sul Pil) [7]

Perché, se queste misure non generano i risultati attesi (almeno nel caso italiano), esse vengono reiterate? Qui la risposta attiene a considerazioni di natura economica ma soprattutto di natura politica.

a) Sul piano propriamente economico, è del tutto evidente che la singola impresa, in concorrenza con le altre, ha la massima convenienza a ottenere sgravi fiscali e bassi salari. Ma la convenienza privata, in questo caso, confligge con quella della collettività delle imprese, per una duplice ragione. Innanzitutto perché bassi salari (e alta tassazione sul lavoro, essendo la ripartizione dell’onere fiscale un gioco a somma zero, in un contesto di consolidamento fiscale) riducono i consumi, generando effetti deflattivi e calo dei profitti nell’aggregato. In più, la compressione dei salari tende ad associarsi al deterioramento della qualità della forza lavoro (p.e. per la minore capacità di accesso a cure mediche) e, dunque, a minore tasso di crescita della produttività del lavoro e dei profitti futuri. In altri termini, la domanda di moderazione salariale espressa dalle imprese genera sia problemi di mancanza di coordinamento – e dunque di conflitto fra ciò che è privatamente conveniente e ciò che lo è per la collettività delle imprese (e che le imprese non farebbero – ridurre i salari – se potessero coordinarsi: cosa impossibile nell’ambiente ‘anarchico’ del mercato) – sia problemi di miopia – essendo, nella migliore delle ipotesi, una strategia utile solo nel breve periodo. A ciò si può aggiungere il fatto che all’aumentare dei profitti gli investimenti non necessariamente aumentano. Possono non aumentare per il peggioramento delle aspettative imprenditoriali, per il fatto che i profitti accumulati vengono destinati a usi speculativi e ancora per l’aumento dei consumi di lusso da parte dei capitalisti.

b) Sul piano politico, dati i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, fortemente squilibrati a vantaggio del primo, appare del tutto evidente che le politiche economiche rispondono agli interessi di chi ha maggior potere contrattuale – ovvero a chi ha maggior potere di ricatto sui Governi. Il potere di ricatto del Capitale sui singoli governi deriva essenzialmente dal c.d. sciopero del capitale (capital strike), ovvero dalla possibilità per il capitale – possibilità esclusa per il lavoro – di minacciare delocalizzazioni. A ciò si aggiunge il potere di condizionamento che le Istituzioni finanziarie internazionali esercitano sulle politiche economiche dei singoli Paesi e che si manifesta nella richiesta di essere ‘credibili’ – ovvero, in sostanza, di mettere in atto misure di moderazione salariale. Il loro potere deriva dall’essere creditori degli Stati, giacché detentori dei loro titoli del debito pubblico.

Per questa fondamentale ragione politica, il modello di politica economica dominante non può che essere profit-led e export-led, ma, al tempo stesso, tale modello non può generare crescita su scala globale (potendo farlo solo per singoli Paesi). E’ un modello irrazionale ai fini della crescita e dell’aumento dell’occupazione, è un modello che accentua i conflitti intercapitalistici in un pericoloso gioco di acquisizione di quote di mercato su scala globale, ed è un modello che, tuttavia, stante le condizioni date, non sembra avere alternative.

NOTE

[1] L’espressione neo-mercantilismo rinvia alla teoria economica considerata dominante nel XVII secolo (il mercantilismo appunto), che, nella sua forma più rozza, suggeriva ai Principi di accumulare ‘tesoro’ stimolando le esportazioni. Si tratta di una visione che, già in quel periodo, era considerata semplicistica. Si rinvia sul tema a G.Forges Davanzati, Thomas Mun. Il tesoro dell’Inghilterra nel commercio estero. Napoli: ESI, 1994.

[2] Sul tema si rinvia a O. Onaran (2016), Wage-versus Profit-led growth in the context of international interactions and public spending: The political aspects of wage-led recovery, PostKeynesian Economics Study Group, working paper n.1603, February.

[3] Non è questa la sede per soffermarsi sul dibattito fra protezionisti e liberoscambisti. Sul tema, si rinvia, in particolare, a M.De Cecco (2016), Moneta e impero. Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, a cura di A.Gigliobianco. Roma: Donzelli, cap.1.

[4] ISTAT-ICE stima che il grado di apertura internazionale dell’Italia è circa la metà di quella media dell’area euro.

[5] Per un’analisi dettagliata del fenomeno, anche con riferimento alla tipologia di merci esportate/importate, si rinvia a ISTAT, Commercio estero e attività internazionale delle imprese. Roma, 2017.

[6] Cfr. A. Felettingh, A. and S. Federico, (2011). Measuring the price elasticity import demand in the destination of Italian exports, “Economia e Politica Industriale”, vol.38, n.1, pp.127-162.

[7] La figura è tratta da D.Moro, L’internazionalizzazione dell’economia dell’Italia nel passaggio dalla semiperiferia al centro dell’economia-mondo, mimeo.

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/irrazionalita-del-neomercantilismo/

La Grande depressione in atto ha spinto la scienza economica in una situazione di incertezza estrema (alludo ovviamente a quegli studiosi che non sono struzzi per vocazione e convenienza). Due economisti italiani – entrambi conservatori – scrivono relativamente ai “perché” della crisi”: “Alcuni economisti affermano di sapere perché: scarsa domanda (pubblica), diseguaglianze che riducono i consumi delle famiglie, calo della produttività, salari che non crescono: la verità è che non sappiamo se davvero vi sia una stagnazione secolare, e se ci fosse da che cosa dipenda. Sarebbe molto più utile se gli economisti riconoscessero la difficoltà di capire un periodo anomalo e di grande incertezza invece di pronunciare “verità”. L’incertezza è l’unico fulcro intorno al quale ruotiamo e l’incertezza non aiuta ad investire ed a crescere.

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Il premio Nobel 2017 per le scienze economiche è stato assegnato a Richard Thaler dell’Università di Chicago, per i suoi contributi allo sviluppo dell’economia comportamentale. Una branca di ricerca promettente che tuttavia Thaler non sgancia dall’ideale normativo della teoria neoclassica, generando alcune aporie anche sul terreno delle sue proposte di politica economica. A cominciare dalla “spinta gentile” dei governi per indurre i lavoratori a risparmiare di più e a investire nel mercato azionario, della cui razionalità egli stesso ha dubitato.

Gli appassionati di cinema lo ricorderanno per un fugace cameo ne “La grande scommessa”, discreta pellicola con velleità pedagogiche dedicata alla crisi del 2008. Intorno a un tavolo del blackjack, in un improbabile duetto con l’ex stellina della Disney Selena Gomez, un novello attore dalla chioma candida, un po’ in carne, molto rilassato, descrive con cadenza professorale un tipico esempio di comportamento irrazionale: la gente è indotta a puntare molto su quei giocatori che vincono da diverse mani, sebbene non vi sia alcun motivo di prevedere che siano destinati a spuntarla anche in futuro. Un’illusione che si riscontra sui tavoli da gioco come sui mercati finanziari, e che può creare le premesse per un tracollo economico [1].
L’attore improvvisato si chiama Richard Thaler, che per “i suoi contributi nel campo dell’economia comportamentale” è stato insignito del Nobel per l’Economia 2017 [2]. Ispirato dalle ricerche di due precedenti vincitori del premio, Herbert Simon e Daniel Kahneman, Thaler è stato uno dei pionieri della ricerca psicologica applicata allo studio delle decisioni economiche.
Nell’Università di Chicago, dove insegna da anni, Thaler ha vestito per lungo tempo i panni dell’outsider: mentre Eugene Fama e gli altri suoi colleghi celebravano le teorie neoclassiche del comportamento razionale ed egoistico, lui accumulava prove che tendevano a confutarle. I suoi studi, in particolare, si sono concentrati sull’esistenza di limiti cognitivi, difficoltà di autocontrollo e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano ben più complesso rispetto alle stilizzazioni tipiche della teoria neoclassica.
Un celebre caso di limite cognitivo è quello che Tahler definisce “effetto dotazione”: le persone irrazionalmente attribuiscono maggior valore alle cose che già possiedono. Per esempio, supponiamo di mettere degli individui dinanzi a due prospettive: da un lato il rischio insito di contrarre una malattia fulminante con probabilità di 0,001 e dall’altro l’occasione di proporsi come volontari per un esperimento medico che rischia di causare la medesima malattia con la medesima probabilità. La teoria del comportamento razionale stabilisce che essi dovrebbero valutare entrambi gli eventi allo stesso modo, che in pratica consiste nel prezzare una probabilità di morte di 0,001. Invece, le prove empiriche mostrano che i soggetti intervistati valutano le due circostanze in termini molto diversi, e quindi chiedono irrazionalmente una somma di gran lunga maggiore per fungere da volontari nel secondo caso rispetto alla somma che nel primo caso sarebbero disposti a pagare per ottenere una cura contro la malattia. La spiegazione di Thaler è che essi danno molto più valore alla “dotazione di salute” che nel secondo caso possiedono e vendono rispetto alla “dotazione di salute” che nel primo caso potrebbero non avere e che devono quindi acquistare.
Questo risultato ha trovato conferme in una varietà di altre indagini piscologiche, e ha indotto Thaler a considerare le dotazioni possedute come un vero e proprio “punto di riferimento” generale intorno al quale gli esseri umani formano obiettivi e decisioni. Si tratta di una significativa presa di distanza rispetto alla teoria neoclassica del comportamento razionale, per la quale simili “punti di riferimento” non dovrebbero avere alcun senso.
Un altro esempio di limite cognitivo è quello che Thaler chiama “contabilità mentale”. Per far fronte alla complessità dei calcoli economici, gli individui tendono a suddividere le loro decisioni di spesa e di risparmio in voci di bilancio separate: casa, cibo, vestiario, conto corrente, obbligazioni, eccetera. Questo espediente semplifica i conteggi ma limita la razionalità, poiché induce le persone a non trasferire risorse da una voce all’altra anche quando sarebbe logico farlo. Per citare un esempio tra tanti, è provato che individui dediti alla prudenza diventano propensi a rischiare di più sulle somme vinte in precedenti scommesse. La ragione è che essi inconsciamente separano tali somme dal resto del loro reddito, per cui gestiscono le une e l’altro in modi del tutto diversi benché tale diversità non abbia motivi razionali per sussistere.
Oltre ai limiti cognitivi Thaler ha modellizzato anche il problema dell’autocontrollo. A suo avviso la psiche umana è governata da un conflitto interiore tra un pianificatore lungimirante e un dissipatore impaziente. Se il Dottor Jekyll che pianifica non è in grado di vincolare il Mister Hyde che dissipa, l’individuo tenderà a prendere decisioni che riducono il suo benessere nel lungo periodo. Ad esempio, egli tenderà a consumare troppo e a risparmiare poco, con effetti deleteri sulle condizioni di vita future.
Ed ancora, Thaler si è soffermato sulla tendenza degli individui ad agire non soltanto in base a pulsioni egoistiche ma anche in virtù di condizionamenti sociali dettati da istanze di equità. Ad esempio, nell’eventualità di un inatteso temporale i consumatori giudicheranno opportunistica la decisione delle imprese di elevare il prezzo degli ombrelli a fronte dell’improvviso aumento di domanda, e quindi eviteranno di acquistare da esse. Dal punto di vista del ristretto interesse egoistico questo comportamento è irrazionale e oltretutto impedisce alle imprese di agire secondo i canoni della teoria neoclassica della domanda e dell’offerta. Eppure si tratta di un atteggiamento riscontrato in un’ampia varietà di circostanze, che secondo Thaler e altri induce gli imprenditori a tenere i prezzi stabili anche in caso di repentini mutamenti delle condizioni di mercato.
Gli avvezzi alle dotte letture critiche osserveranno che in fin dei conti non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole di Stoccolma. Dopotutto i limiti dell’autocontrollo erano noti fin dai tempi di Aristotele e furono anche oggetto delle ricerche di Freud. Inoltre, già Adam Smith contemplava tra i moventi delle decisioni umane i condizionamenti sociali dettati da principii di equità. Quanto alla tendenza a separare le varie decisioni di spesa e di risparmio, essa non è concettualmente lontana da quella legge psicologica che nel secolo scorso ispirò in Keynes l’idea di “propensione al consumo”. Infine, la tesi microeconomica di un “punto di riferimento” che governi l’agire umano fa a pugni con l’idea neoclassica dell’individuo razionale e massimizzante, mentre potrebbe conformarsi bene al concetto macroeconomico di “riproduzione” che è alla base delle moderne teorie marxiste del capitalismo e in particolare delle loro interpretazioni althusseriane.
Thaler, che ha memoria storica e non è un rozzo pratictioner, ha più volte tributato a Keynes e ad altri eretici la paternità di alcune idee oggetto dei suoi studi. In molte circostanze, inoltre, ha ingaggiato dispute serrate con vari studiosi neoclassici, evidenziando l’inconsistenza delle loro critiche al suo approccio. Al collega John Cochrane di Chicago, che considerava l’economia comportamentale troppo flessibile per rispettare il canone scientifico della falsificabilità, Thaler a muso duro ha ribattuto che la teoria neoclassica lo è molto di più, dal momento che i suoi esponenti pretendono di adeguarla ai dati empirici tramite ipotesi non verificate sul mutamento nel tempo delle preferenze degli individui. [3]
Nonostante la sua disponibilità a menzionare gli eretici e le sue controversie con i puristi dell’ortodossia neoclassica, sarebbe comunque sbagliato considerare Thaler un critico dell’economia dominante. Sul terreno della filosofia della scienza Thaler si dichiara scettico nei confronti delle rivoluzioni scientifiche, ritenendo più realistici i cambiamenti nella continuità causati dal mero ricambio generazionale degli studiosi. In questo senso, egli considera l’economia comportamentale come una naturale evoluzione della teoria neoclassica. Quest’ultima, non a caso, viene da lui confutata in molti suoi aspetti cruciali ma non per questo viene rigettata. Per Thaler, i modelli neoclassici del comportamento razionale possono esser considerati dei vecchi strumenti a “bassa tecnologia” che non hanno molta rilevanza nell’analisi del mondo reale ma che hanno avuto un ruolo importante per impostare le basi matematiche del discorso scientifico in economia. A suo avviso, quindi, l’equilibrio neoclassico non è un concetto fuorviante ma rappresenta un punto di partenza della ricerca, e in ogni caso costituisce un ideale normativo che dovrebbe guidare le decisioni di politica economica. E’ proprio in quest’ottica che egli imputa il successo dei contributi suoi e di Kahneman alla capacità di formalizzare l’esistenza di “errori” nel comportamento umano e di verificare quindi empiricamente il loro carattere “sistematico” con l’ausilio delle più svariate tecniche di indagine, dalle interviste in laboratorio ai più avanzati strumenti di neuroimaging. Dove gli “errori sistematici”, si badi bene, in molti casi sono espressamente intesi come deviazioni dal comportamento razionale e massimizzante che contraddistingue l’ipotetico homo oeconomicus neoclassico. [4]
L’idea di Thaler di considerare l’economia comportamentale come una naturale progenie della teoria neoclassica gli ha sicuramente permesso di far breccia tra gli economisti del mainstream e ha certamente contribuito a decretare il grande successo dei suoi contributi in campo accademico. La sua visione tuttavia non entusiasmerà quei neuroscienziati che stanno accumulando evidenze sulla incompatibilità di fondo del razionalismo neoclassico con i moderni studi sul funzionamento del cervello, né piacerà agli economisti che considerano la teoria neoclassica viziata da incoerenze logiche.
Una volta Robert Solow sostenne che i più accaniti neoclassici contemporanei, da Lucas a Sargent, dovrebbero esser trattati alla stregua di quel matto che si considera Napoleone e che desidererebbe intrattenerci in una discussione sulla battaglia di Austerlitz: così come sarebbe ridicolo cimentarsi con quest’ultimo in un serio confronto sui dettagli tattici di quel conflitto, così è da ritenersi assurdo seguire i primi due in una disputa sulle minuzie tecniche dei loro improbabili modelli [5]. Ebbene, parafrasando Solow, potremmo azzardare che Thaler e gli altri comportamentisti che insistono nel considerare l’equilibrio neoclassico come un ideale normativo, sembrano supporre che il sedicente Napoleone in fondo non sia tanto pazzo ma rappresenti piuttosto un saggio massimizzatore da emulare.
La decisione di stringere l’economia comportamentale nella camicia di forza dell’ideale normativo neoclassico sembra in qualche misura influenzare anche le proposte di politica economica di Thaler. Consideriamo ad esempio il problema dell’innovazione. Per l’economista americano si tratta di un’attività tipica dei privati, che non si addice alle competenze dello Stato. [6] Questa tesi sembra riflettere un pregiudizio tipico dei teorici neoclassici, che hanno sempre avuto difficoltà nell’inquadrare il processo innovativo nei loro modelli e che non a caso hanno ricevuto critiche documentate dagli studiosi evoluzionisti. [7]
Pensiamo poi alla celebre idea di Thaler secondo cui le autorità di policy dovrebbero aiutare con “spinta gentile” gli individui a rimediare alle loro deviazioni dall’ideale normativo del comportamento razionale. [8] Per contrastare la tendenza della popolazione a risparmiare troppo poco e a tenersi troppo alla larga dal mercato azionario, le autorità di governo potrebbero sfruttare l’abitudine inconscia degli individui ad adagiarsi sui “punti di riferimento” rappresentati dallo status quo e ad attivarsi solo raramente per mutarlo. Il legislatore potrebbe in tal senso stabilire che i lavoratori siano iscritti a determinati piani di investimento finanziario per default, ossia in modo automatico, a meno che gli stessi lavoratori non esigano espressamente che ciò non avvenga. Questa sorta di “paternalismo libertario”, come lo chiama Thaler, preserva il principio della libera decisione caro alla cultura anglosassone ma al tempo stesso consente alle autorità di accrescere i risparmi e la capitalizzazione di borsa fino ai valori ideali di “equilibrio”. Aumenterebbe così il benessere di lungo periodo della popolazione, al di là del livello che sarebbe raggiunto in assenza della “spinta gentile” del governo.
Adottate in varie salse negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le “spinte gentili” di Thaler hanno trovato qualche applicazione anche nell’Europa continentale e in Italia. Tuttavia, gli auspicati effetti sul volume totale di risparmio, sulla capitalizzazione di borsa e soprattutto sul benessere collettivo sono risultati piuttosto incerti, per usare un eufemismo.
A pensarci bene, lo stesso Thaler potrebbe trarre dalle sue letture e dai suoi stessi studi le ragioni degli scarsi risultati delle politiche da lui suggerite. Dopotutto, lui che ha manifestato grande apprezzamento verso la General Theory di Keynes, ricorderà certamente che una delle tesi chiave di quell’opera è che un aumento della propensione al risparmio degli individui non necessariamente accresce il risparmio totale, ma addirittura potrebbe deprimerlo.
Ma soprattutto, riguardo all’idea che un aumento dei flussi di reddito destinati al mercato azionario aumenterebbe il benessere collettivo, gli stessi studi di Thaler sollevano dubbi su tale proposizione. Basti ricordare che uno dei risultati più interessanti delle sue ricerche si muove lungo il solco dei fondamentali contributi di Robert Shiller in materia, e riguarda i dubbi sulla capacità del mercato finanziario di assegnare ai titoli un prezzo “giusto”. Ai profani Thaler usa spiegare questo risultato con un pittoresco aneddoto. All’indomani della decisione di Obama di allentare l’embargo e migliorare le relazioni con Cuba, un fondo mutualistico denominato CUBA fece registrare un improvviso ed enorme aumento dei rendimenti, che dura ancora oggi. Il bello è che, a dispetto del nome, quel fondo non aveva niente a che fare con l’isola socialista: nessun investimento, nessun finanziamento, nulla di nulla che riguardasse l’arcipelago caraibico. [8] Per Thaler questo è uno dei tanti indizi di irrazionalità del mercato finanziario. Se però egli reputa attendibili questi indizi, quale sia allora il senso delle “spinte gentili” da lui e da altri invocate per far precipitare i riluttanti lavoratori in quel luccicante manicomio dei prezzi che è la borsa resta un affascinante mistero.

 

*Università del Sannio

fonte: http://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/moneta-banca-finanza/nobel-2017-thaler-e-le-contraddizioni-della-spinta-gentile/

[1] The Big Short (2015). Directed by Adam McKay with Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling. Paramount pictures. https://www.youtube.com/watch?v=A25EUhZGBws.
[2] I riferimenti alle pubblicazioni scientifiche di Thaler sono riportati in: Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (2017), Richard Thaler: integrating economics with psychology, Royal Swedish Academy of Sciences, October 9.
[3] John Cassidy (2010), Interview with Richard Thaler, The New Yorker, January 21.
[4] Douglas Clement (2013), Interview with Richard Thaler, The Region, September.
[5] Klamer A. (1984). The new classical macroeconomics. Conversations with the new classical economists and their opponents, Brighton: Wheatsheaf Books.
[6] Richard Thaler (2009), A Public Option Isn’t a Curse, or a Cure, New York Times, August 15.
[7] Giovanni Dosi, Massimo Egidi (1991), Substantive and procedural Uncertainty. An exploration of economic behavior in changing environments, Journal of Evolutionary Economics, 1(2). Mariana Mazzuccato (2014), Lo stato innovatore, Laterza.
[8] Richard Thaler, Cass R. Sunstein (2009). Nudge. La spinta gentile. Feltrinelli.
[9] James Guszcza (2016). The importance of misbehaving. A conversation with Richard Thaler, Deloitte Review, 18.

Ogni grande opera dell’ingegno umano risente, inevitabilmente, del suo tempo. Questo è vero anche per Das Kapital, un monumento dell’ingegno umano che non perde forza né attualità con il passare del tempo, e semmai, sull’essenziale, ne acquista. E tuttavia chi lo affronta non può non sentire fin da subito, nella forma dell’esposizione anzitutto, l’eco delle dispute scientifiche e culturali di metà Ottocento. Non mi riferisco tanto allo stile della scrittura che ricevette un’impensabile stroncatura senza appello proprio dalla più acuta allieva di Marx, Rosa Luxemburg, che in una lettera del marzo 1917 ebbe a scrivere: “il famosissimo primo volume del Capitale di Marx, con il suo sovraccarico di ornamenti rococo in stile hegeliano, per me adesso è un orrore”1 . Mi riferisco piuttosto alla struttura, alla sequenza della esposizione della materia. E, nello specifico, al modo in cui la materia è organizzata e esposta nel I Libro. Pongo la questione nel modo più chiaro possibile: perché Marx comincia dalla immane raccolta di merci, cioè dal modo di produzione capitalistico già formato, dal capitale-merce come risultato del processo di sviluppo dei rapporti sociali capitalistici, e non invece dalla cosiddetta accumulazione originaria, e cioè dal punto di partenza del modo di produzione capitalistico? Cosa l’ha obbligato a fare questa scelta?

Marx, si sa, riprende nel 1867 lo schema di esposizione usato otto anni prima in Per la critica dell’economia politica, lo scritto che anticipa anche le battute iniziali del Capitale. E quello schema risponde al disegno di esporre una nuova concezione scientifica dei rapporti sociali capitalistici, della posizione che il lavoro, il lavoro salariato, il lavoro che crea valore di scambio, il valore di scambio stesso, il denaro hanno all’interno di detti rapporti. Tale disegno è concepito come il tentativo di sviluppare la scienza dell’economia politica attraverso il procedimento di critica dal suo interno (per dirla con Engels). È questa la vittoria teorica a cui Marx punta per il suo partito. E non era una vittoria facile da riportare. Anzitutto perché l’economia politica fino a Ricardo, pur con le sue incertezze, confusioni, errori (quale scienza non ne ha compiuti?), si era approssimata molto alla comprensione dei “misteri” del nuovo modo di produzione. E poi perché questa nuova formazione economico-sociale viveva in Europa, in quegli anni, il suo trionfo, e a mostrarne il “lato cattivo” erano stati fino ad allora, per lo più, teorici sognatori di un futuro immaginato astrattamente in nome di ideali di giustizia, del tutto a prescindere dai risultati del capitalismo, o affetti da una qualche nostalgia per le forme pre-capitalistiche di produzione, di scambio, di esistenza.

Marx, invece, è in dialogo e insieme in lotta con gli economisti borghesi su basi differenti, storico-materialiste, lontane tanto da astratti ideali di giustizia che da nostalgie del passato. La sua ipotesi di superamento del modo di produzione capitalistico si svolge, come si è detto, dall’interno stesso di esso e della dottrina economica che gli corrisponde. Non per nulla il sottotitolo del Capitale è il medesimo di otto anni prima: critica dell’economia politica, e non semplicemente critica dei rapporti di produzione e riproduzione propri del capitale. Ma da uomo di grandi sfide quale è, Marx non si accontenta di questo. Gli preme molto lanciare un’altra sfida contro coloro che vogliono affossare Hegel, e in particolare il portato rivoluzionario della sua logica dialettica, o che – contro le loro intenzioni – finiscono per svuotarla e ridicolizzarla. È una sfida teorica ad un tempo filosofica e politica, condotta per conto del materialismo storico e del movimento operaio, della “classe che tiene per mano l’avvenire”. L’autore di Das Kapital non accetta di fare solo un’opera di scienza economica, di una nuova economia che ha saputo sciogliere le contraddizioni in cui si era impaniata l’economia politica classica, valida di per sé, per il suo rigore, per la capacità di chiarire come stanno e vanno le cose nella più complessa, mistificata ed auto-mistificantesi forma di società mai esistita. Intende anche mostrare che la forza esplosiva del capitalismo, esplosiva sia nel moltiplicare la produttività del lavoro sia nella tensione a creare un compiuto mercato mondiale, apre la strada, con i suoi antagonismi, a una “organizzazione economica superiore della società”, al comunismo.

Molti documenti mostrano che Marx era pienamente cosciente delle grandi difficoltà dei primi capitoli del I Libro, e altrettanto preoccupato della cosa fino a riscriverne più volte alcuni passaggi. Mai però, a quel che si sa, ebbe in mente di modificare l’ordine della sua esposizione rispetto allo schema del 1859. Esso rimase l’identico anche quando decise di modificarne il metodo: invece che “salire dall’astratto al concreto” come nell’Introduzione del ’57, “salire dal particolare al generale”2 , cioè dalla merce, “forma elementare” della trama sociale capitalistica, verso la identificazione della “legge economica del movimento della società moderna” e delle sue interne contraddizioni. Perché una tale ostinazione a imporre ai suoi lettori una partenza che somiglia alla scalata di una parete di settimo grado senza preventivo riscaldamento? Proprio perché il Marx fondatore dell’economia politica critica vuole arrivare a chiudere definitivamente i suoi conti tanto con le dottrine economiche precedenti quanto con l’ultimo grande prodotto della filosofia, il nocciolo razionale della logica di Hegel, incorporandone i più alti risultati attraverso un’esposizione della materia economica effettuata in maniera dialettica.

Punta a conseguire questo risultato perché considera ancora vive queste due fonti di conoscenza. E sente di doverne rivendicare l’eredità contro gli epigoni dell’una e dell’altra, volgari sperperatori, per superarla. Rimasti impubblicati i Manoscritti economico-filosofici del 1843-1844, i Grundrisse, l’Introduzione alla critica dell’economia politica; essendo stato sostanzialmente ignorato lo scritto Per la critica dell’economia politica; è come se, nel 1867, Marx si presentasse per la prima volta sulla scena pubblica nella veste di scienziato materialista, critico-dialettico, del capitalismo e delle relative dottrine economiche. Ecco perché la sua lotta si svolge a partire dall’esame e dalla acuta rielaborazione delle categorie forgiate dall’economia politica classica intorno alle “cose” più elementari con cui ci si presenta la società del capitale, che in realtà non sono cose, bensì “rapporti tra persone e, in ultima istanza, tra classi”: la merce, il valore, il lavoro, il denaro. Con la sua magnifica scomposizione in successione di queste categorie e dei sottostanti rapporti storico-sociali che conduce, passo dopo passo, fino alla soglia del laboratorio segreto della produzione, all’interno del quale si potrà sciogliere l’enigma del plusvalore – il problema centrale la cui soluzione permette di afferrare i nessi interni della produzione capitalistica e il suo ulteriore svolgimento.

In questo modo di procedere l’elemento logico del metodo marxiano prevale su quello storico, e i fatti storici sono chiamati in causa, quando lo sono, principalmente per confermare gli assunti teorici. Sicché non è esagerato dire che nel Libro I la storia, con tutti i suoi rumori, compie la sua veemente irruzione soltanto nel cap. 8 dedicato alla giornata lavorativa, insieme con la guerra civile strisciante tra la classe capitalistica e la classe operaia intorno alla durata della giornata lavorativa. Le è permesso entrare in scena solo dopo che sono state messe a punto e a fuoco le lenti necessarie, ovvero le categorie (esse stesse storiche, però), atte a decifrarla.

In questo modo ha deciso di procedere Marx al 1867, o – meglio – già un decennio prima. E tutto ciò che possiamo fare è comprendere il perché la sua è stata una scelta per certi versi, con tutte le sue controindicazioni, obbligata. Questo obbligo deriva a Marx soprattutto dai suoi studi filosofici e delle dottrine economiche compiuti negli anni ’40 e ’50. È un obbligo che gli viene dal passato. È vero: i quaderni che contengono il materiale delle Teorie sul plusvalore sono stati redatti negli anni 1861-1863, ma la teoria marxiana del valore, del plusvalore e del denaro è già compiuta al 1859. E gli anni successivi al 1863 sono dedicati più alla definizione di un nuovo piano di esposizione della materia raccolta e alla infaticabile stesura e lisciatura del libro della sua vita, che a ulteriori indagini di teoria economica3 . Naturalmente le sue indagini di teoria economica non si sono arrestate, sono proseguite specie intorno alle questioni fondamentali relative alla riproduzione allargata del capitale e alla rendita fondiaria, ma credo si possa affermare che dalla metà degli anni ’60 in poi, anche a causa dell’impegno nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, il baricentro degli ininterrotti studi di Marx si sposta dalle dottrine economiche all’indagine storica. Dopo quelli giovanili con il diritto, anche i conti con la filosofia e con l’economia politica sono stati, per l’essenziale, chiusi. Ora è sulla storia delle forme di società antecedenti al modo di produzione capitalistico, sulla dinamica della sua formazione in antagonismo con esse, e sulla transizione dal capitalismo al socialismo, che Marx si concentra progressivamente. Lo spostamento è registrabile già, in prima battuta, nella sua cura dell’edizione francese del Capitale (del periodo 1872-1875), che contiene aggiunte relative quasi esclusivamente alla VII Sezione dedicata all’accumulazione e in particolare all’accumulazione originaria4 .

E ora, grazie all’importante libro di Kevin Anderson, Marx at the margins, e alle ricerche di altri studiosi5 , ci è del tutto chiara la crescente applicazione di Marx all’indagine storico-antropologica sulle formazioni sociali pre-capitaliste e sui paesi sottoposti al dominio coloniale europeo. Ed è chiaro l’impatto di questi studi sulla sua concezione generale dei processi storici, sulla stessa ricollocazione del capitalismo in una complessa, non lineare, successione di modi di produzione, oltre che – si capisce – sulle sue posizioni politiche in materia di lotte anti-coloniali.

Ciò detto, vengo alla questione: avrebbe senso oggi, nella esposizione critica di ciò che il capitale è, partire ancora una volta, come nel 1867, dalla merce e dalla sua scomposizione, da quel tipo di fenomenologia? La mia risposta è: decisamente no. Per la semplice ragione che la duplice battaglia con l’economia politica e gli eredi/dissipatori o i liquidatori del pensiero di Hegel, fondamentale nel momento in cui fu data, appartiene interamente al passato. È un capitolo totalmente chiuso. Marx è vivo, i suoi avversari in dottrina del 1867 sono sottoterra da un bel pezzo. E non ci sarà per loro alcuna chance di risorgere.

L’economia politica ufficiale ha perduto, non da oggi, ogni possibilità di rivendicare lo statuto di scienza. Lo ha fatto abbandonando la teoria del valore-lavoro, per volgersi in direzione del valore-utilità e poi della utilità marginale, con un capovolgimento soggettivista dell’analisi economica, accompagnata dalla paradossale ipotesi di un sistema in totale equilibrio e di una struttura produttiva statica. Per questa via si è sempre più allontanata dalla realtà effettiva del capitalismo, percorso nel ventesimo e ventunesimo secolo da dinamiche di crescita e di crisi sempre più violente e sregolate, e sempre più dominate dalla ossessiva ricerca del profitto fino al punto da ipotecare, attraverso l’abnorme rigonfiamento del capitale fittizio, lo sfruttamento del lavoro di molte generazioni a venire.

L’economia politica classica non aveva avuto timore di guardare in faccia le contraddizioni del capitale. L’economia neo-classica, al contrario, le scansa, le nasconde. E questa linea di marcia si è radicalizzata con l’avvento della dottrina neo-liberista. Come ha notato I. Mészáros, il pensiero del più celebrato dei dottrinari neo-liberali, von Hayek, è un esempio di teoria pseudo-scientifica, astorica, irrazionale fino al punto da respingere la stessa fattibilità di una analisi condotta in termini di causa-effetto e concepire il lavoro come prodotto del capitale, invertendo così un dato elementare di realtà. Quando si arriva ad affermare, come Hayek fa, che “il compito singolare dell’economia è di mostrare agli uomini quanto poco realmente essi sanno su ciò che credono di poter pianificare”; quando non ci si vergogna di sostenere che ogni macro-economia è razionalmente impossibile; siamo fuori, evidentemente, da qualsiasi possibilità di confronto razionale. Siamo nell’apologia più tautologica e cinica del capitale6 . Del resto la più rilevante opera di teoria economica del ventesimo secolo, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, ad onta della pretesa del suo autore che la credette rivoluzionaria nel campo della dottrina, è un’opera che, alla fin fine, attiene più alla politica economica che alla teoria economica. Quanto alla comprensione del capitalismo, non aggiunge assolutamente nulla rispetto a ciò che l’economia politica classica e la critica marxiana di essa avevano già detto. Non serviva certo la saggezza di Lord Keynes per scoprire il carattere anti-scientifico della teoria dell’equilibrio economico.

Allo stesso modo la filosofia non mi pare certo resuscitata dal coma profondo in cui è caduta precipitando rovinosamente a valle dalle vette raggiunte con Spinoza, Kant e Hegel. Nulla più della straordinaria fortuna di cui ha goduto, in Italia almeno, Heidegger sta a provarlo. La potenza teorica della sua filosofia sta tutta e solo nel conio di una infinita serie di formule inestricabili e tautologiche, che possono significare infinite cose senza dirne mai precisamente nessuna, nella sua capacità di trasfigurare, adulterare, cancellare ogni singolo problema ‘analizzato’, nel suo girarsi e rigirarsi in eterni esercizi preliminari che non ci danno mai il contenuto di verità, cioè il contenuto di realtà, delle categorie entro cui si svolgono come tante volute di fumo. Un vero e proprio labirinto da cui si esce esausti e frastornati, senza un solo elemento di conoscenza in più di quelli già posseduti in partenza7 , anzi con un effetto ricercato di allontanamento dall’essere sociale realmente esistente in quel dato tempo, causato dal tentativo di sterilizzare in modo apparentemente indolore ogni capacità critica. Ecco perché non avrebbe senso intraprendere una battaglia con delle oscure ombre prive di vitalità e di significato, né – tanto meno – ‘civettare’ con il loro linguaggio o, peggio ancora, con il loro metodo. Ecco anche perché la rilettura filosofica del Capitale promossa da Althusser a metà anni ’60 è stata così sterile, lasciando in eredità solo un’inconsistente e ancora una volta accademica opposizione tra il ‘primo’ e il ‘secondo’ Marx. C’era e c’è bisogno semmai, di una lettura del Capitale più marcatamente storico-sociale, volta a dimostrare come e perché il retroterra di questa opera sia una visione del processo storico dell’avvento del capitalismo come totalità, come economia mondiale, e quanto essa sia stata in grado di anticipare, nell’essenziale, gli svolgimenti contemporanei del capitalismo.

Al 2017 l’esposizione del I Libro, questa è la mia tesi, dovrebbe cominciare con il cap. XXIV, quello sulla accumulazione originaria, privilegiando – nel suo punto di partenza – il metodo storico su quello logico. Perché dal punto di vista della critica dello stato di cose presenti, la prima e più importante contesa teorica che oggi è da condurre è quella intorno alla storicità e caducità del modo di produzione capitalistico, e intorno all’avvitamento catastrofico dei suoi antagonismi con il lavoro sociale e la natura (non umana). Infatti il formidabile, e compattissimo, sforzo ideologico compiuto negli ultimi decenni dai mandarini del capitale globale è stato volto a dimostrare che non esiste una alternativa storica al capitalismo, che esso – pur con i suoi difetti – rimane il modo di organizzazione e riproduzione della vita sociale di gran lunga migliore. Tale, perché corrisponde, in ultima analisi, alla natura umana (si è scoperto perfino un tasso naturale di disoccupazione…). E la più naturale delle sue dimensioni è proprio quella del mercato, a condizione di farlo agire in piena libertà, senza gli intralci posti dai sindacati (cioè dai lavoratori) e dagli stati. Il tracollo del cosiddetto socialismo reale e delle relative giustificazioni teoriche ha creato le condizioni ideali affinché questa colossale catena di menzogne si imponesse ai più, non solo nel campo della teoria, come un incontrovertibile seguito di verità auto-evidenti che non hanno bisogno di essere dimostrate.

Affrontare l’indagine sul capitale partendo dalla sua genesi storica concreta sarebbe oggi di grande utilità per molteplici motivi. Innanzitutto perché consentirebbe di vedere come per Marx il terreno di formazione del modo di produzione capitalistico è fin dagli inizi mondiale, l’Inghilterra e, nello stesso tempo, l’Irlanda, le Indie, la Cina. Nello stesso tempo, ma non nello stesso modo, perché dall’inizio si configura l’esistenza di un ‘centro’ e delle ‘periferie’, legati da un meccanismo, quello della accumulazione di capitale, combinato e disuguale. E, a smentita della visione armonica della formazione del mercato mondiale tipica dell’economia politica classica, il colonialismo, il “sistema coloniale“, è presentato da Marx come un elemento fondamentale della accumulazione originaria, e tale è rimasto tutt’oggi nelle forme solo in parte nuove di neo-colonialismo finanziario e termo-nucleare. In secondo luogo perché fa toccare con mano, attraverso l’appassionante cronaca storica, quanto il punto di partenza del modo di produzione capitalistico, nonché il suo ritornante modus operandi, sia stato la “separazione tra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro”, e “la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale” – un processo che oggi, sotto i nostri occhi spesso disattenti a ciò che accade nelle campagne del mondo, espelle da esse decine di milioni di piccoli produttori l’anno e li costringe alle migrazioni interne e internazionali. Inoltre, quel grande affresco storico e teorico mostra il ruolo determinante svolto a sostegno del capitale nascente sia dagli stati che dalla violenza statale e privata contro i produttori diretti, gli schiavi neri e i popoli colonizzati, mettendo così in berlina ogni rappresentazione mitico-idilliaca e meramente spontanea di quei natali. In tal modo rende possibile osservare come i metodi caratteristici della cosiddetta accumulazione primitiva si ripetono ancora oggi quando il capitale globale continua a saccheggiare la natura nei continenti di colore e si appropria della loro forza-lavoro composta di contadini e braccianti strappati dalla terra attraverso la coercizione economica e extra-economica, senza sopportarne i costi di formazione e riproduzione.

Né finisce qui, perché prendere le mosse dal complesso processo storico-globale di formazione del capitalismo fornisce un aiuto determinante a metterlo in prospettiva, a collocarlo cioè tra un passato pre-capitalistico e un futuro non solo post, ma anti-capitalistico, nel quale la proprietà capitalistica sarà trasformata in “proprietà sociale”, fondata “sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”. Anche nel cap. XXIV ci imbattiamo nella logica dialettica hegeliana, ma la negazione della negazione è in questo caso riferita, in modo globale, al sistema sociale nel suo complesso.

L’effetto attualizzante del Libro I risulterebbe ulteriormente potenziato, a mio avviso, se prima di addentrarci nella necessaria analisi della merce Marx potesse presentarci anche, come fa nel cap. XXIII, la legge generale, addirittura “assoluta” (parola davvero inusuale in lui!), dell’accumulazione capitalistica, la produzione progressiva di un esercito proletario di riserva tendenzialmente sempre più ampio – la legge che in questo avvio di ventunesimo secolo si impone, nei suoi macroscopici risvolti pratici, anche a chi voglia ostinatamente negare per partito preso gli antagonismi propri di questa forma di società. A loro modo infine, i due grandi capitoli conclusivi del Libro I, con il supplemento utile del cap. XXV, anticipano in certa misura il tema cruciale della riproduzione allargata, del capitale totale sociale, consentendo di gettare uno sguardo sul futuro, sul nostro presente cioè, attraverso il processo di centralizzazione del capitale e il sistema (divenuto ormai ipertrofico) del debito statale.

Del resto, il piano di esposizione completo e definitivo annunciato da Marx nel 1859 prevedeva, oltre i libri sul capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato, altri tre libri, che purtroppo non abbiamo, sullo Stato, sul commercio estero e sul mercato mondiale. E che non si sarebbe trattato di semplici accessori, lo si capisce proprio dall’ex-capitolo XXIV, ora diventato (in questa proposta) il nuovo I capitolo del Libro I, quello sulla accumulazione primitiva, che contiene una pagina memorabile in cui sono ben presenti anche i tre libri mancanti del Capitale:

«La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva commerciale di caccia delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idilliaci sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proprozioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, ecc.

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi.»

In questo dipinto michelangiolesco dell’aurora dell’era capitalistica della storia mondiale si staglia nitida la sanguinaria figura-chiave dello Stato, a demolire anticipatamente la sfacciata apologia della libera iniziativa propria del pensiero neo-liberista, e borghese in generale. Senza lo Stato, senza la sua violenza concentrata e organizzata, esercitata tanto sui piccoli produttori europei quanto – e più brutalmente ancora – sulle popolazioni lavoratrici dei continenti colonizzati, quanto infine sui concorrenti capitalisti, niente capitale! Ieri come oggi. Perché in questa aurora si possono cogliere anche i tratti del lungo, fosco tramonto, in cui siamo immersi, del capitalismo reale, che – nel corso del suo secolare sviluppo – è rimasto retto dalle medesime “leggi di movimento” magistralmente identificate da Marx. Così ristrutturata la partenza della sua esposizione, viene proprio da dire: centocinquanta anni, e non li dimostra affatto!

(*) Testo presentato ad un convegno sui 150 anni dalla pubblicazione del Libro I del Capitale, organizzato alla York University di Toronto da Marcello Musto.

Note

1 Cfr. Rosa Luxemburg, a cura di L. Basso, Mondadori, Milano, 1977, p. 18. La lettera, dell’8 marzo 1917, è spedita all’amico Hans Diefenbach, a cui chiede un giudizio sulla sua Anticritica, presentata implicitamente come esempio di uno stile semplice e calmo.

2 Sottolinea questo passaggio e la complessità del metodo di esposizione adoperato da Marx nel Capitale, M. Musto, Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 99 ss. Per R. Rosdolsky è Marx stesso a presentare il suo modo di procedere come un cammino dalla superficie dei rapporti economici “all’intima, essenziale, ma nascosta struttura fondamentale di questi rapporti e al concetto che ad essi corrisponde”: Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Laterza, Roma-Bari, 1975, vol. I, pp. 76-77.

3 Negli anni successivi alla pubblicazione del Libro I, lasciando da parte il lavoro di rielaborazione dei materiali per Das Kapital, si segnalano solo due nuovi scritti di ‘pura’ teoria economica per mano di Marx: Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente (del 1875) e le Glosse marginali al “Manuale di economia politica” di Wagner (del 1879-1880).

4 Cfr. la prefazione di Engels alla terza edizione di Das Kapital. È da notare che secondo Marx l’edizione francese della sua opera aveva “un valore scientifico indipendente dall’originale”.

5 Penso a R. Dunayevskaya, L. Krader, M. Musto, M. Kraetke, L. Pradella ed altri studiosi ancora.

6 cfr. I. Mészáros, Oltre il Capitale. Verso una teoria della transizione, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2016, pp. 129 ss.

7 Riprendo qui alcuni spunti della pungente critica svolta da A. Berardinelli, I rumori dell’Essere. Heidegger, Derrida, Severino, “Diario”, anno IV, n. 6, giugno 1988, pp. 49 ss. E tuttavia ha ragione G. La Guardia quando sottolinea che Essere e tempo di Heidegger non è solo vuoto rumore, ha una precisa “ispirazione espressamente antimaterialistica”, avendo come suo “obiettivo strategico” (da colpire), per quanto non dichiarato, il marxismo: cfr. Le Dieu caché. Sociologia del dio nascosto, in J. Ferrari (sotto la direzione di), Le Baroque, Figures Libres, Dijon, 2003.

fonte:https://www.sinistrainrete.info/marxismo/10091-pietro-basso-se-il-capitale-fosse-stato-scritto-oggi.html

 

There are crimes without victims and crimes without criminals. Financial crime belongs to the second type, as responsibilities for crises, crashes, bubbles, misconduct, or even fraud, are difficult to establish. The historical process that led to the disappearance of offenders from the financial sphere is fascinating.
In the Christian consciousness love for money was seen as a repugnant signal of greed and an obstacle to salvation: “No one can serve two masters: you cannot serve both God and Money”. This biblical precept, however, was accompanied by the ambiguous command: “Render unto Caesar the things which are Caesar’s, and unto God the things that are God’s”. St Francis was well aware of the threat hidden behind this dictum, as Christians might interpret it as a justification to establish the separate kingdom of Mammon. Usurers, however, were deemed ‘financial sinners’, offenders whose earnings relied upon the exploitation of time, their finances being valorized through deferral. This was a sacrilege: time belongs to God. Eventually usury was able to move freely in the Christian conscience when, as historian Jacques Le Goff suggests, the invention of Purgatory made it a venial and redeemable sin.
There were no sinners or criminals behind the financial bubble caused by the Dutch ‘tulip mania’ in the late 1630s, when a bulb of the magnificent semper augustus reached the value of a Rembrandt’s painting. Nor was any form of criminal activity detected in similar crises occurring in Paris and London, where at most the culprits were identified as gullible investors who thought they could amass wealth overnight. Whether buying flowers or stocks, investors were the victims of ineluctable natural causes, calamities that they attracted onto themselves through their own idiocy and, as Jeremy Bentham explained, no legislation can be designed to protect idiots.
Later we keep encountering crises, not sins, let alone crimes. The UK Bubble Act 1720 attempted to regulate financial practices and prevent manias. But after it was repealed in 1825, railways, robber barons, and crooks became the protagonists of the century. The collapse of the Royal British Bank and the Tipperary Bank occurred while, across the ocean, the careers of legendary tycoons such as Jay Gould, Cornelius Vanderbilt and John D. Rockefeller were in full swing. Smaller operators or petty embezzlers were targeted, while leading businessmen were condoned. Those described as villains managed to establish a reputation as generous philanthropists, and as the wealthy Christians of the past atoned through monetary donations, the new rich set up charitable organizations. The blame for financial criminality shifted more decisively towards its victims, namely imprudent and insatiable investors who engaged in what were blatantly fraudulent initiatives.
Blaming the victims continued for decades, leading some commentators to equate financial crime to rape, and Positivist criminologists to coin the term ‘criminaloid’. How many ‘criminaloids’ were responsible for the crisis of 1929 is hard to tell. When Wall Street collapsed it became clear that innovative financial strategies had mingled with unlawful schemes, creating openings for adventurers and swindlers. In criminology the concept of ‘white-collar crime’ was forged, and offenders of high social status and respectability were finally included among its objects of study. John Maynard Keynes, who lost a remarkable portion of his investments during the crisis, described it as one of the greatest economic catastrophes of modern history, a colossal muddle showing how easy it is to lose control of “a delicate machine, the working of which we do not understand”.
The Marshal Plan activated after WW2 helped to rebuild the economy in some European countries, but simultaneously gave rise to illicit appropriation of large sums and the creation of slush funds financing political parties loyal to the USA.
The names of Drexel, Milken, Maxwell, and Leeson marked the 1980s and 1990s, when the prosecution of some conspicuous villains did not alter the perception that criminal imputations in the financial sphere are inappropriate. This sphere, it was intimated, contains its own regulatory mechanism allowing for the harmless co-existence of self-interested actors. WorldCom, Enron, Parmalat and Madoff belong to the current century, which reveals how regulatory mechanisms are sidelined by networks of greed involving bankers, politicians, and auditors.
The 2008 crisis, finally, proves how specific measures aimed at avoiding future crises are criticized or rejected in the name of market freedom. Commenting on the crisis, Andrew Haldane, an Executive Director of the Bank of England, inadvertently reiterated Keynes’ notion that knowledge of the financial world is poor and that not criminals but individuals immersed in uncertainty populate it: mistakes are made, but they are ‘honest’, not fraudulent mistakes, and anyone could make them given how uncertain that world is.
When the Panama Papers were released, rather than uncertainty, one certainty came to light: crimes without criminals occur in grey areas where tax evasion, bribes, money laundering, and all other forms of ‘dirty money’ constitute the hidden wealth of nations.

*Vincenzo Ruggiero is professor of Sociology and Criminology at Middlesex University in London. He is the author of Dirty Money: On Financial Delinquency.

source: https://blog.oup.com/2017/02/financial-crime-without-criminals/

In Abruzzo sono decenni che rischi noti vengono ignorati. Per l’area del Rigopiano la prima mappa elaborata dalla Regione Abruzzo che segnalava criticità importanti è del periodo 1989-1991 ed è stata ripresa tale e quale e, quindi, confermata dalla Giunta Regionale abruzzese con tanto di delibera il 27/12/2007, la n.1383, con cui è stato adottato il Piano di Assetto Idrogeologico.

Le due carte ufficiali mostrano inequivocabilmente che l’hotel Rigopiano è costruito al centro di un’area con colate detritiche, dette conoidi. Sorge, cioè, su un’area rialzata formata proprio dai detriti che arrivano giù dal canalone a monte dell’albergo. Il fatto che ci fosse una struttura preesistente non vuol dire granché perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi possono essere più lunghi di qualche decina di anni. Un po’ come avviene per le piene dei fiumi, ci sono gli eventi che mediamente avvengono ogni 50 anni, quelli più importanti che avvengono ogni 100 anni e poi quelli estremi che possono avvenire ogni 500 anni e che raggiungono aree che sembravano ai non addetti ai lavori tranquille.

Le carte del rischio tengono appunto conto di questa periodicità perimetrando aree sempre più vaste al crescere del tempo di ritorno. I geologi identificano le aree di rischio non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto basandosi su alcune caratteristiche specifiche del terreno cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. E lì questi segnali dovevano essere evidentissimi, tanto che da decenni sono evidenziati sulle mappe ufficiali.

D’altro lato, senza conoscere queste carte che oggi divulghiamo, solo interpretando le foto aeree, in questi giorni questo processo lo hanno spiegato benissimo diversi geologi. Ora abbiamo anche le mappe che dicono che gli enti avevano almeno gli elementi conoscitivi. Riportati ufficialmente.

Insomma, al momento della ristrutturazione principale avvenuta circa dieci anni fa, che ha ampliato le capacità ricettive della struttura e quindi il rischio intrinseco, c’erano tutti gli elementi, sia sul terreno, sia nelle carte, per accorgersi dei problemi. Negli atti del procedimento amministrativo della ristrutturazione dell’albergo sarà interessante verificare cosa vi è scritto, visto che il Decreto 11/03/1988 dal titolo evocativo “Norme tecniche riguardanti le indagini sui terreni e sulle rocce, la stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione, l’esecuzione e il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere di fondazione. Istruzioni per l’applicazione obbliga a rilevare anche questi aspetti ed evidenziarne i potenziali effetti.

Purtroppo, però, nel quadro risalta anche la gravissima omissione della regione Abruzzo che si era dotata di una legge sulle valanghe 25 anni fa, la n.47/1992, in cui si prevedeva l’inedificabilità per le aree a rischio potenziale di caduta e la chiusura invernale delle strutture preesistenti in caso di pericolo. La mappa in 25 anni non è stata mai redatta. Magari perché crea problemi a progetti infrastrutturali in montagna, anche quelli recentemente messi in cantiere dal Masterplan della Regione Abruzzo? I documenti sono lì, sul sito WEB della Regione, disponibili a tutti, li abbiamo trovati in pochi minuti. Basta voler cercare.

Volevamo aspettare qualche giorno per rispetto per le vittime e i soccorritori, sperando in ulteriori salvataggi, ma con l’inchiesta della Procura è bene divulgare questa documentazione. Ovviamente in queste ore stiamo predisponendo note ufficiali con tutti i particolari.

Se siamo sorpresi? Amaramente possiamo dire che per noi è routine trovare casi del genere, addirittura anche in Parchi nazionali, come in questo caso. Speriamo che non vi sia l’ipocrisia di nascondere la realtà: tutti giorni in Abruzzo la tutela di cose e persone dal rischio viene dopo i profitti e le grandi opere. Il caso del Rigopiano nasce da un brodo di coltura, con miriadi di casi di opere realizzate in aree rischiose da cui poi emerge la singola tragedia.

Vogliamo dire che l’ultimo grande elettrodotto abruzzese, il Villanova – Gissi di Terna, inaugurato a febbraio 2016, ha 55 tralicci su 150 in aree a rischio frana o esondazione? Tutto con il timbro del Ministero dell’Ambiente e con il paradosso che ancora oggi l’Autorità di bacino sta facendo a posteriori i controlli che dovevano essere preventivi.

Oppure vogliamo parlare della più grande opera pubblica del Masterplan in appalto dall’ANAS proprio in questi giorni, la Fondovalle Sangro, una semplice strada extraurbana che anche noi reputiamo necessaria ma che costerà il triplo rispetto ai costi standard, 190 milioni di euro per 5 km, la spropositata cifra di 36 milioni di euro a km. Perché? L’ANAS e la Regione Abruzzo hanno consapevolmente deviato il tracciato esistente che poteva essere ammodernato cambiando versante e puntando esattamente verso aree mappate con frane addirittura attive. Un’opera osannata su cui nessuno, tranne noi, visti pure con fastidio dal presidente della Regione, sta chiedendo le ragioni di queste scelte che determinano anche pesantissime conseguenze economiche.

Oppure la variante Sud, addirittura a L’Aquila, dal costo di decine di milioni di euro, con un tracciato propugnato dall’ANAS e dal Presidente D’Alfonso in piena area di massimo rischio di esondazione dell’Aterno, contrastata dal basso solo da qualche sindaco e dai comitati. Sul nuovo porto canale di Pescara solo un mese fa l’Autorità di bacino ha risposto sui nostri dubbi sulla potenziale sovrapposizione di una piena del Pescara con il moto ondoso che potrebbe mettere a rischio esondazione un’intera città sostenendo che la concomitanza di questi due eventi è ‘remota’. Abbiamo pure risposto che ciò che è all’inizio è improbabile diventa poi triste realtà.

Nulla, sono andati avanti lo stesso. Constatiamo amaramente che spesso anche le Procure, cui segnaliamo questi casi, non intervengono con la dovuta durezza, magari perché consapevoli che potenziali reati ambientali o della pubblica amministrazione si prescrivono in un batter d’occhio. Siamo tristemente consapevoli di lavorare già su progetti che forse porteranno a qualche tragedia tra dieci -venti anni.

 

Dobbiamo finirla, si rivedano le scelte e le priorità. Con i fatti.

*Segreteria Operativa Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua

Si allegano:   http://autoritabacini.regione.abruzzo.it/index.php/carta-geomorfologica-pai

L’anno scorso la signora Lagarde in un’intervista affermò che la crescita del PIL mondiale era mediocre e tale sarebbe rimasta fino al 2020, dopo non era dato sapere cosa sarebbe accaduto. Quest’anno l’elegantissima signora ha espresso posizioni analoghe, di rincalzo la capo economista dell’OCSE, signora Mann, ha detto che siamo prigionieri di una crescita bassa e per il 2016 la previsione è ridotta al 2,9% (precedente 3,1%). Non ci si azzarda a parlare di stagnazione secolare come fa Larry Summers (e non solo lui), ma il concetto è sostanzialmente simile, si cresce poco e male [..]

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