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Amici, colleghi, compagni

Ogni grande opera dell’ingegno umano risente, inevitabilmente, del suo tempo. Questo è vero anche per Das Kapital, un monumento dell’ingegno umano che non perde forza né attualità con il passare del tempo, e semmai, sull’essenziale, ne acquista. E tuttavia chi lo affronta non può non sentire fin da subito, nella forma dell’esposizione anzitutto, l’eco delle dispute scientifiche e culturali di metà Ottocento. Non mi riferisco tanto allo stile della scrittura che ricevette un’impensabile stroncatura senza appello proprio dalla più acuta allieva di Marx, Rosa Luxemburg, che in una lettera del marzo 1917 ebbe a scrivere: “il famosissimo primo volume del Capitale di Marx, con il suo sovraccarico di ornamenti rococo in stile hegeliano, per me adesso è un orrore”1 . Mi riferisco piuttosto alla struttura, alla sequenza della esposizione della materia. E, nello specifico, al modo in cui la materia è organizzata e esposta nel I Libro. Pongo la questione nel modo più chiaro possibile: perché Marx comincia dalla immane raccolta di merci, cioè dal modo di produzione capitalistico già formato, dal capitale-merce come risultato del processo di sviluppo dei rapporti sociali capitalistici, e non invece dalla cosiddetta accumulazione originaria, e cioè dal punto di partenza del modo di produzione capitalistico? Cosa l’ha obbligato a fare questa scelta?

Marx, si sa, riprende nel 1867 lo schema di esposizione usato otto anni prima in Per la critica dell’economia politica, lo scritto che anticipa anche le battute iniziali del Capitale. E quello schema risponde al disegno di esporre una nuova concezione scientifica dei rapporti sociali capitalistici, della posizione che il lavoro, il lavoro salariato, il lavoro che crea valore di scambio, il valore di scambio stesso, il denaro hanno all’interno di detti rapporti. Tale disegno è concepito come il tentativo di sviluppare la scienza dell’economia politica attraverso il procedimento di critica dal suo interno (per dirla con Engels). È questa la vittoria teorica a cui Marx punta per il suo partito. E non era una vittoria facile da riportare. Anzitutto perché l’economia politica fino a Ricardo, pur con le sue incertezze, confusioni, errori (quale scienza non ne ha compiuti?), si era approssimata molto alla comprensione dei “misteri” del nuovo modo di produzione. E poi perché questa nuova formazione economico-sociale viveva in Europa, in quegli anni, il suo trionfo, e a mostrarne il “lato cattivo” erano stati fino ad allora, per lo più, teorici sognatori di un futuro immaginato astrattamente in nome di ideali di giustizia, del tutto a prescindere dai risultati del capitalismo, o affetti da una qualche nostalgia per le forme pre-capitalistiche di produzione, di scambio, di esistenza.

Marx, invece, è in dialogo e insieme in lotta con gli economisti borghesi su basi differenti, storico-materialiste, lontane tanto da astratti ideali di giustizia che da nostalgie del passato. La sua ipotesi di superamento del modo di produzione capitalistico si svolge, come si è detto, dall’interno stesso di esso e della dottrina economica che gli corrisponde. Non per nulla il sottotitolo del Capitale è il medesimo di otto anni prima: critica dell’economia politica, e non semplicemente critica dei rapporti di produzione e riproduzione propri del capitale. Ma da uomo di grandi sfide quale è, Marx non si accontenta di questo. Gli preme molto lanciare un’altra sfida contro coloro che vogliono affossare Hegel, e in particolare il portato rivoluzionario della sua logica dialettica, o che – contro le loro intenzioni – finiscono per svuotarla e ridicolizzarla. È una sfida teorica ad un tempo filosofica e politica, condotta per conto del materialismo storico e del movimento operaio, della “classe che tiene per mano l’avvenire”. L’autore di Das Kapital non accetta di fare solo un’opera di scienza economica, di una nuova economia che ha saputo sciogliere le contraddizioni in cui si era impaniata l’economia politica classica, valida di per sé, per il suo rigore, per la capacità di chiarire come stanno e vanno le cose nella più complessa, mistificata ed auto-mistificantesi forma di società mai esistita. Intende anche mostrare che la forza esplosiva del capitalismo, esplosiva sia nel moltiplicare la produttività del lavoro sia nella tensione a creare un compiuto mercato mondiale, apre la strada, con i suoi antagonismi, a una “organizzazione economica superiore della società”, al comunismo.

Molti documenti mostrano che Marx era pienamente cosciente delle grandi difficoltà dei primi capitoli del I Libro, e altrettanto preoccupato della cosa fino a riscriverne più volte alcuni passaggi. Mai però, a quel che si sa, ebbe in mente di modificare l’ordine della sua esposizione rispetto allo schema del 1859. Esso rimase l’identico anche quando decise di modificarne il metodo: invece che “salire dall’astratto al concreto” come nell’Introduzione del ’57, “salire dal particolare al generale”2 , cioè dalla merce, “forma elementare” della trama sociale capitalistica, verso la identificazione della “legge economica del movimento della società moderna” e delle sue interne contraddizioni. Perché una tale ostinazione a imporre ai suoi lettori una partenza che somiglia alla scalata di una parete di settimo grado senza preventivo riscaldamento? Proprio perché il Marx fondatore dell’economia politica critica vuole arrivare a chiudere definitivamente i suoi conti tanto con le dottrine economiche precedenti quanto con l’ultimo grande prodotto della filosofia, il nocciolo razionale della logica di Hegel, incorporandone i più alti risultati attraverso un’esposizione della materia economica effettuata in maniera dialettica.

Punta a conseguire questo risultato perché considera ancora vive queste due fonti di conoscenza. E sente di doverne rivendicare l’eredità contro gli epigoni dell’una e dell’altra, volgari sperperatori, per superarla. Rimasti impubblicati i Manoscritti economico-filosofici del 1843-1844, i Grundrisse, l’Introduzione alla critica dell’economia politica; essendo stato sostanzialmente ignorato lo scritto Per la critica dell’economia politica; è come se, nel 1867, Marx si presentasse per la prima volta sulla scena pubblica nella veste di scienziato materialista, critico-dialettico, del capitalismo e delle relative dottrine economiche. Ecco perché la sua lotta si svolge a partire dall’esame e dalla acuta rielaborazione delle categorie forgiate dall’economia politica classica intorno alle “cose” più elementari con cui ci si presenta la società del capitale, che in realtà non sono cose, bensì “rapporti tra persone e, in ultima istanza, tra classi”: la merce, il valore, il lavoro, il denaro. Con la sua magnifica scomposizione in successione di queste categorie e dei sottostanti rapporti storico-sociali che conduce, passo dopo passo, fino alla soglia del laboratorio segreto della produzione, all’interno del quale si potrà sciogliere l’enigma del plusvalore – il problema centrale la cui soluzione permette di afferrare i nessi interni della produzione capitalistica e il suo ulteriore svolgimento.

In questo modo di procedere l’elemento logico del metodo marxiano prevale su quello storico, e i fatti storici sono chiamati in causa, quando lo sono, principalmente per confermare gli assunti teorici. Sicché non è esagerato dire che nel Libro I la storia, con tutti i suoi rumori, compie la sua veemente irruzione soltanto nel cap. 8 dedicato alla giornata lavorativa, insieme con la guerra civile strisciante tra la classe capitalistica e la classe operaia intorno alla durata della giornata lavorativa. Le è permesso entrare in scena solo dopo che sono state messe a punto e a fuoco le lenti necessarie, ovvero le categorie (esse stesse storiche, però), atte a decifrarla.

In questo modo ha deciso di procedere Marx al 1867, o – meglio – già un decennio prima. E tutto ciò che possiamo fare è comprendere il perché la sua è stata una scelta per certi versi, con tutte le sue controindicazioni, obbligata. Questo obbligo deriva a Marx soprattutto dai suoi studi filosofici e delle dottrine economiche compiuti negli anni ’40 e ’50. È un obbligo che gli viene dal passato. È vero: i quaderni che contengono il materiale delle Teorie sul plusvalore sono stati redatti negli anni 1861-1863, ma la teoria marxiana del valore, del plusvalore e del denaro è già compiuta al 1859. E gli anni successivi al 1863 sono dedicati più alla definizione di un nuovo piano di esposizione della materia raccolta e alla infaticabile stesura e lisciatura del libro della sua vita, che a ulteriori indagini di teoria economica3 . Naturalmente le sue indagini di teoria economica non si sono arrestate, sono proseguite specie intorno alle questioni fondamentali relative alla riproduzione allargata del capitale e alla rendita fondiaria, ma credo si possa affermare che dalla metà degli anni ’60 in poi, anche a causa dell’impegno nell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, il baricentro degli ininterrotti studi di Marx si sposta dalle dottrine economiche all’indagine storica. Dopo quelli giovanili con il diritto, anche i conti con la filosofia e con l’economia politica sono stati, per l’essenziale, chiusi. Ora è sulla storia delle forme di società antecedenti al modo di produzione capitalistico, sulla dinamica della sua formazione in antagonismo con esse, e sulla transizione dal capitalismo al socialismo, che Marx si concentra progressivamente. Lo spostamento è registrabile già, in prima battuta, nella sua cura dell’edizione francese del Capitale (del periodo 1872-1875), che contiene aggiunte relative quasi esclusivamente alla VII Sezione dedicata all’accumulazione e in particolare all’accumulazione originaria4 .

E ora, grazie all’importante libro di Kevin Anderson, Marx at the margins, e alle ricerche di altri studiosi5 , ci è del tutto chiara la crescente applicazione di Marx all’indagine storico-antropologica sulle formazioni sociali pre-capitaliste e sui paesi sottoposti al dominio coloniale europeo. Ed è chiaro l’impatto di questi studi sulla sua concezione generale dei processi storici, sulla stessa ricollocazione del capitalismo in una complessa, non lineare, successione di modi di produzione, oltre che – si capisce – sulle sue posizioni politiche in materia di lotte anti-coloniali.

Ciò detto, vengo alla questione: avrebbe senso oggi, nella esposizione critica di ciò che il capitale è, partire ancora una volta, come nel 1867, dalla merce e dalla sua scomposizione, da quel tipo di fenomenologia? La mia risposta è: decisamente no. Per la semplice ragione che la duplice battaglia con l’economia politica e gli eredi/dissipatori o i liquidatori del pensiero di Hegel, fondamentale nel momento in cui fu data, appartiene interamente al passato. È un capitolo totalmente chiuso. Marx è vivo, i suoi avversari in dottrina del 1867 sono sottoterra da un bel pezzo. E non ci sarà per loro alcuna chance di risorgere.

L’economia politica ufficiale ha perduto, non da oggi, ogni possibilità di rivendicare lo statuto di scienza. Lo ha fatto abbandonando la teoria del valore-lavoro, per volgersi in direzione del valore-utilità e poi della utilità marginale, con un capovolgimento soggettivista dell’analisi economica, accompagnata dalla paradossale ipotesi di un sistema in totale equilibrio e di una struttura produttiva statica. Per questa via si è sempre più allontanata dalla realtà effettiva del capitalismo, percorso nel ventesimo e ventunesimo secolo da dinamiche di crescita e di crisi sempre più violente e sregolate, e sempre più dominate dalla ossessiva ricerca del profitto fino al punto da ipotecare, attraverso l’abnorme rigonfiamento del capitale fittizio, lo sfruttamento del lavoro di molte generazioni a venire.

L’economia politica classica non aveva avuto timore di guardare in faccia le contraddizioni del capitale. L’economia neo-classica, al contrario, le scansa, le nasconde. E questa linea di marcia si è radicalizzata con l’avvento della dottrina neo-liberista. Come ha notato I. Mészáros, il pensiero del più celebrato dei dottrinari neo-liberali, von Hayek, è un esempio di teoria pseudo-scientifica, astorica, irrazionale fino al punto da respingere la stessa fattibilità di una analisi condotta in termini di causa-effetto e concepire il lavoro come prodotto del capitale, invertendo così un dato elementare di realtà. Quando si arriva ad affermare, come Hayek fa, che “il compito singolare dell’economia è di mostrare agli uomini quanto poco realmente essi sanno su ciò che credono di poter pianificare”; quando non ci si vergogna di sostenere che ogni macro-economia è razionalmente impossibile; siamo fuori, evidentemente, da qualsiasi possibilità di confronto razionale. Siamo nell’apologia più tautologica e cinica del capitale6 . Del resto la più rilevante opera di teoria economica del ventesimo secolo, la Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta di Keynes, ad onta della pretesa del suo autore che la credette rivoluzionaria nel campo della dottrina, è un’opera che, alla fin fine, attiene più alla politica economica che alla teoria economica. Quanto alla comprensione del capitalismo, non aggiunge assolutamente nulla rispetto a ciò che l’economia politica classica e la critica marxiana di essa avevano già detto. Non serviva certo la saggezza di Lord Keynes per scoprire il carattere anti-scientifico della teoria dell’equilibrio economico.

Allo stesso modo la filosofia non mi pare certo resuscitata dal coma profondo in cui è caduta precipitando rovinosamente a valle dalle vette raggiunte con Spinoza, Kant e Hegel. Nulla più della straordinaria fortuna di cui ha goduto, in Italia almeno, Heidegger sta a provarlo. La potenza teorica della sua filosofia sta tutta e solo nel conio di una infinita serie di formule inestricabili e tautologiche, che possono significare infinite cose senza dirne mai precisamente nessuna, nella sua capacità di trasfigurare, adulterare, cancellare ogni singolo problema ‘analizzato’, nel suo girarsi e rigirarsi in eterni esercizi preliminari che non ci danno mai il contenuto di verità, cioè il contenuto di realtà, delle categorie entro cui si svolgono come tante volute di fumo. Un vero e proprio labirinto da cui si esce esausti e frastornati, senza un solo elemento di conoscenza in più di quelli già posseduti in partenza7 , anzi con un effetto ricercato di allontanamento dall’essere sociale realmente esistente in quel dato tempo, causato dal tentativo di sterilizzare in modo apparentemente indolore ogni capacità critica. Ecco perché non avrebbe senso intraprendere una battaglia con delle oscure ombre prive di vitalità e di significato, né – tanto meno – ‘civettare’ con il loro linguaggio o, peggio ancora, con il loro metodo. Ecco anche perché la rilettura filosofica del Capitale promossa da Althusser a metà anni ’60 è stata così sterile, lasciando in eredità solo un’inconsistente e ancora una volta accademica opposizione tra il ‘primo’ e il ‘secondo’ Marx. C’era e c’è bisogno semmai, di una lettura del Capitale più marcatamente storico-sociale, volta a dimostrare come e perché il retroterra di questa opera sia una visione del processo storico dell’avvento del capitalismo come totalità, come economia mondiale, e quanto essa sia stata in grado di anticipare, nell’essenziale, gli svolgimenti contemporanei del capitalismo.

Al 2017 l’esposizione del I Libro, questa è la mia tesi, dovrebbe cominciare con il cap. XXIV, quello sulla accumulazione originaria, privilegiando – nel suo punto di partenza – il metodo storico su quello logico. Perché dal punto di vista della critica dello stato di cose presenti, la prima e più importante contesa teorica che oggi è da condurre è quella intorno alla storicità e caducità del modo di produzione capitalistico, e intorno all’avvitamento catastrofico dei suoi antagonismi con il lavoro sociale e la natura (non umana). Infatti il formidabile, e compattissimo, sforzo ideologico compiuto negli ultimi decenni dai mandarini del capitale globale è stato volto a dimostrare che non esiste una alternativa storica al capitalismo, che esso – pur con i suoi difetti – rimane il modo di organizzazione e riproduzione della vita sociale di gran lunga migliore. Tale, perché corrisponde, in ultima analisi, alla natura umana (si è scoperto perfino un tasso naturale di disoccupazione…). E la più naturale delle sue dimensioni è proprio quella del mercato, a condizione di farlo agire in piena libertà, senza gli intralci posti dai sindacati (cioè dai lavoratori) e dagli stati. Il tracollo del cosiddetto socialismo reale e delle relative giustificazioni teoriche ha creato le condizioni ideali affinché questa colossale catena di menzogne si imponesse ai più, non solo nel campo della teoria, come un incontrovertibile seguito di verità auto-evidenti che non hanno bisogno di essere dimostrate.

Affrontare l’indagine sul capitale partendo dalla sua genesi storica concreta sarebbe oggi di grande utilità per molteplici motivi. Innanzitutto perché consentirebbe di vedere come per Marx il terreno di formazione del modo di produzione capitalistico è fin dagli inizi mondiale, l’Inghilterra e, nello stesso tempo, l’Irlanda, le Indie, la Cina. Nello stesso tempo, ma non nello stesso modo, perché dall’inizio si configura l’esistenza di un ‘centro’ e delle ‘periferie’, legati da un meccanismo, quello della accumulazione di capitale, combinato e disuguale. E, a smentita della visione armonica della formazione del mercato mondiale tipica dell’economia politica classica, il colonialismo, il “sistema coloniale“, è presentato da Marx come un elemento fondamentale della accumulazione originaria, e tale è rimasto tutt’oggi nelle forme solo in parte nuove di neo-colonialismo finanziario e termo-nucleare. In secondo luogo perché fa toccare con mano, attraverso l’appassionante cronaca storica, quanto il punto di partenza del modo di produzione capitalistico, nonché il suo ritornante modus operandi, sia stato la “separazione tra i lavoratori e la proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro”, e “la dissoluzione della proprietà privata fondata sul lavoro personale” – un processo che oggi, sotto i nostri occhi spesso disattenti a ciò che accade nelle campagne del mondo, espelle da esse decine di milioni di piccoli produttori l’anno e li costringe alle migrazioni interne e internazionali. Inoltre, quel grande affresco storico e teorico mostra il ruolo determinante svolto a sostegno del capitale nascente sia dagli stati che dalla violenza statale e privata contro i produttori diretti, gli schiavi neri e i popoli colonizzati, mettendo così in berlina ogni rappresentazione mitico-idilliaca e meramente spontanea di quei natali. In tal modo rende possibile osservare come i metodi caratteristici della cosiddetta accumulazione primitiva si ripetono ancora oggi quando il capitale globale continua a saccheggiare la natura nei continenti di colore e si appropria della loro forza-lavoro composta di contadini e braccianti strappati dalla terra attraverso la coercizione economica e extra-economica, senza sopportarne i costi di formazione e riproduzione.

Né finisce qui, perché prendere le mosse dal complesso processo storico-globale di formazione del capitalismo fornisce un aiuto determinante a metterlo in prospettiva, a collocarlo cioè tra un passato pre-capitalistico e un futuro non solo post, ma anti-capitalistico, nel quale la proprietà capitalistica sarà trasformata in “proprietà sociale”, fondata “sulla cooperazione e sul possesso collettivo della terra e dei mezzi di produzione prodotti dal lavoro stesso”. Anche nel cap. XXIV ci imbattiamo nella logica dialettica hegeliana, ma la negazione della negazione è in questo caso riferita, in modo globale, al sistema sociale nel suo complesso.

L’effetto attualizzante del Libro I risulterebbe ulteriormente potenziato, a mio avviso, se prima di addentrarci nella necessaria analisi della merce Marx potesse presentarci anche, come fa nel cap. XXIII, la legge generale, addirittura “assoluta” (parola davvero inusuale in lui!), dell’accumulazione capitalistica, la produzione progressiva di un esercito proletario di riserva tendenzialmente sempre più ampio – la legge che in questo avvio di ventunesimo secolo si impone, nei suoi macroscopici risvolti pratici, anche a chi voglia ostinatamente negare per partito preso gli antagonismi propri di questa forma di società. A loro modo infine, i due grandi capitoli conclusivi del Libro I, con il supplemento utile del cap. XXV, anticipano in certa misura il tema cruciale della riproduzione allargata, del capitale totale sociale, consentendo di gettare uno sguardo sul futuro, sul nostro presente cioè, attraverso il processo di centralizzazione del capitale e il sistema (divenuto ormai ipertrofico) del debito statale.

Del resto, il piano di esposizione completo e definitivo annunciato da Marx nel 1859 prevedeva, oltre i libri sul capitale, la proprietà fondiaria e il lavoro salariato, altri tre libri, che purtroppo non abbiamo, sullo Stato, sul commercio estero e sul mercato mondiale. E che non si sarebbe trattato di semplici accessori, lo si capisce proprio dall’ex-capitolo XXIV, ora diventato (in questa proposta) il nuovo I capitolo del Libro I, quello sulla accumulazione primitiva, che contiene una pagina memorabile in cui sono ben presenti anche i tre libri mancanti del Capitale:

«La scoperta delle terre aurifere e argentifere in America, lo sterminio e la riduzione in schiavitù della popolazione aborigena, seppellita nelle miniere, l’incipiente conquista e il saccheggio delle Indie orientali, la trasformazione dell’Africa in una riserva commerciale di caccia delle pelli nere, sono i segni che contraddistinguono l’aurora dell’era della produzione capitalistica. Questi procedimenti idilliaci sono momenti fondamentali dell’accumulazione originaria. Alle loro calcagna viene la guerra commerciale delle nazioni europee, con l’orbe terracqueo come teatro. La guerra commerciale si apre con la secessione dei Paesi Bassi dalla Spagna, assume proprozioni gigantesche nella guerra antigiacobina dell’Inghilterra e continua ancora nelle guerre dell’oppio contro la Cina, ecc.

I vari momenti dell’accumulazione originaria si distribuiscono ora, più o meno in successione cronologica, specialmente fra Spagna, Portogallo, Olanda, Francia e Inghilterra. Alla fine del secolo XVII quei vari momenti vengono combinati sistematicamente in Inghilterra in sistema coloniale, sistema del debito pubblico, sistema tributario e protezionistico moderni. I metodi poggiano in parte sulla violenza più brutale, come per esempio il sistema coloniale. Ma tutti si servono del potere dello Stato, violenza concentrata e organizzata della società, per fomentare artificialmente il processo di trasformazione del modo di produzione feudale in modo di produzione capitalistico e per accorciare i passaggi.»

In questo dipinto michelangiolesco dell’aurora dell’era capitalistica della storia mondiale si staglia nitida la sanguinaria figura-chiave dello Stato, a demolire anticipatamente la sfacciata apologia della libera iniziativa propria del pensiero neo-liberista, e borghese in generale. Senza lo Stato, senza la sua violenza concentrata e organizzata, esercitata tanto sui piccoli produttori europei quanto – e più brutalmente ancora – sulle popolazioni lavoratrici dei continenti colonizzati, quanto infine sui concorrenti capitalisti, niente capitale! Ieri come oggi. Perché in questa aurora si possono cogliere anche i tratti del lungo, fosco tramonto, in cui siamo immersi, del capitalismo reale, che – nel corso del suo secolare sviluppo – è rimasto retto dalle medesime “leggi di movimento” magistralmente identificate da Marx. Così ristrutturata la partenza della sua esposizione, viene proprio da dire: centocinquanta anni, e non li dimostra affatto!

(*) Testo presentato ad un convegno sui 150 anni dalla pubblicazione del Libro I del Capitale, organizzato alla York University di Toronto da Marcello Musto.

Note

1 Cfr. Rosa Luxemburg, a cura di L. Basso, Mondadori, Milano, 1977, p. 18. La lettera, dell’8 marzo 1917, è spedita all’amico Hans Diefenbach, a cui chiede un giudizio sulla sua Anticritica, presentata implicitamente come esempio di uno stile semplice e calmo.

2 Sottolinea questo passaggio e la complessità del metodo di esposizione adoperato da Marx nel Capitale, M. Musto, Karl Marx. Introduzione alla critica dell’economia politica, Quodlibet, Macerata, 2010, pp. 99 ss. Per R. Rosdolsky è Marx stesso a presentare il suo modo di procedere come un cammino dalla superficie dei rapporti economici “all’intima, essenziale, ma nascosta struttura fondamentale di questi rapporti e al concetto che ad essi corrisponde”: Genesi e struttura del “Capitale” di Marx, Laterza, Roma-Bari, 1975, vol. I, pp. 76-77.

3 Negli anni successivi alla pubblicazione del Libro I, lasciando da parte il lavoro di rielaborazione dei materiali per Das Kapital, si segnalano solo due nuovi scritti di ‘pura’ teoria economica per mano di Marx: Il rapporto tra saggio del plusvalore e saggio del profitto sviluppato matematicamente (del 1875) e le Glosse marginali al “Manuale di economia politica” di Wagner (del 1879-1880).

4 Cfr. la prefazione di Engels alla terza edizione di Das Kapital. È da notare che secondo Marx l’edizione francese della sua opera aveva “un valore scientifico indipendente dall’originale”.

5 Penso a R. Dunayevskaya, L. Krader, M. Musto, M. Kraetke, L. Pradella ed altri studiosi ancora.

6 cfr. I. Mészáros, Oltre il Capitale. Verso una teoria della transizione, Edizioni Punto Rosso, Milano, 2016, pp. 129 ss.

7 Riprendo qui alcuni spunti della pungente critica svolta da A. Berardinelli, I rumori dell’Essere. Heidegger, Derrida, Severino, “Diario”, anno IV, n. 6, giugno 1988, pp. 49 ss. E tuttavia ha ragione G. La Guardia quando sottolinea che Essere e tempo di Heidegger non è solo vuoto rumore, ha una precisa “ispirazione espressamente antimaterialistica”, avendo come suo “obiettivo strategico” (da colpire), per quanto non dichiarato, il marxismo: cfr. Le Dieu caché. Sociologia del dio nascosto, in J. Ferrari (sotto la direzione di), Le Baroque, Figures Libres, Dijon, 2003.

fonte:https://www.sinistrainrete.info/marxismo/10091-pietro-basso-se-il-capitale-fosse-stato-scritto-oggi.html

 

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There are crimes without victims and crimes without criminals. Financial crime belongs to the second type, as responsibilities for crises, crashes, bubbles, misconduct, or even fraud, are difficult to establish. The historical process that led to the disappearance of offenders from the financial sphere is fascinating.
In the Christian consciousness love for money was seen as a repugnant signal of greed and an obstacle to salvation: “No one can serve two masters: you cannot serve both God and Money”. This biblical precept, however, was accompanied by the ambiguous command: “Render unto Caesar the things which are Caesar’s, and unto God the things that are God’s”. St Francis was well aware of the threat hidden behind this dictum, as Christians might interpret it as a justification to establish the separate kingdom of Mammon. Usurers, however, were deemed ‘financial sinners’, offenders whose earnings relied upon the exploitation of time, their finances being valorized through deferral. This was a sacrilege: time belongs to God. Eventually usury was able to move freely in the Christian conscience when, as historian Jacques Le Goff suggests, the invention of Purgatory made it a venial and redeemable sin.
There were no sinners or criminals behind the financial bubble caused by the Dutch ‘tulip mania’ in the late 1630s, when a bulb of the magnificent semper augustus reached the value of a Rembrandt’s painting. Nor was any form of criminal activity detected in similar crises occurring in Paris and London, where at most the culprits were identified as gullible investors who thought they could amass wealth overnight. Whether buying flowers or stocks, investors were the victims of ineluctable natural causes, calamities that they attracted onto themselves through their own idiocy and, as Jeremy Bentham explained, no legislation can be designed to protect idiots.
Later we keep encountering crises, not sins, let alone crimes. The UK Bubble Act 1720 attempted to regulate financial practices and prevent manias. But after it was repealed in 1825, railways, robber barons, and crooks became the protagonists of the century. The collapse of the Royal British Bank and the Tipperary Bank occurred while, across the ocean, the careers of legendary tycoons such as Jay Gould, Cornelius Vanderbilt and John D. Rockefeller were in full swing. Smaller operators or petty embezzlers were targeted, while leading businessmen were condoned. Those described as villains managed to establish a reputation as generous philanthropists, and as the wealthy Christians of the past atoned through monetary donations, the new rich set up charitable organizations. The blame for financial criminality shifted more decisively towards its victims, namely imprudent and insatiable investors who engaged in what were blatantly fraudulent initiatives.
Blaming the victims continued for decades, leading some commentators to equate financial crime to rape, and Positivist criminologists to coin the term ‘criminaloid’. How many ‘criminaloids’ were responsible for the crisis of 1929 is hard to tell. When Wall Street collapsed it became clear that innovative financial strategies had mingled with unlawful schemes, creating openings for adventurers and swindlers. In criminology the concept of ‘white-collar crime’ was forged, and offenders of high social status and respectability were finally included among its objects of study. John Maynard Keynes, who lost a remarkable portion of his investments during the crisis, described it as one of the greatest economic catastrophes of modern history, a colossal muddle showing how easy it is to lose control of “a delicate machine, the working of which we do not understand”.
The Marshal Plan activated after WW2 helped to rebuild the economy in some European countries, but simultaneously gave rise to illicit appropriation of large sums and the creation of slush funds financing political parties loyal to the USA.
The names of Drexel, Milken, Maxwell, and Leeson marked the 1980s and 1990s, when the prosecution of some conspicuous villains did not alter the perception that criminal imputations in the financial sphere are inappropriate. This sphere, it was intimated, contains its own regulatory mechanism allowing for the harmless co-existence of self-interested actors. WorldCom, Enron, Parmalat and Madoff belong to the current century, which reveals how regulatory mechanisms are sidelined by networks of greed involving bankers, politicians, and auditors.
The 2008 crisis, finally, proves how specific measures aimed at avoiding future crises are criticized or rejected in the name of market freedom. Commenting on the crisis, Andrew Haldane, an Executive Director of the Bank of England, inadvertently reiterated Keynes’ notion that knowledge of the financial world is poor and that not criminals but individuals immersed in uncertainty populate it: mistakes are made, but they are ‘honest’, not fraudulent mistakes, and anyone could make them given how uncertain that world is.
When the Panama Papers were released, rather than uncertainty, one certainty came to light: crimes without criminals occur in grey areas where tax evasion, bribes, money laundering, and all other forms of ‘dirty money’ constitute the hidden wealth of nations.

*Vincenzo Ruggiero is professor of Sociology and Criminology at Middlesex University in London. He is the author of Dirty Money: On Financial Delinquency.

source: https://blog.oup.com/2017/02/financial-crime-without-criminals/

In Abruzzo sono decenni che rischi noti vengono ignorati. Per l’area del Rigopiano la prima mappa elaborata dalla Regione Abruzzo che segnalava criticità importanti è del periodo 1989-1991 ed è stata ripresa tale e quale e, quindi, confermata dalla Giunta Regionale abruzzese con tanto di delibera il 27/12/2007, la n.1383, con cui è stato adottato il Piano di Assetto Idrogeologico.

Le due carte ufficiali mostrano inequivocabilmente che l’hotel Rigopiano è costruito al centro di un’area con colate detritiche, dette conoidi. Sorge, cioè, su un’area rialzata formata proprio dai detriti che arrivano giù dal canalone a monte dell’albergo. Il fatto che ci fosse una struttura preesistente non vuol dire granché perché i tempi di ritorno di questi fenomeni estremi possono essere più lunghi di qualche decina di anni. Un po’ come avviene per le piene dei fiumi, ci sono gli eventi che mediamente avvengono ogni 50 anni, quelli più importanti che avvengono ogni 100 anni e poi quelli estremi che possono avvenire ogni 500 anni e che raggiungono aree che sembravano ai non addetti ai lavori tranquille.

Le carte del rischio tengono appunto conto di questa periodicità perimetrando aree sempre più vaste al crescere del tempo di ritorno. I geologi identificano le aree di rischio non solo attraverso gli eventi già noti, riportati nel catasto di frane e valanghe, ma anche e soprattutto basandosi su alcune caratteristiche specifiche del terreno cui ricollegano il tipo di eventi che può verificarsi. E lì questi segnali dovevano essere evidentissimi, tanto che da decenni sono evidenziati sulle mappe ufficiali.

D’altro lato, senza conoscere queste carte che oggi divulghiamo, solo interpretando le foto aeree, in questi giorni questo processo lo hanno spiegato benissimo diversi geologi. Ora abbiamo anche le mappe che dicono che gli enti avevano almeno gli elementi conoscitivi. Riportati ufficialmente.

Insomma, al momento della ristrutturazione principale avvenuta circa dieci anni fa, che ha ampliato le capacità ricettive della struttura e quindi il rischio intrinseco, c’erano tutti gli elementi, sia sul terreno, sia nelle carte, per accorgersi dei problemi. Negli atti del procedimento amministrativo della ristrutturazione dell’albergo sarà interessante verificare cosa vi è scritto, visto che il Decreto 11/03/1988 dal titolo evocativo “Norme tecniche riguardanti le indagini sui terreni e sulle rocce, la stabilità dei pendii naturali e delle scarpate, i criteri generali e le prescrizioni per la progettazione, l’esecuzione e il collaudo delle opere di sostegno delle terre e delle opere di fondazione. Istruzioni per l’applicazione obbliga a rilevare anche questi aspetti ed evidenziarne i potenziali effetti.

Purtroppo, però, nel quadro risalta anche la gravissima omissione della regione Abruzzo che si era dotata di una legge sulle valanghe 25 anni fa, la n.47/1992, in cui si prevedeva l’inedificabilità per le aree a rischio potenziale di caduta e la chiusura invernale delle strutture preesistenti in caso di pericolo. La mappa in 25 anni non è stata mai redatta. Magari perché crea problemi a progetti infrastrutturali in montagna, anche quelli recentemente messi in cantiere dal Masterplan della Regione Abruzzo? I documenti sono lì, sul sito WEB della Regione, disponibili a tutti, li abbiamo trovati in pochi minuti. Basta voler cercare.

Volevamo aspettare qualche giorno per rispetto per le vittime e i soccorritori, sperando in ulteriori salvataggi, ma con l’inchiesta della Procura è bene divulgare questa documentazione. Ovviamente in queste ore stiamo predisponendo note ufficiali con tutti i particolari.

Se siamo sorpresi? Amaramente possiamo dire che per noi è routine trovare casi del genere, addirittura anche in Parchi nazionali, come in questo caso. Speriamo che non vi sia l’ipocrisia di nascondere la realtà: tutti giorni in Abruzzo la tutela di cose e persone dal rischio viene dopo i profitti e le grandi opere. Il caso del Rigopiano nasce da un brodo di coltura, con miriadi di casi di opere realizzate in aree rischiose da cui poi emerge la singola tragedia.

Vogliamo dire che l’ultimo grande elettrodotto abruzzese, il Villanova – Gissi di Terna, inaugurato a febbraio 2016, ha 55 tralicci su 150 in aree a rischio frana o esondazione? Tutto con il timbro del Ministero dell’Ambiente e con il paradosso che ancora oggi l’Autorità di bacino sta facendo a posteriori i controlli che dovevano essere preventivi.

Oppure vogliamo parlare della più grande opera pubblica del Masterplan in appalto dall’ANAS proprio in questi giorni, la Fondovalle Sangro, una semplice strada extraurbana che anche noi reputiamo necessaria ma che costerà il triplo rispetto ai costi standard, 190 milioni di euro per 5 km, la spropositata cifra di 36 milioni di euro a km. Perché? L’ANAS e la Regione Abruzzo hanno consapevolmente deviato il tracciato esistente che poteva essere ammodernato cambiando versante e puntando esattamente verso aree mappate con frane addirittura attive. Un’opera osannata su cui nessuno, tranne noi, visti pure con fastidio dal presidente della Regione, sta chiedendo le ragioni di queste scelte che determinano anche pesantissime conseguenze economiche.

Oppure la variante Sud, addirittura a L’Aquila, dal costo di decine di milioni di euro, con un tracciato propugnato dall’ANAS e dal Presidente D’Alfonso in piena area di massimo rischio di esondazione dell’Aterno, contrastata dal basso solo da qualche sindaco e dai comitati. Sul nuovo porto canale di Pescara solo un mese fa l’Autorità di bacino ha risposto sui nostri dubbi sulla potenziale sovrapposizione di una piena del Pescara con il moto ondoso che potrebbe mettere a rischio esondazione un’intera città sostenendo che la concomitanza di questi due eventi è ‘remota’. Abbiamo pure risposto che ciò che è all’inizio è improbabile diventa poi triste realtà.

Nulla, sono andati avanti lo stesso. Constatiamo amaramente che spesso anche le Procure, cui segnaliamo questi casi, non intervengono con la dovuta durezza, magari perché consapevoli che potenziali reati ambientali o della pubblica amministrazione si prescrivono in un batter d’occhio. Siamo tristemente consapevoli di lavorare già su progetti che forse porteranno a qualche tragedia tra dieci -venti anni.

 

Dobbiamo finirla, si rivedano le scelte e le priorità. Con i fatti.

*Segreteria Operativa Forum Abruzzese dei Movimenti per l’Acqua

Si allegano:   http://autoritabacini.regione.abruzzo.it/index.php/carta-geomorfologica-pai

L’anno scorso la signora Lagarde in un’intervista affermò che la crescita del PIL mondiale era mediocre e tale sarebbe rimasta fino al 2020, dopo non era dato sapere cosa sarebbe accaduto. Quest’anno l’elegantissima signora ha espresso posizioni analoghe, di rincalzo la capo economista dell’OCSE, signora Mann, ha detto che siamo prigionieri di una crescita bassa e per il 2016 la previsione è ridotta al 2,9% (precedente 3,1%). Non ci si azzarda a parlare di stagnazione secolare come fa Larry Summers (e non solo lui), ma il concetto è sostanzialmente simile, si cresce poco e male [..]

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La disoccupazione ha raggiunto livelli senza precedenti in Europa occidentale. I salari sono in discesa e si intensificano gli attacchi all’organizzazione dei lavoratori. Nel 2013 quasi un quarto della popolazione europea, circa 92 milioni di persone, era a rischio povertà o di esclusione sociale. Si tratta di quasi 8,5 milioni di persone in più rispetto al periodo precedente la crisi.

La povertà, la deprivazione materiale e il super-sfruttamento tradizionalmente associati al Sud del mondo stanno ritornando anche nei paesi ricchi d’Europa.

La crisi sta minando il ‘modello sociale europeo’, e con esso l’assunto che l’impiego protegge dalla povertà. Il numero di lavoratori poveri – lavoratori occupati in famiglie con un reddito annuo al di sotto della soglia di povertà – è oggi in aumento, e l’austerità peggiorerà di molto la situazione in futuro.

https://mrzodonato.files.wordpress.com/2016/01/competizione-globale-e-lavoratori-poveri.pdf

 

 

Da anni seguo la dinamica dell’economia mondiale ed ho la sensazione di essere spesso ripetitivo, ma questo avviene perché le situazioni si riproducono continuamente senza alcuna sostanziale soluzione: ogni anno il debito pubblico cresce, la disoccupazione rimane elevata (anche se le statistiche tendono a nasconderla), l’evasione fiscale si impenna, si fanno riunioni dei vari G (7, 8, 20) che non producono alcun risultato, i consumi delle famiglie cinesi non riescono a decollare, il Giappone oscilla tra recessione e ristagno, etc, etc. etc.

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IL RITORNO SULLA SCENA DELL’AMERICA LATINA
La crisi economica mondiale, nelle sue diverse diramazioni (crisi europea, recupero limitato ed ampiamente fittizio degli USA, cronica stagnazione del Giappone, frenata della Cina), è definitivamente penetrata nei “mercati emergenti”, colpendo anche l’America Latina e i suoi pilastri (Brasile, Messico, Argentina). Il fattore essenziale dell’arretramento dei suoi mercati d’esportazione viene attribuito soprattutto alla Cina (il che dimostra che queste economie continuano ad essere basicamente piattaforme d’esportazione di materie prime o di prodotti semi-manifatturati). Ci si dimentica così della fuga di capitali, attratti da tassi d´interesse imbattibili a livello mondiale, i quali hanno fatto del continente il principale spazio di valorizzazione fittizia del capitale finanziario internazionale; del basso o inesistente livello di investimenti e del fatto che i palliativi “programmi sociali” hanno favorito soprattutto il lavoro nero o informale (che in Argentina, per esempio rappresenta il 30% della forza-lavoro) senza creare un mercato interno solido e capace di espandersi; ci si dimentica della straordinaria crescita del debito pubblico e privato, che compromette gli investimenti pubblici e gli stessi programmi sociali (consumando per esempio il 47% del bilancio federale brasiliano); si dimenticano la crisi e l´arretramento di diversi progetti di integrazione continentale. Il PIL regionale è cresciuto dello 0,9% nel 2014 (contro il 6% del 2010) e si prevede una performance ridicola nel 2015, a crescita zero o negativa per il Brasile secondo le previsioni della Banca Centrale. Già si parla di un nuovo “decennio perso” per l´America Latina, come lo furono gli anni Ottanta.
Su questo sfondo si proiettano significative crisi politiche che colpiscono, in misura maggiore o minore, tanto i regimi “neoliberisti” (di destra) quanto i regimi nazionalisti o “progressisti”, nella cui agenda politica si ripropone di nuovo la prospettiva di golpe civili o civico-militari. Paraguay (Lugo) e Honduras (Zelaya) sono in questo senso le prime manifestazioni di una tendenza più vasta. Lo sfondo complessivo è quello della crisi capitalista mondiale, la crisi storica del modo di produzione del capitale. Sono i paesi più “sviluppati” dell´America Latina i più colpiti dalla crisi. La “periferia emergente” del capitalismo “globale” deve far fronte ad enormi pagamenti esteri, un debito contratto soprattutto dalle multinazionali, il quale supera in alcuni casi le riserve nazionali. Si dissolve così il miraggio di quanti avevano supposto che con il ciclo economico 2002-2008 le nazioni dipendenti si sarebbero trasformate in creditrici del sistema mondiale: con l´aumento del debito privato estero, tali Stati sono rimasti sempre debitori netti; l´avanzo commerciale ha costituito la garanzia finanziaria dell´indebitamento privato. Il capitale finanziario internazionale si è appropriato dell´eccedente commerciale generato dall´aumento dei prezzi e dal volume delle esportazioni. La crisi mondiale ha colpito l´America Latina per la sua fragilità finanziaria e commerciale e per la sua debole struttura industriale. I governi dell´America Latina avevano affermato in un primo momento che sarebbero rimasti incolumi alla crisi grazie alla solidità delle riserve delle Banche Centrali. Ma il calo delle borse regionali, la fuga di capitali e la svalutazione delle monete hanno mostrato come questi argomenti fossero privi di fondamento. Il Brasile, orgogliosamente proclamato “sesta economia del mondo”, è appena al ventiduesimo posto nel ranking degli esportatori (con il 3,3% del PIL mondiale, detiene solo l´1,3% delle esportazioni internazionali). La produttività totale dei fattori economici, che è cresciuta dell´1,6% nel primo decennio del secolo, è in fase di stagnazione dal 2010.
La capacità di influenza e di intervento diretto degli USA nel continente sono scemate seguendo il ritmo del declino economico e della crisi dell´intervento militare in altre regioni (Medio Oriente e Asia centrale). Nell´impossibilità di ricorrere ai classici golpe militari, gli USA, già con Bush, sono passati all´applicazione del cosiddetto soft power, del quale fa parte l´occupazione militare di Haiti attraverso truppe “latino-americane”, che svolgono nell´isola caraibica un servizio di polizia che gli USA, invischiati fino al collo altrove, non avrebbero potuto svolgere. Barack Obama ha ristabilito le relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cuba e ha ordinato la chiusura della prigione militare di Guantanamo, centro di tortura dell´esercito imperialista, ma allo stesso tempo si è ben guardato dal restituire il territorio della base a Cuba. Tanto meno mostra di voler ritornare sui suoi passi riguardo alla ripresa delle esercitazioni militari della IV Flotta, incaricata del pattugliamento della costa atlantica dell´America Latina, o di rinunciare alle quindici basi militari yankee in America centrale e Caraibi. Gli Usa tentano di recuperare il protagonismo della screditata OEA (Organizzazione degli Stati Americani) e tengono d´occhio le riserve di petrolio e gas naturale nelle acque brasiliane, la terza maggior riserva del mondo. Questa, sommata alle riserve venezuelane, boliviane ed equadoregne, aveva rafforzato momentaneamente la posizione sudamericana sulle potenze economiche capitaliste.
Alla crisi dei governi neoliberisti (identificati con la stabilizzazione monetaria basata sull´ancoraggio della valuta, o dollarizzazione), fa seguito ora il declino economico delle esperienze riformiste o nazionaliste basate su concessioni sociali, rese possibili da una favorevole congiuntura economica internazionale nella prima decade del XXI secolo. Ciò ha colpito anche i governi neoliberisti ancora attuanti, filiali dirette del capitale finanziario internazionale. L´America Latina è entrata in una nuova fase di lotte nazionali e di classe. Dopo bancarotte capitaliste, crisi politiche e rivolte sociali, la crisi mondiale irrompe in America Latina. Lo scenario politico latinoamericano è stato dominato negli ultimi decenni da crisi e mobilitazioni di massa, specialmente nei paesi andini. Ed anche da conflitti tra governi nazionalisti “radicali” – che da tali crisi sono sorti – e USA. L´emergenza della sinistra in America Latina si situa in un periodo compreso tra il 1998, con l´elezione di Chavez alla presidenza del Venezuela, ed il 2008, con l´elezione di Fernando Lugo alla presidenza del Paraguay, dopo sessant´anni di governo del Partito Colorado, passando per l´elezione di Lula, Michelle Bachelet, Evo Morales, Nestor Kirchner, Daniel Ortega, Rafael Correa e il FMLN in Salvador, come conseguenza del fallimento economico dei governi neoliberisti, seguaci del compendio del FMI.
Il neoliberismo con le sue privatizzazioni massicce, con l´apertura dei mercati, specialmente quelli dell´ex blocco socialista, con la strategia del “Consenso di Washington” è stato espressione di una ricerca di sbocco per la massa di capitale finanziario internazionale accumulato con la crisi degli anni Settanta. Non si è trattato di un´offensiva ma di una politica in tempo di crisi, il che spiega le privatizzazioni avventuristiche come quelle dell´acqua in Peru e Bolivia che hanno scatenato ribellioni popolari di massa. È stata l´impasse del capitale su scala internazionale a fornire le basi per una svolta politica di grandi dimensioni, che ha prodotto l´emergenza di processi di autonomia nazionale, all´interno dei quali si è affermato (soprattutto nei paesi andini) il ruolo inedito delle masse contadine e indigene. Nell´emergere di questi processi confluiscono le sconfitte dei partiti politici tradizionali, che sono stati garanzia di stabilità per decenni in America Latina, con la crisi mondiale delle relazioni economiche capitaliste.
Dopo un periodo di conflitti locali e internazionali, i regimi più “radicali” – quello venezuelano-bolivariano e quello indigenista andino – sono scesi a compromessi internazionali con l’imperialismo e con la borghesia locale, addomesticando la ribellione popolare. Le cancellerie delle metropoli imperialiste, e di alcune nazioni latinoamericane (Brasile e Argentina) hanno svolto un ruolo attivo affinché i “nazionalisti radicali” contenessero i processi di mobilitazione popolare. Ciò è stato possibile anche perché, dalla fine del 2002, la ripresa del commercio estero e della produzione interna, insieme alla crescita delle risorse fiscali dovute ad un ciclo commerciale internazionale favorevole alle materie prime latinoamericane, sono servite all´insieme dei governi della regione (compresi quelli neoliberisti) a lubrificare gli antagonismi sociali. Complessivamente, dal 2003-2004 si è verificato un riflusso della mobilitazione di massa. I governi nazionalisti sono riusciti ad amministrare e canalizzare la pressione popolare per neutralizzare l´opposizione di destra. La fase di relativo riflusso delle lotte popolari, dal 2004, ha condizionato la successione presidenziale in Messico e la ripresa delle grandi lotte studentesche e dei minatori in Cile e Peru.
I successi economici latinoamericani del XXI secolo, definiti dalla OCDE come “grande festa macroeconomica” sono stati relativi. Si sono registrate alte percentuali di crescita, inflazione in calo e bilanci in equilibrio, o addirittura in avanzo. Allo stesso tempo, quasi 50 milioni di persone sono uscite dalla linea della povertà, almeno a livello statistico: secondo la Cepal, tra il 2002 e il 2012, la povertà è passata dal 43,9% al 28,1% in America Latina. La popolazione con reddito compreso tra zero e quattro dollari al giorno è diminuita passando dal 45% (2002) al 30% (2009); nello stesso periodo, i detentori di un reddito compreso tra 10 e 50 dollari giornalieri (la cosiddetta “classe media”) sono cresciuti passando dal 20% al 30%, mentre i “vulnerabili” (con reddito compreso tra 4 e 10 dollari al giorno) sono passati dal 30% al 40%. Gli indici di miglioramento dei più poveri si collocano però al di sotto dell´aumento del PIL regionale. La povertà estrema (12%), d´altro canto, è in crescita negli ultimi anni. La concentrazione dei redditi (polarizzazione sociale) si è mantenuta stabile, e in alcuni casi, come quelli di Messico e Colombia, è addirittura aumentata, riconfermando l´America Latina come regione con la maggior disuguaglianza sociale del pianeta. Un dato significativo è il calo della crescita demografica, che registra 1,8 figli per donna in paesi come Brasile o Cile (negli Stati Uniti l´indice è di 1,9), collocandosi al di sotto del tasso di stabilità della popolazione. In America centrale l´indice di fertilità femminile è passato dal 6,0 del 1960 all´attuale 2,2, un calo che in Europa e negli USA si è registrato in oltre un secolo.
L´arretramento della povertà è stato particolarmente significativo in Brasile, dove i programmi “focalizzati” hanno permesso una significativa diminuzione della povertà assoluta, che tuttavia coesiste con una non altrettanto rilevante alterazione della concentrazione dei redditi, e allo stesso tempo con una diminuzione del reddito medio, della remunerazione media del lavoro salariato, e con un grande incremento delle fonti di reddito non vincolate al lavoro, negli strati più poveri. Si è verificata un´espressiva formazione di riserve internazionali, in decorrenza dei saldi commerciali ottenuti da un aumento dei prezzi delle commodities, ed anche dal fatto che il tasso basico di interesse, base di remunerazione dei titoli pubblici, è molto elevato. Ciò ha generato l´interesse degli investitori esteri, che con i titoli del debito pubblico hanno fatto affari. Tra il 2003 e il 2007 l´America Latina ha registrato un volume record di investimenti esteri, che hanno superato i 300 miliardi di dollari. Le sue multinazionali si sono lanciate in altri mercati comprando importanti attivi, anche nei paesi sviluppati. Il processo ha alimentato un balletto finanziario: ha prodotto eccellenti risultati il captare risorse all´estero, a tassi più bassi, investendole successivamente, a tassi più elevati, nel debito pubblico latinoamericano. Il governo Lula ha permesso la detrazione dalla dichiarazione dei redditi dei fondi istituzionali esteri qualora essi siano applicati in titoli pubblici. Con ciò, è aumentata l´entrata di valute, che ha fatto crescere le riserve. Ma ad un costo finanziario elevatissimo: la remunerazione dei creditori è del 12% [SDB1] reale (scontata l’inflazione) annuo, un carico di interessi crescente e impagabile.
Nella fase iniziale della crisi mondiale, nonostante si moltiplicassero le dichiarazioni ottimistiche dei governi, i dati dell´economia latinoamericana cominciavano a cambiare drasticamente. L´America Latina ha affrontato la crisi mondiale avendo oltre il 75% del PIL regionale classificato a rischio di credito all´interno del “grado di investimenti”. Nel 2008, la regione presentava solvibilità finanziaria, con il 70% del debito coperto da riserve internazionali – standard molto al di sopra degli indici dell´Est europeo. È stata sbandierata la riduzione dei debiti espressi in dollari. Ma ciò ha occultato la natura del processo economico, inserita nella valorizzazione monetaria, e favorita dalla “stabilizzazione”. Il debito estero è stato “azzerato” perché le riserve internazionali hanno superato il suo montante, il che ha creato il miraggio del superamento della dipendenza finanziaria estera. Ma l´indebitamento di un paese con libero movimento di cambio valutario da parte di imprese straniere e nazionali non può essere misurato solo sul debito estero in titoli e contratti di governo. Con l´apertura finanziaria si assiste anche ad un´accelerata denazionalizzazione delle imprese, i cui profitti e dividendi sono stati in misura crescente trasferiti all´estero. Con la riduzione dei prezzi delle importazioni e con le esportazioni meno competitive, i risultati dei conti esteri hanno cominciato a mostrare una flessione significativa già nel 2007. Il Brasile è tornato a registrare un deficit nelle transazioni correnti nel 2008, per un valore di 4 mld di dollari.
Il debito reale, in moneta convertibile, deve essere considerato nel contesto complessivo del debito interno in titoli pubblici, e del debito estero privato. Un titolo pubblico brasiliano, che scade nel 2045, offre il 7,5% di interesse al di sopra dell´inflazione, lo stesso titolo in Giappone paga solo l´1% o meno; prendere in prestito a Tokio e investire a San Paolo è diventato il grande affare delle banche che operano in Brasile. Le cadute spettacolari che hanno colpito la Borsa di San Paolo rappresentano la manifestazione della vulnerabilità finanziaria del paese. La demolizione dei “mercati emergenti” è iniziata. La crisi mondiale ha meccanismi diretti di trasmissione vincolati alla contrazione della domanda mondiale.
Anche durante il boom commerciale, la dipendenza della regione dagli USA e dall´Europa ha continuato ad essere pesante. Più del 65% delle esportazioni latinoamericane sono dirette verso queste due aree, ed il restante va verso l’Asia e i soci regionali. Con la frenata cinese, si calcola che in 2-3 anni gli USA rioccuperanno il posto di maggior importatore di prodotti brasiliani, scalzando la Cina, attualmente detentrice del primato. Alcuni paesi latinoamericani sono più esposti al commercio unilaterale: il commercio del Messico è totalmente dipendente dagli USA (che consumano più dell´85% delle sue esportazioni). Nel caso brasiliano, economia più “indipendente” del continente e dotata della maggior area industriale, l´avanzo commerciale (2003-2013) con il Mercosud è stato di 46 mld di dollari; con gli USA-UE, quasi il doppio, 90 mld di dollari (17,8 mld con gli Stati Uniti e 71,6 mld con l´UE). Le economie latinoamericane hanno continuato ad essere molto dipendenti dalla vendita delle materie prime, che rappresentano più del 60% delle esportazioni. Tra l’altro la situazione del mercato mondiale rende sempre più difficile un nuovo ciclo di indebitamento. Il flusso di capitali, applicazioni e investimenti diretti sono in discesa.
Le esperienze dei governi nazionalisti hanno fallito tanto nel tentativo di strutturare uno Stato nazionale indipendente, quanto in quello di avviare un processo di industrializzazione capitalistica autonomo che passasse per la distruzione della supremazia del capitale finanziario. Non hanno creato una borghesia nazionale, e tanto meno hanno strutturato una fase di transizione sotto l´egemonia dello Stato. Al contrario, hanno creato una “boliborghesia” (i “boligarchi” del Venezuela), o un “capitalismo degli amici” dei Kirchner, attraverso la burocrazia di governo (che ha dissanguato finanziariamente lo Stato). Nelle nazionalizzazioni, i capitalisti (esteri e interni) hanno ricevuto forti compensazioni, addirittura superiori ai valori quotati in borsa dei capitali “espropriati”. In nessun caso è stata rivoluzionata la gestione economica attraverso il controllo o la gestione collettiva della proprietà nazionalizzata. Le nazionalizzazioni non hanno toccato le banche, base della gestione capitalistica dell´economia. L´uso delle risorse fiscali straordinarie per compensare i capitali nazionalizzati ha finito per bloccare la possibilità di uno sviluppo economico indipendente. Il capitale estero, forzato ad uscire dalla sfera industriale, è ritornato sotto forma di capitale finanziario, usando gli indennizzi ottenuti dall´acquisto del debito pubblico. In Venezuela il petrolio è formalmente nazionalizzato, ma la PDVSA (la Compagnia petrolifera statale venezuelana) registra una crisi di costi e di indebitamento, che la rende dipendente dagli accordi di partecipazione con i monopoli internazionali per lo sfruttamento del Bacino dell´Orinoco. Il Venezuela ha subito, sotto Chavez, un arretramento industriale significativo (dissimulato dal rendimento differenziale del petrolio del Paese) e attualmente si trova costretto ad importare il 70% del suo fabbisogno alimentare.
In questo contesto, nel maggio del 2013, Messico, Cile, Colombia e Peru, paesi che hanno siglato trattati di libero commercio con gli USA, hanno dato vita all´“Alleanza del Pacifico” (Costa Rica e Panama partecipano in qualità di membri osservatori), eliminando il 90% delle loro tariffe sulle importazioni (e prevedendo l´eliminazione del restante 10% entro il 2020), e mettendosi di traverso ai progetti di integrazione continentali portati avanti dal Brasile (i quattro paesi del Pacifico hanno una popolazione di 210 milioni di persone contro i 200 milioni del Brasile; un PIL di 2mila miliardi di dollari, contro i 2,4mila miliardi del Brasile). L´iniziativa si colloca nell’ambito delle negoziazioni promosse dagli USA a favore della TPP (Associazione Transpacifica) con i paesi asiatici (tranne la Cina), Oceania e America che affacciano sul Pacifico, ignorando gli accordi commerciali regionali di questi paesi. I nove paesi del progetto TPP (che includono Cile e Peru) posseggono un PIL di 18mila mld (l´85% appartiene agli USA) che oltrepasserebbe i 28mila mld di dollari qualora fossero incorporati Messico, Canada e Giappone.
La “movida” di ispirazione yankee ha chiaramente sfruttato la non riuscita e l´arretramento dei progetti di “unione latinoamericana” agitati dal nazionalismo sudamericano. Il Venezuela chavista ha abbandonato la CAN (Comunità Andina delle Nazioni) nel 2006 – che è rimasta limitata a Colombia, Peru, Bolivia ed Ecuador – e la sua successiva incorporazione al Mercosud, concomitante con il golpe che ha spodestato il governo Lugo e prodotto la momentanea esclusione del Paraguay dal blocco, ha beneficiato principalmente le imprese brasiliane, che avevano già ottenuto l´”Accordo di Complementazione Economica” (ottobre 2014), che si colloca al di sopra delle istituzioni e degli accordi del Mercosud ed è favorevole esclusivamente al Brasile. L´ingresso del Venezuela potrebbe essere interessante per l´America Latina qualora permettesse accordi bilaterali, di scambio di fonti energetiche con prezzi bassi rispetto a quelli internazionali, investimenti industriali su vasta scala, con prestiti economici e di lungo periodo. Ma questa è una prospettiva al di fuori delle possibilità delle borghesie nazionali, per le loro rivalità e per la pressione esercitata dal capitale finanziario internazionale.
I governi bolivariani si vanagloriano di una cosiddetta integrazione senza precedenti nella storia continentale, ma il torrente di parole è privo di sostanza, come dimostra l´arretramento del Mercosud, invischiato in dispute commerciali (dal 2011 l´Argentina applica tariffe non automatiche di importazione a 600 prodotti). Il proposito del blocco, creato nel 1991, era quello di ottenere una maggiore capacità di negoziare l´integrazione dei paesi che lo componevano al mercato mondiale, e si è concluso con un fallimento (è stato firmato appena un accordo di libero commercio… con Israele). Brasile e Argentina hanno incorporato il Venezuela al Mercosud, ma si è trattato di un atto privo di contenuto: la postulata integrazione energetica del blocco si è rivelata un´illusione. Le crisi mondiali presentano un´opportunità per i paesi il cui sviluppo è arretrato a patto che ci sia una politica indipendente della borghesia nazionale, costretta ad attuare sotto la pressione della crisi a causa della sua dipendenza dal capitale internazionale. Più che mai le economie dell´America Latina dipendono da una manciata di materie prime, agricole e minerarie. L´integrazione latinoamericana che rappresenta una sicurezza soprattutto per il Brasile, riflette gli interessi delle grandi imprese di costruzione che attuano nelle opere di infrastrutture, vincolate agli investimenti di capitali provenienti dalle miniere internazionali e in stretta relazione con il capitale dei macchinari pesanti degli USA.
Il nazionalismo non è riuscito a superare i suoi limiti localistici e la concorrenza tra le borghesie del continente. La proposta di “integrazione degli eserciti” è reazionaria: le caste militari (e i servizi di intelligence ad esse vincolati) non sono altro che un corpo refrattario a qualsiasi controllo sociale, e a qualsiasi controllo reale da parte delle cosiddette istituzioni rappresentative. Nei paesi favoriti dalle esportazioni di combustibile (gas e petrolio) il nazionalismo ha usato le nazionalizzazioni non per trasformare i lavoratori in classe dominante, ma per impedire una loro organizzazione indipendente, e per sottomettere le loro organizzazioni alla tutela dello Stato. La COB boliviana è sottomessa al governo di Evo Morales, la cui stabilità economica e politica poggia sulla vendita di gas al Brasile e all´Argentina, e sull´aumento del 32% delle tasse e royalties che le imprese straniere produttrici devono pagare allo Stato dal 2006. In Venezuela, il governo si è impegnato a statizzare il movimento sindacale. In generale, le nazionalizzazioni parziali e gli aumenti di riscossione sono serviti come pretesto, in settori sindacali e della sinistra, per abbandonare l´indipendenza di classe e sommarsi allo Stato nazionalista. Assoggettate allo Stato nazionalista-caudillo, le nazionalizzazioni e le “isole di autogestione” (che devono competere commercialmente con le imprese capitaliste) hanno finito per rafforzare il capitalismo e lo sfruttamento. Il Venezuela post-Chavez, colpito dal calo del prezzo del petrolio, è affondato in un´inflazione annua del 65% accompagnata dalla recessione, che proietta l´ombra di un default finanziario. Le manovre golpiste dell´opposizione inciampano nelle divisioni interne, che riflettono la divisione stessa dell’imperialismo yankee (estremisti repubblicani vs Obama-democratici) a proposito delle politiche da seguire, considerando l´identità chavista delle Forze Armate.
La nazionalizzazione integrale delle risorse naturali ed energetiche è la precondizione per un´integrazione latinoamericana che non sia strumento di competizione tra monopoli (come la fallita ALCA o lo stesso Mercosur). Senza tale condizione, i progetti di unificazione (come il gasdotto del sud) non hanno possibilità di esistere. Le nazionalizzazioni sono state condizionate positivamente dall´aumento dei prezzi del combustibile e dei minerali, e cioè dalla possibilità di distribuire il reddito differenziale tra capitale estero e Stato. C´era (addirittura avanzava) denaro da far felici tutti. Ma ciò non è servito a modernizzare lo sfruttamento di risorse naturali, ed il capitale investito è stato consumato improduttivamente. Attraverso il ricorso a risorse straordinarie, Venezuela e Bolivia hanno stimolato significative campagne a favore della salute e dell´educazione, ma non hanno fatto passi avanti per consolidare le basi economiche dell´autonomia nazionale, per sostenere nel lungo periodo i piani e programmi sociali. Hanno concluso dilapidando gli eccezionali rendimenti della produzione delle miniere, credendo che i prezzi internazionali non sarebbero mai caduti, ma il prezzo internazionale del petrolio, che ha toccato i 150 dollari, è caduto attestandosi a poco più di 50.
La caduta dei prezzi degli idrocarburi, conseguenza della crisi mondiale, ha provocato la crisi delle nazionalizzazioni in corso, ed ha aperto la strada ad una nuova fase di concessioni ai monopoli multinazionali. Il ciclo di riscossione fiscale si sta concludendo. Le limitate riforme fiscali, ottenute attraverso l´aumento delle imposte sul petrolio e sul gas estratti dalle multinazionali, hanno reso un vantaggio passeggero che si colloca nel contesto di elevati prezzi internazionali. La crisi mondiale minaccia soprattutto il governo nazionalista dell´Ecuador, il cui petrolio finanzia non solo l´economia nazionale ma la stessa dollarizzazione, che si mantiene ancora oggi. Di fronte alla crisi del nazionalismo, la burocrazia sindacale latinoamericana mostra di non avere indipendenza politica, seguendo le politiche di salvataggio del capitale praticate dai governi. Non ha un programma proprio, proponendo, per esempio, la nazionalizzazione e il controllo operaio delle imprese fallite. I sindacati sudamericani si sono limitati a chiedere ai capi di Stato della regione che esigessero la garanzia della manutenzione dei posti di lavoro nelle imprese che hanno ricevuto il sostegno del governo.
Nei paesi andini, dove il movimento bolivariano ha avuto maggior ripercussione internazionale, la peculiarità del nazionalismo è l´indigenismo, il protagonismo delle masse rurali che si sono spostate verso le città, dove hanno occupato il posto occupato precedentemente dal proletariato industriale. Le ideologie indigeniste comprendono un ventaglio di posizioni che va dal ritorno all´incaismo alla preservazione delle comunità rurali originarie a partire dalle sue basi produttive (la piccola proprietà). Ma è stata la piccola borghesia urbana ad imporre alla massa indigena il suo programma, il cosiddetto “capitalismo andino”, che postula l´integrazione delle forme agricole precapitalistiche al capitalismo “globale”, attraverso la mediazione dello Stato. Sono state così frustrate le promesse di una rivoluzione agraria.
Divisi ed addirittura in opposizione tra loro, i progetti capitalistici “latinoamericani” sono entrati in crisi. La moneta comune Brasile-Argentina non riesce ad essere più di un espediente per compensare i saldi dei pagamenti esteri. L´autonomia dell´ALBA è smentita dai compromessi simultanei dei paesi che ne fanno parte con altri accordi internazionali. Il processo capitalista opera per la disintegrazione dell´America Latina. Il Brasile ha rafforzato l´alleanza finanziaria con gli USA e ha ridotto il consumo ed il prezzo del gas boliviano. L´UNASUL è un progetto della borghesia brasiliana per “integrare” un´industria militare regionale sotto il suo controllo, e per far crescere le spese in infrastrutture per le sue imprese di costruzione private. La CELAC (Comunitá degli Stati Latinoamericani e Caraibici) è appena un luogo di discussione, che non riesce neanche a pronunciarsi contro i golpe (Paraguay o Honduras), contro l´embargo yankee a Cuba, o per il ritiro delle truppe straniere ad Haiti, e men che mai per il ritiro delle basi militari (Washington aumenterà il contingente militare in Peru da 125 a 3.200 soldati a partire dal 1 settembre), o contro le manovre navali nordamericane. Le bandiere dell´“integrazione” sono via via divenute fiction politica. Il nazionalismo borghese fallisce di nuovo come nel passato, ora nel contesto di una crisi mondiale inedita.
Con l´impatto della crisi mondiale (e con l´elezione di Obama) è stata insistentemente rivendicata la “fine della guerra fredda in America Latina”. La pacificazione tra USA e Cuba, la normalizzazione tra Cuba e EU sono servite a stabilizzare politicamente l´America Latina opponendo l´integrazione politica di Cuba alla rivoluzione latinoamericana, offrendo in cambio la fine dell´isolamento di Cuba. Il destino di Cuba è più che mai inserito nel contesto latinoamericano e nella sua stessa crisi politica interna, contesti che il governo di Raul Castro tenta di “navigare” proponendo una sorta di “via cinese”, con un ruolo centrale delle Forze Armate (che controllano più del 60% dell´economia cubana). Il contesto per una transizione al capitalismo, come quella che si è verificata in Russia e Cina, però, è cambiato nel piano internazionale: il mercato mondiale è diventato troppo stretto per ammettere un nuovo competitore (benché piccolo, come Cuba). Il contesto ideologico internazionale non è più quello della “fine del comunismo”, come nel 1989-1991. Rivendicare la fine dell´ embargo nordamericano ed il riconoscimento incondizionato all´autodeterminazione nazionale cubana (a cominciare dalla restituzione di Guantanamo e dalla ritirata delle truppe yankee dall´isola) potrebbe mettere Cuba in contatto diretto con le lotte sociali latinoamericane, non solo con il capitale mondiale.
Le FARC colombiane sono diventate un fattore di crisi politica internazionale, che ha provocato una mobilitazione bellica nella regione. Prima di morire, Chavez ha appoggiato lo “scambio umanitario” di ostaggi ed ha riconosciuto il ruolo di forza belligerante alle FARC, per poi chiedere il disarmo e la liberazione incondizionata degli ostaggi, spingendo per il disarmo unilaterale della guerriglia. L´esperienza della lotta armata delle FARC (che sono arrivate a controllare quasi un terzo del territorio colombiano) è politicamente esaurita, ma ciò è usato per assegnare la vittoria politica ai paramilitari colombiani entrati al governo nel tentativo di cancellare il loro passato criminale e di riciclarsi nello “Stato di Diritto”. I negoziati di pace che si stanno portando avanti a Cuba, sotto il patrocinio del governo castrista, si inseriscono in questo solco reazionario. In America centrale, le guerriglie (FSLN e FMLN) hanno abbandonato le armi per aggiungersi alla “politica istituzionale” (borghese) e gestire lo Stato capitalista.
Nel gigante dell´America del Sud, il quarto mandato presidenziale del PT è iniziato sotto il segno: a) della crisi economica e politica; b) del tentativo di orchestrare un attacco strutturale alle conquiste del lavoro e alle condizioni di vita dei salariati brasiliani con l´obiettivo dell´”equilibrio fiscale” e della riduzione del “costo Brasile” (ossia del recupero del saggio di profitto) per generare una nuova corrente di investimenti esteri e interni. Le esportazioni dei manifatturati (base principale della produzione industriale) si sono attestate nel 2014 ad un valore di 6 mld di dollari più basso rispetto al 2008, un arretramento assoluto del 17%. La bilancia commerciale ha registrato un deficit di 3,93 mld di dollari, il primo da quattordici anni. Il deficit commerciale in beni industriali (importazioni/esportazioni di beni manifatturati) è salito al 150% in cinque anni (solo l´Arabia Saudita ha registrato un dato peggiore nell´economia mondiale). La riconversione in un´economia basata sull´esportazione di materie prime sta presentando il conto, economico ed anche ambientale: l´estrazione sfrenata di minerali, la produzione di soia e pollo compromettono irrimediabilmente gli ecosistemi, in particolare quello acquifero. Gli indicatori industriali di produzione sono tutti in caduta. L´industria automobilistica brasiliana opererà quest´anno ed il prossimo, al 50% della sua capacità massima di produzione. Nel bilancio economico dei primi quattro anni di Dilma Rousseff la crescita accumulata del PIL è caduta dal 19,6% al 7,4% (una diminuzione del 60% in relazione ai due governi Lula); la percentuale di inflazione accumulata è aumentata dal 22% al 27% (un aumento del 20%); il deficit accumulato in conto corrente è saltato da 98,2 a 268 mld di dollari, un aumento del 170%.
Dilma Rousseff ha cercato di assorbire la pressione dei “mercati”, la cui principale preoccupazione è che il Paese riesca ad onorare il pagamento del debito estero e ad aumentare gli “incentivi” affinché il capitale speculativo non fugga. Tra gli “incentivi” non compaiono solo il congelamento dei salari e la riduzione della spesa sociale. Un posto importante è occupato dalla liberalizzazione del commercio estero e dal cambiamento della politica sul petrolio. Gli sforzi del governo per arrivare a siglare un accordo di libero commercio con l´Unione Europea, per debilitare il Mercosud e “liberare” la politica brasiliana dall´Argentina, sono stati finora bloccati dai governi di Argentina e Uruguay. Riguardo alla questione del petrolio, il governo Dilma ha ceduto alla pressione esercitate sulla Petrobras perché essa rispondesse agli interessi dei suoi azionisti privati (aumento del prezzo della benzina e politica di più alti profitti e distribuzione di dividendi). Il debito pubblico del Brasile è del 60% superiore al PIL; peggiore è la situazione del debito privato, che è vicino al 100% del PIL. Nonostante gli avanzi primari abbiano totalizzato tra il 2002 ed il 2013 ed in valori correnti 1082mila mld di reali, il debito interno è balzato a quasi tremila mld di reali (1200mila mld di dollari). In questo quadro, l´entrata di capitale speculativo per approfittare della differenza dei tassi di interesse brasiliani rispetto a quelli dei mercati internazionali è stata forte in questi ultimi anni, ma ora affronta un´inversione di tendenza. La fuga di capitali ha significato una considerevole svalutazione del real, di oltre il 30%.
Lo scandalo di corruzione della maggior impresa del Paese, la Petrobras, ha acquisito dimensioni impreviste, colpendo anche i conti pubblici: l´impresa (il cui prezzo di mercato è caduto dai 410 mld di reali del 2011 ai 160 mld di reali attuali) è responsabile del 10% dell´introito fiscale del Paese. Secondo la Merril Lynch, lo scandalo costerà lo 0,86% del PIL. Il sistema di tangenti miliardarie per la concessione di contratti pubblici coinvolge le nove maggiori imprese costruttrici del Paese (Camargo Correa, Engevix, Galvão, Mendes Júnior, IESA, OAS, Odebrecht, Queiroz Galvão, UTC). La banca Morgan Stanley, ha calcolato che le perdite dell´impresa petrolifera causate dal sistema di corruzione corrisponderebbero a 21 mld di reali (circa 8 mld di dollari). Attorno alla Petrobras si muove l´industria della costruzione navale, l´industria pesante ed altri segmenti dell´economia brasiliana. Le nove imprese che hanno partecipato al progetto corrotto (il “cartello”) hanno fatturato nel 2013 33 mld di reali attraverso contratti pubblici, hanno finanziato candidati a deputato per 721 mld di reali e candidati a senatore per 274 mld di reali; il 70% dei parlamentari eletti nel 2014 ha ricevuto contributi dalle grandi imprese. Più della metà dei membri della commissione parlamentare di inchiesta (CPI) sul petrolão ha ricevuto contributi miliardari da parte di imprese attualmente nel banco degli imputati. Il “club” aveva 16 soci fissi e sei imprese “occasionali”. In una dimostrazione di “sovranità”, il Procuratore Generale del Brasile, Rodrigo Janot (minacciato di morte), ha cercato l´aiuto, durante le indagini, della FBI americana. Le voci che rivendicano la completa privatizzazione della Petrobras già si sono fatte sentire. Non ancora quelle che rivendicano la totale statizzazione sotto il controllo operaio.
La caduta del prezzo internazionale del petrolio sarebbe, secondo alcuni analisti, la grande opportunità per una riattivazione dell´economia mondiale, ma quel che si annuncia è un periodo di arretramento per i paesi che sopravvivono grazie ai profitti provenienti dall´estrazione mineraria. Il prezzo del barile di petrolio era salito fino a toccare i 150 dollari, prima di sprofondare a 50-55 dollari. La caduta dei prezzi internazionali ha poca ripercussione sui prezzi interni, essendo innocua per la riattivazione del consumo finale. La maggior parte dei governi ha bisogno di imposte sui combustibili per far fronte al pagamento del debito pubblico e al salvataggio delle banche. L´impatto negativo sul saggio di profitto delle compagnie petrolifere è forte, e si deve all´aumento di costi che ha accompagnato l´aumento dei prezzi, alla distribuzione del reddito tra tutti i settori che intervengono nella produzione, all´incorporazione dei giacimenti che esigono processi più costosi, o all´incremento degli investimenti. La caduta mondiale del prezzo del petrolio corrisponde a quella di tutte le materie prime, dei minerali e degli alimenti. Questa sterzata modifica il corso della crisi economica mondiale perché investe in pieno la periferia nello stesso momento in cui la crisi si acuisce in Europa e Giappone.
La caduta del prezzo internazionale del petrolio è stata attribuita alla caduta della domanda di Cina e Europa, al forte aumento della produzione di combustibili non convenzionali negli USA e al recupero della produzione in Libia e in Irak. La crisi di sovrapproduzione della Cina è decisiva, perché il paese è un fattore fondamentale per l´espansione del mercato mondiale. Il profitto del settore petrolifero aveva già aperto il campo alla produzione di gas e petrolio non convenzionali negli USA. Nel mercato nordamericano il prezzo del gas è caduto al limite della redditività del suo sfruttamento. La diminuzione del prezzo della benzina – e quello del gas per l´industria e per il riscaldamento – è annullata dalla chiusura dei giacimenti, la cui produttività è in declino. Il boom dei combustibili negli USA è stato spinto dai bassi tassi di interesse, che hanno permesso di finanziare investimenti che sarebbero stati proibitivi con tassi maggiori. La strategia saudita di aumentare la produzione per impedire nuovi investimenti ha significato l´interruzione di buona parte dello sfruttamento nordamericano del petrolio di scisto, scartando i nuovi investimenti e provocando il licenziamento di decine di migliaia di lavoratori. Gli anelli deboli della crisi petrolifera internazionale sono Brasile, Russia e Venezuela. I costi della Petrobras e della PDVSA superano i prezzi internazionali attuali del petrolio; a questi livelli entrambe le imprese non avrebbero possibilità di attuare. Il problema è che, oltre a ciò, posseggono debiti enormi e sono fonti di finanziamento di Stati che hanno debiti ancora più alti. Le azioni della Petrobras sono quotate a meno della metà della sua media storica.
In Brasile il deficit pubblico è arrivato al 5% del PIL nel 2014, il più alto livello dal 2003. Il deficit commerciale e in conto corrente sono i peggiori dei dodici anni di governo del PT. Il deficit dei conti esteri ha raggiunto il 3,7% del PIL, 83,56 miliardi di dollari, un livello che non si toccava dal 2001-2002 (periodo della crisi argentina). Vasti settori del grande capitale brasiliano per questo hanno cominciato a proporre un cambiamento dell´asse economico esterno. Luiz Alfredo Furlan, rappresentante dell´agribusiness (ed ex ministro di Lula) ha proposto apertamente l´uscita del Brasile dal Mercosud e la sigla di accordi bilaterali con gli USA e l´UE. Il 10% più ricco della popolazione continua ad essere detentore del 60% delle entrate; lo 0,5% della popolazione detiene il 20% del reddito nazionale. La disuguaglianza sociale si è mantenuta stabile nell´era Lula-Dilma, presentando una lieve tendenza all´aumento. Ma è sufficiente darsi uno sguardo intorno per costatare le pessime condizioni di vita dell´immensa maggioranza della popolazione brasiliana che negli ultimi decenni non è progredita, ma che, al contrario, in materia di risanamento basico, salute o educazione, ha subito un logorio che è stato il detonatore delle giornate di lotta del giugno 2013.
L´annuncio dell´equipe economica del nuovo governo ha ricevuto il benvenuto del grande capitale. Joaquim Levy, tra il 2010 e il 2014, è stato presidente del Bradesco Asset Management, che amministra oltre 130 mld di dollari. È stato discepolo, all´Università di Chicago, di Milton Friedman, il padrino dei Chicago Boys e padre dichiarato del neoliberismo mondiale. Come responsabile politico del Fondo Monetario Internazionale (tra il 1992 e il 1999), Levy è stato avvocato ed esecutore di programmi di austerità in diversi Paesi. Durante il governo di Fernando Henrique Cardoso, Levy ha attuato come stratega economico, coinvolto nella privatizzazione di imprese pubbliche e nella liberalizzazione del sistema finanziario, che ha facilitato la fuga di 15 mld di dollari annui. Levy è membro eminente dell´oligarchia finanziaria del Brasile. In un altro ministero strategico, quello dell´agricoltura, Katia Abreu afferma che il latifondo in Brasile non esiste. È stata dirigente della Confederazione Nazionale dell´Agricoltura ed è rappresentante della lobby della soia, altro settore in caduta libera a livello mondiale.
Riguardo alle questioni che interessano il lavoro, il sussidio di disoccupazione, la pensione per morte del coniuge e altri benefici sociali basici saranno molto più difficili da ottenere. Gli sgravi fiscali nel pagamento di salari e stipendi, praticata dal 2008 non ha invertito la politica di licenziamenti, al contrario, la ha accentuata. Facendo una verifica incrociata dei dati, è stato dimostrato che i settori imprenditoriali hanno pagato 5,5 mld in meno (il 23,1% del montante di imposizione fiscale di 23,8 mld sull´industria), e più che assumere hanno licenziato dal 2012. E Levy propone non solo il mantenimento degli sgravi, ma anche l´inserimento di nuove norme che facilitino i licenziamenti. La capacità di produzione dell´industria ha toccato il suo peggior livello di uso medio dal 2009, spinta verso il basso dal settore siderurgico, le cui industrie si attestano al 68,6% della loro capacità produttiva. All´inizio del nuovo anno, i lavoratori della Volkswagen dell´area industriale di San Paolo sono entrati in sciopero a tempo indeterminato per il reintegro di 800 lavoratori licenziati. L´impresa non ha rispettato l´accordo siglato nel 2012, che prevedeva la stabilità dei lavoratori fino al 2016. Altri 244 operai sono stati licenziati alla Mercedes Benz. Il 12 gennaio i metalmeccanici delle industrie di San Paolo hanno realizzato una grande manifestazione: più di 20mila tra lavoratori della Volks, della Mercedes e della Karmann Ghia hanno occupato l´autostrada Anchieta. I metalmeccanici hanno mantenuto la protesta fino al ritiro, da parte delle organizzazioni padronali, dei licenziamenti (il sindacato ha comunque accettato un piano di licenziamenti volontari). A São José dos Campos, uno sciopero di sei giorni degli operai della General Motors è riuscito a sbarrare la strada ai licenziamenti.
In Messico, nella notte del 2 settembre 2014 ad Iguala, nello Stato di Guerrero, 43 studenti del combattivo Magistero di Ayotzinapa, che avevano tra i 18 e i 21 anni, sono stati massacrati dopo l´attacco della polizia partito su ordine del sindaco ora detenuto. Narcotrafficanti hanno confessato e sono stati arrestati ma si tratta di una confessione alla quale non hanno creduto, in mancanza di prove, i genitori delle vittime. L´episodio ha suscitato un vasto movimento di condanna a livello nazionale, che la repressione non è stata in grado di fermare. Dopo quasi un mese e mezzo, la Procura Generale messicana ha voluto chiudere il caso accettando la confessione dei tre capri espiatori offerti dal narcotraffico, nonostante l´evidente coinvolgimento della polizia ed anche dell´esercito nel massacro. La mobilitazione non si ferma e sta mettendo in crisi il governo del PRI (Peña Nieto) e la sua compiacente opposizione, destabilizzando l´immenso paese che confina con l´intero sud degli Stati Uniti, dove la maggioranza della popolazione è di origine messicana o latinoamericana. Il salario minimo del Messico, integrato all´economia degli USA attraverso il NAFTA, è, proprio per questa ragione, il più basso del continente. A giugno ci saranno le elezioni: la crisi politica messicana è appena iniziata, ottenendo una proiezione internazionale esplosiva. Ed essa ha effetti anche sul suo vicino del sud, il Guatemala, governato dal generale genocida Otto Pérez Molina, che governa attraverso una serie di stati d´assedio regionali (e di omicidi di leader contadini e indigeni) per consentire il mantenimento del 60% delle terre coltivabili del Paese nelle mani di imprese multinazionali.
All´altro estremo dell´America Latina, in Argentina, la morte del procuratore di Stato coinvolto nel processo AMIA (l´attentato del 1994 contro l´associazione mutualista giudaica che fece oltre 400 feriti ed 87 morti), sistematicamente coperta dai governi degli ultimi venti anni, mostra la decomposizione assassina dei servizi segreti ereditati dalla dittatura militare, che la “democrazia” ha lasciato intatti, e la loro complicità con i servizi segreti stranieri (principalmente CIA e Mossad) configurando una crisi nella spina dorsale dello Stato. Nella crisi politica e istituzionale si proietta politicamente il Fronte di Sinistra, guidato dal Partido Obrero, un´alternativa di carattere classista e rivoluzionario, una proiezione confermata dai recenti comizi elettorali di Mendoza e Salta (le elezioni nazionali sono fissate per ottobre di quest´anno). L´Argentina rispecchia una situazione in cui le condizioni oggettive (economiche, sociali e politiche) del continente, nel solco della crisi mondiale, aprono la possibilità di costruzione di un´alternativa di sinistra rivoluzionaria.
Osvaldo Coggiola

SER OU NÃO SER (CHARLIE)

Em 1998, Zinedine Zidane conduzia a seleção francesa de futebol à sua primeira conquista da Copa do Mundo, em Paris. O craque francês de origem argelina integrava um time histórico (também venceu a Eurocopa de 2000) com Didier Deschamps, Emmanuel Petit (nomes mais franceses, impossível), o ghanês Odenkey Addy Abbey (mais conhecido como Marcel Desailly), Lilian Thuram, também de origem africana subsaariana, Robert Pirès (que, se tivesse nascido no país que seus pais abandonaram a procura de trabalho, teria se chamado simplesmente Roberto Pires, e envergado a camisa cor de vinho também usada por Cristiano Ronaldo). A França e o mundo celebraram, na maior conquista esportiva de sua história, a vitória definitiva, no país do hexágono, de uma sociedade multiétnica e multicultural reconciliada consigo própria. O estraga-prazeres que ousou apontar que o time galo mais parecia um catálogo futebolístico do antigo império colonial francês recebeu, discretamente, não uma taça, mas uma garrafada de champanhe na cabeça.

Menos de sete anos depois, em 27 de outubro de 2005, houve a perseguição pela polícia, seguida de morte, dos jovens franceses descendentes de africanos Bouna Traoré e Zyed Benna, que fugiram de uma das habituais blitz policiais contra jovens não brancos das banlieues, entraram em um terreno fechado, pertencente à EDF (companhia de eletricidade), refugiando-se dentro de uma edificação de instalações elétricas, onde morreram eletrocutados (um terceiro, Muhittin Altun, sofreu queimaduras graves). Pouco depois, começaram os confrontos em Chêne-Pointu, entre grupos de jovens “periféricos” e a polícia. A revolta se espalhou rapidamente pela periferia de Paris e de outras cidades da França, instaurando-se o estado de emergência em 25 departamentos, a partir de 8 de novembro de 2005 até 4 de janeiro de 2006. Os distúrbios duraram dezenove noites consecutivas, até o dia 16 de novembro. Jovens indignados queimaram 8.970 carros e entraram em confronto com a polícia francesa; foram presos 2.888 jovens e houve mais um morto. Em 17 de novembro a polícia declarou que a situação tinha sido “normalizada”. Certo Chérif Kouachi, rapper amador, foi posto (com outros) na prisão.

Em 2011, os escritórios do semanário humorístico Charlie Hebdo, que tinha reproduzido as charges ofensivas sobre o profeta Maomé publicadas há pouco tempo no jornal dinamarquês Jyllands Posten (provocando manifestações de rua em repúdio em países árabes e/ou islâmicos) foram vítimas de um atentado a bomba, que provocou danos materiais, mas não vítimas. E, em novembro de 2013, a coluna sonora do filme francês “La Marche” dava a conhecer ao mundo um rap, “livremente” composto e cantado por vários conhecidos rappers franceses (Akhenaton, Disiz, Kool Shen e Nekfeu), em que o refrão solicitava, com alguma insistência, “um Auto da Fé contra esses cachorros de Charlie Hebdo”. Pouco tempo antes, Al Qaeda divulgara uma lista de condenados à morte (Fatwa), entre os que se encontrava o editor do semanário, Stéphane Charbonnier (ou “Charb”).

A 7 de janeiro de 2015, dois jovens irmãos franceses de origem árabe (e de declarada profissão de fé islâmica) invadiram a sede de Charlie Hebdo, e realizaram o pedido dos rappers, com meios mais modernos do que os outrora utilizados pelo frade Torquemada. Apresentados depois como profissionais altamente treinados em bases terroristas iemenitas e outros centros do Oriente Médio, inicialmente erraram o endereço do jornal, que lhes foi revelado por acaso por uma das jornalistas do semanário que, nesse momento, se apresentava ao trabalho. Graças a isso, entraram e mataram quase todos os presentes na redação (onze pessoas), numa ação realizada com armas “sofisticadas” (como as que circulam em qualquer favela do Rio) e com “grande profissionalismo”, segundo jornais e comentaristas. Tão grande, que um dos jornalistas presentes salvou-se ao esconder-se… em baixo de uma mesa. Uma jornalista presente teve a vida perdoada “por ser mulher” (foi aconselhada a ler o Corão pelos assaltantes/assassinos), mas outra (Elsa Cayat, psicanalista) tinha sido previamente massacrada a pesar de possuir evidentemente a mesma condição.

O corretor de provas de Charlie Hebdo, Mustapha Ourrad, não teve a vida perdoada em que pese sua óbvia e visível origem étnica semelhante à dos assassinos. Na saída, os irmãos Chérif e Saïd Kouachi proclamaram aos passantes sua filiação a Al Qaeda (sua filial iemenita) e arremataram (desnecessariamente, de qualquer ponto de vista, “militar” ou propagandístico) o já previamente ferido policial Ahmed Merabet, francês de óbvia e evidente origem árabe, demonstrando, se diz, se não seu aguçado faro político ou humanitário, pelo menos seu excelente “treino militar”, pois usaram um só disparo (contra um alvo imóvel, que pedia clemência no chão, situado a menos de um metro de distância…).

Pouco depois, outro “terrorista”, Amedy Coulibaly, acompanhado de sua namorada (ou ex) Hayat Boumeddiene, assassinou primeiro um agente policial na periferia parisiense (Montrouge) para depois invadir, supostamente “sincronizado” militarmente com os Kouachi, um comércio judeu (Hyper Casher), em uma ação de características claramente suicidas, durante a qual foi abandonado pela sua “profissional” cúmplice, que já estaria na Síria. Depois de conceder entrevistas telefônicas em que proclamou sua filiação ao ISIS (Estado Islâmico, EI) foi atacado por forças policiais, que o abateram, não sem lhe deixar tempo suficiente para assassinar quatro pessoas presentes, que não faziam obviamente parte de lista nenhuma de grupo nenhum. O ISIS (EI) reivindicou sua ação, tanto quanto saudou o massacre do Charlie Hebdo.

Os “sincronizados” militarmente irmãos Kouachi, ao contrário, não pretendiam se suicidar, nem ser mortos. Fugiram, demonstrando o sofisticado esquema militar que os apoiava, depois de roubar uma potente Renault Clio 1.0 de um aposentado, ao qual mostraram seus rostos (cobertos durante o massacre) e deixaram recuperar seu cachorro do banco traseiro (“le réflexe d’ouvrir la porte arrière et de dire : ‘Je récupère mon chien.’ J’ai donc récupéré mon chien”), depois de lhe informar, novamente, sua filiação a Al Qaeda de Iêmen (a concorrência dentro da franquia criada há três décadas pelo saudita Osama Bin Laden deve estar forte).

Com enorme profissionalismo e demonstração de recursos secretos em rede, assaltaram no caminho uma loja de mantimentos para ter do que comer, o que foi um dos elementos que denunciou sua localização. Previamente, os Kouachi tinham sido abandonados pelo treinadíssimo profissional terrorista francês internacional Mourad Hamyd, de 18 anos, que dirigiu o carro que os levou até a sede do jornal humorístico, e se entregou à polícia logo depois que as redes sociais vincularam seu nome com o massacre parisiense. Os Kouachi foram dados inicialmente como próximos à fronteira com a Bélgica, mas foram finalmente cercados em Dammartin-en-Goële, não longe de Paris, por uma parte (GIGN) dos 90 mil (!) policiais lançados em seu encalço, e foram mortos.

A indignação e o repúdio contra o massacre de Charlie Hebdo cobriram rapidamente a França e o mundo inteiro. Um desfile pela avenida Champs Elysées com participação de todos os chefes de estado da Europa foi realizado domingo 11 de janeiro, com presença de mais de um milhão de pessoas (os jornais falaram de 3,7 milhões de manifestantes na França toda). Antes disso, manifestações enormes foram realizadas em todas as grandes cidades francesas, convocadas por todos os partidos políticos, centrais sindicais e movimentos. As entidades islâmicas (ou árabes) francesas manifestaram também seu repúdio ao massacre, enfatizando sua incompatibilidade com o “verdadeiro” Islã.

Je Suis Charlie invadiu jornais, sites e redes sociais de todas as cores políticas e ideológicas. Outra unanimidade foi definir o massacre como um “atentado à liberdade de expressão”, uma coisa à qual França est très attachée desde os tempos da Grande Revolução (1789), como lembrou Barack Obama e também seu enviado John Kerry, este em francês (merci, Johnny), e como sabem todos seus habitantes não brancos submetidos a cotidianos controles policiais (e expulsões do território) no país que inventou os direitos humanos, no melhor estilo de Ferguson (EUA). Sem falar dos que lembram o sequestro das bancas da edição de Charlie Hebdo quando este anunciou escrachadamente, em novembro de 1970, a morte do general de Gaulle (Bal Tragique à Colombey: un Mort).

A defesa da liberdade de expressão é um princípio, mas não abstrato e intemporal. Ela foi defendida na Revolução Francesa (e antes dela) contra o Antigo Regime e seu sistema de privilégios de classe. Na França de hoje (à diferença dos EUA) queimar a bandeira nacional em manifestação pública (contra a intervenção militar francesa em Mali, por exemplo) é um delito que dá cadeia. No mesmo país, essa liberdade deve ser defendida contra as sistemáticas tentativas do clero católico de introduzir no código penal o delito de “blasfêmia” (falando em Maomé, isso lembra alguma coisa?) para não falar do apoio dado pelo ministro “socialista” Manuel Valls àqueles que propõem equiparar o antissionismo (oposição ao Estado de Israel, isto é, ao genocídio palestino) ao antissemitismo, responsável pelo Holocausto judeu.

A “união nacional” xenófoba (europeia inclusive) tentada pelos governos, aproveitando o infame massacre múltiplo, começou a fracassar logo de cara: em Lyon, na manifestação popular reunida em frente à prefeitura, a multidão respondeu com um poderoso coro (“Charlie, Charlie”) à tentativa das autoridades de puxar o canto de La Marseillaise (os mais velhos talvez lembrassem os quebra-quebras promovidos pelos veteranos paraquedistas franceses quando o francês-judeu Serge Gainsbourg cantava em público sua versão rap do hino nacional francês, Aux Armes, etcetéra; eram só duas “liberdades de expressão” em confronto, foi dito então – uma armada, a outra não). A manifestação em Lyon era por Charlie Hebdo, não pela “França eterna”.

O por vezes lucrativo mercado das interpretações estapafúrdias e conspiracionistas foi, como não podia deixar de ser, acionado de imediato. Um “pesquisador” belga, que já montara une petite affaire baseada na afirmação de que os atentados às Torres Gêmeas de 11 de setembro de 2001 foram obra da CIA e do Mossad (os árabes, como se sabe, seriam totalmente incapazes de uma empresa como essa, sobretudo contra os eficientíssimos serviços secretos ocidentais) já soltou a bomba (de crema) de que os irmãos Kouachi seriam agentes dos serviços secretos franceses (estes, certamente, já fizeram várias e boas, como a explosão de um barco do Greenpeace). Os herdeiros de Fouché e Talleyrand andariam, ao que parece, recrutando franco-árabes pobres e suicidas, se possível com passagem na prisão. Uma célebre pesquisadora argentina descobriu, desde Buenos Aires! (a distância dos acontecimentos às vezes ajuda) o braço longo da OTAN atrás dos dedos que puxaram os gatilhos na rua Nicolas Appert. A feira só acabou de abrir, outros produtos mais sofisticados logo virão.

Os produtos mais perigosos nessa seara, no entanto, são os vendidos na feira montada do outro lado da calçada. Os “grandes” jornais franceses (se é que algum deles merece ainda esse qualificativo) já lançaram a espécie de que a “sincronização” (provavelmente só imaginária, ou desejada) entre os Kouachi e Coulibaly anuncia (ou evidencia) uma junção/aliança entre Al Qaeda e Estado Islâmico, ou seja, uma nova etapa da “guerra terrorista internacional”, em que o inimigo estaria agora dotado de um exército regular (EI) e de um braço terrorista (Al Qaeda). Que obrigaria a um Patriotic Act internacional, uma contradição em seus termos.

A francesa Marine Le Pen, provável beneficiária eleitoral dos acontecimentos com sua xenófoba Frente Nacional, já lançou sua proposta de reintrodução da pena de morte (abolida, na França… em 1981), criticando o governo Hollande por não “dar nome aos bois” da ameaça antifrancesa (o islamismo radical), mas excluindo de seu alvo os “bons islâmicos franceses”. A senhora pretende mesmo vencer as eleições (seu papai, Jean-Marie Le Pen, fundador da FN, só chegou a um segundo turno presidencial) e demonstra que até os fascistas aprendem, quando necessário e conveniente: “Papai Jean-Marie” havia criticado, em meados dos anos 1990, a presença de negros e árabes na seleção francesa de futebol, responsável segundo ele pelo seu baixo desempenho (os “bleus” não classificaram para a Copa de 1994, sendo derrotados na eliminatória, em casa, por… Israel); pouco tempo depois, Zidane e seus amigos lhe fizeram enfiar suas palavras numa parte de seu corpo frequentemente retratada por Charlie Hebdo.

Do outro lado dos Alpes, onde as autoridades costumam ser mais papistas que o Papa (o que não é surpreendente, num país que abriga o Vaticano), uma circular das autoridades educacionais do Veneto (de 8 de janeiro!) recomendou que se exigisse aos pais de alunos de origem árabe que se pronunciassem condenando os atentados da França, e que a questão do “terrorismo islâmico” (sic) fosse abordada em sala de aula, pondo em guarda os alunos e suas famílias contra uma “cultura che predica l’odio contro la nostra cultura”. Ou seja, que se trata de cultura mesmo, não de armas ou de atentados.

A temida frente Al-Qaeda/EI, destinada a cobrir com uma onda de terror o planeta inteiro, se acontecer, teria raízes não em conspirações urdidas em cantos escuros de mesquitas orientais, mas em negócios urdidos em corredores com os paladinos da “guerra contra o terror”. EI é, ao que parece, uma cisão de Al-Qaeda, depois que esta se mostrou cada vez menos operacional. Um oficial arrependido (há vários) da inteligência norte-americana denunciou que o “monstro” EI foi parido pelos serviços (mais ou menos) secretos ianques, diretamente ou através de seus aliados da Arábia Saudita, Catar e Emirados Árabes Unidos. Os Estados Unidos se recusaram a ajudar o governo da Síria a combater grupos como Al-Qaeda e o então chamado ISIS (Exército Islâmico do Iraque e da Síria, que mudou de nome para “Estado Islâmico”). Além disso, segundo revelações feitas pelo site Wikileaks, o governo norte-americano armou grupos, como o ISIS e outros, para derrubar o governo sírio.

Quase três mil documentos sobre essa questão foram vazados pelo site de Julian Assange em agosto de 2014. Que também revelaram que isso aconteceu depois de Bashar al-Assad, o repressor ditador-presidente sírio, mostrar empenho “no combate ao terrorismo e aos grupos radicais islâmicos no Oriente Médio”, ou seja, declarar sua intenção de colaborar com os EUA na região. Para enviar armas para o ISIS, o governo Obama usou bases clandestinas na Jordânia e na Turquia. Aliados dos EUA na região, como Arábia Saudita e Catar, também forneceram ajuda financeira e militar. Agora, o demônio parece ter-lhes fugido do controle, como já acontecera com Al-Qaeda.

Buscar as origens de toda essa porcaria, e dessa crise da política externa do imperialismo norte-americano, no “islamismo político” (Irmandade Muçulmana) fundado por Hassan por Al-Banna no Egito dos anos 1920 é um belo exercício de erudição inútil. O islamismo (institucional ou não) foi um fator de moderação, com políticas assistencialistas e prédica religiosa, e até de combate ao nacionalismo e ao anti-imperialismo árabe (ou iraniano) nas décadas sucessivas, quando o movimento nacional árabe se aproximou mais da URSS, do maoismo e até do marxismo revolucionário. A “guerra fria” aguçou essas características. A passagem para o “islamismo com metralhadora” foi auspiciada pelos EUA em resposta a, e graças à, invasão soviética do Afeganistão (vinculada ao desenvolvimento da revolução popular contra o Xã Reza Pahlavi e seu governo de charmosos assassinos no Irã, que costumavam enfeitar as capas das Hola! e Caras daquelas décadas infames).

Osama Bin Laden (entre outros) contou com importantes meios financeiros e militares fornecidos pelos EUA (além dos próprios, que já eram importantes, como filho de uma das mais ricas famílias sauditas) para provocar o desejado “Vietnã da URSS” no Afeganistão, cinco anos depois do Vietnã americano. Tornou-se carta fora do baralho (americano) com a retirada soviética do Afeganistão e o consecutivo início da contagem regressiva da URSS. Mas era uma carta armada até os dentes e com contas bancárias de muitos dígitos espalhadas pelo mundo. O feitiço virou-se contra o feiticeiro e o restante, do atentado de Nairobi até o ataque aéreo ao World Trade Center em 2001, é história conhecida. O declínio político e morte de Osama num vilarejo perdido do Paquistão, sem custódia e com 300 euros no bolso, não deram, porém, fim à história do pântano da política imperialista (norte-americana e europeia) no Oriente Médio e na Ásia Central. Os EUA se retiraram do Afeganistão e do Iraque invadidos, deixando atrás de si o caos político mais completo, devido a pressões internas e internacionais (e à sua própria crise econômica galopante), que os obrigaram também a retirar da Casa Branca o clã Bush e seus alucinados planejadores da “guerra infinita” (Donald Rumsfeld, Blackwater and Co.).

E tiveram de voltar logo depois, agora com “drones”, “tropas preventivas” e, sobretudo, agentes interpostos (enviar tropas próprias seria extremamente impopular, nos EUA), que deram nova vigência à Al-Qaeda e seus filhotes (desejados ou não). Estes já aprenderam (Osama Bin Laden sacrificou sua vida no aprendizado) que é possível ter seu próprio jogo nesse xadrez de morte. E começaram a recrutar na Europa, na Rússia, na China e nos próprios EUA, para ações onde for preciso, ou simplesmente onde for possível. Mas só se recruta onde há bases para esse recrutamento; França é um território privilegiado para isso. Como afirmou um panfleto (de L’Insurgé) lançado em Paris logo depois dos assassinatos no Charlie Hebdo: “Comment ne pas comprendre que ces groupes, jouant sur la xénophobie et la misère dont sont victimes, en Europe, nombre d’enfants d’immigrés, puissent à leur tour embrigader quelques dizaines de paumés? Et en usant pour cela de la religion comme d’une drogue?”.

8,4% da população francesa é composta por imigrantes; seus filhos, por sua vez, perfazem 11% da mesma população. Ao todo, quase 20% da população (e um percentual ainda maior se contados os sans papier, os imigrantes ilegais) sendo os árabes (ou de origem árabe) o contingente mais numeroso. A maioria dos imigrantes chegou nas décadas situadas entre 1950 e 1970, quando as portas da França (e de outros países europeus) se abriram, em meio ao boom econômico, para trabalhadores em setores de mão de obra escassa, ou em serviços (limpeza, colheitas, serviços domésticos) que os franceses se recusavam doravante, por variados motivos (salariais, em primeiro lugar) a executar.

Os primeiros (os imigrantes) carecem de direitos políticos; os segundos (seus filhos e netos) os possuem, mas são objeto de discriminações cotidianas. A integração dos “OS” – peões de chão de fábrica – imigrantes na vida sindical, primeiro passo para sua integração na luta de classes e na vida social do país, foi limitada. As políticas das direções “socialistas” e “comunistas”, que só os aceitaram como enfeite, e das burocracias sindicais, foram as principais responsáveis por isso. Empilhados em alojamentos precários (os foyers Sonacotra), vítimas de mil entraves burocráticos para reunir suas famílias no novo lar, inclusive depois de décadas de trabalho. Discriminados nas escolas, discriminados até nos bares, nos lugares de lazer, confinados em guetos. Os importadores de mão de obra barata, que acelerou a acumulação de capital e os lucros do capitalismo francês nos “trinta anos gloriosos”, “esqueceram” (propositalmente, claro) que não estavam importando apenas trabalho, mas pessoas, com cultura, desejos e aspirações próprias. Atender essas necessidades não dava lucro, apenas gastos.

Pais árabes sem religião (ou não praticantes) passaram não raro a ter filhos islâmicos praticantes. O responsável da mesquita frequentada pelos irmãos Kouachi se lembrou deles (em entrevista à TV) como discretos e calados, usando roupas “ocidentais”, mas que se exaltaram (contra) quando na mesquita foi feito um chamado a participar da vida política do país, nas eleições francesas. Estrangeiros no país em que nasceram e se criaram. Essa informação vale mais que todas as descobertas de “pesquisadores” sensacionalistas à cata de negócios editoriais.

Fracasso da badalada “sociedade multicultural”, da “tolerância entre culturas”? Mas a própria noção de “tolerância” não implica que haja “tolerantes” e “tolerados”, isto é, opressores e oprimidos? Quem é que quer ser apenas “tolerado” durante toda uma vida? Alguns setores da vida do país se abriram para os árabe-franceses, nos esportes e em especial na cultura; alguns franceses passaram a apreciar a música árabe. O rap franco-árabe conquistou algum lugar nas paradas. Mas foi pouco, foi lento, e a máquina trituradora da sociedade de classes continuou a funcionar com muito maior rapidez e eficiência.

A crise econômica e o “desemprego estrutural”, a partir de meados da década de 1970, completaram a catástrofe. “Les Français d’abord” não foi só um slogan de partidos de extrema-direita (depois, apenas de direita), mas também uma frase que se ouvia com demasiada frequência nas filas das agências oficiais de emprego. E a esmola oferecida aos desempregados crônicos passou a ser chamada, quando concedida a trabalhadores estrangeiros, de aproveitamento parasita por parte destes dos impostos pagos pelos “honestos franceses”. A extrema direita xenófoba (no início, também explicitamente antissemita) pulou gradativamente de menos de 1% para mais de 20% dos votos, obtidos inclusive entre os setores mais pobres dos antigos eleitorados socialista e comunista.

Fracasso do sistema educacional francês em integrar comunidades de origem alógena aos valores e tradições republicanas da França, inclusive quando já se encontram na sua terceira geração de descendentes de estrangeiros (principalmente árabes) nascidos no país? Valores que integram, por exemplo, a invasão napoleônica do Egito, em 1798 (as peças arqueológicas e obras de arte roubadas na empreitada enfeitam até hoje o Museu do Louvre e o Museu Britânico, em que pesem as reclamações dos governos egípcios). A colonização da África do Norte pelos franceses, a partir de 1830. As aventuras coloniais africanas de Napoleão III. A corrida às colônias de franceses (e outros países europeus) na África e na Ásia, na passagem do século XIX para o século XX.

E, no século XX, os acordos Sykes-Picot que dividiram Oriente Médio ao sabor dos interesses das potências colonialistas europeias. A repressão sangrenta da revolta encabeçada por Abdelkrim (Abd el-Krim El Khattabi) no Marrocos (Riff) franco-espanhol, na década de 1920, realizada pelo marechal Pétain, o mesmo que entregou depois a França aos nazistas. O uso das “tropas coloniais” para as tarefas mais sujas, podres e perigosas, como a ocupação do Rühr alemão (1923), ou na Segunda Guerra Mundial. A “guerra suja” (foi aí que o termo foi cunhado) de França contra a luta pela independência da Argélia, modelo das ditaduras latino-americanas. O bombardeio massacrador de Sétif e Guelma, com 50 mil mortos, ordenado pelo governo republicano e “socialista” de Guy Mollet. O massacre de manifestantes pela independência argelina no metro Charonne, em 1962, com dezenas de mortos e feridos, ordenado pelo prefeito parisiense Maurice Papon (depois julgado por crimes de guerra e colaboracionismo com os nazistas). E, como dizem os franceses, j’en passe (os massacres no Chade e em Ruanda, a intervenção na Líbia, a atual intervenção “anti-islâmica” no Mali)… Como “integrar” as vítimas às tradições e valores de seus açougues?

Por que estava “Charb” na lista de alvos de Al-Qaeda, ao lado de Shalman Rushdie e outros? Existe uma explicação mais óbvia do que a óbvia: porque essa lista existe. Se não existisse, Al-Qaeda, grupo (ou melhor, franquia) terrorista, perderia uma de suas razões de ser. O terrorismo existe em razão de seu alvo, real ou imaginário, justificado ou inventado.

E porque Charlie Hebdo? Vamos deixar de lado a explicação sem pé nem cabeça de que se trata de uma publicação de extrema esquerda, portanto ateia, marxista-anarquista ou coisa que o valha. As críticas de Charlie Hebdo à corrupção estatal e ao capitalismo predador a situam (sem grande destaque) dentro de uma constelação de publicações francesas semelhantes (sendo a mais célebre Le Canard Enchaîné). Charlie Hebdo não tem vínculos políticos explícitos, a não ser a colaboração de seu mais célebre cartunista, mundialmente reconhecido e assassinado a 7 de janeiro, Georges Wolinski, e do próprio “Charb”, com as publicações do Partido Comunista (PCF).

O específico de Charlie Hebdo não é isso, mas seu humor escrachado, multidirecional e sem limites (morais, políticos, ou de qualquer tipo) de qualquer espécie. De valor desigual, e convenhamos em que produzir semanalmente cinquenta páginas de humor gráfico ou escrito escrachado em extremo não é tarefa para qualquer um. Perto de Charlie Hebdo, o CQC (brasileiro ou argentino) ou o extinto Cassetta & Planeta de Bussunda e seus amigos parecem programas infantis com roteiro redigido por freiras carmelitas. Algumas de suas capas (sobre a morte de de Gaulle; sobre a exposição do cadáver de Paulo VI durante uma semana no Vaticano, ilustrada por um queijo camembert em decomposição; sobre a fracassada e carbonizada expedição americana para resgatar os reféns de Teerã – Carter offre un méchoui aux iraniens – e outras) se tornaram históricas.

Sustentou-se que se trata de uma tradição especificamente francesa, do “país da liberdade”, que remonta à própria Grande Revolução do século XVIII. Uma verdade parcial (ou, como dizia Sarmiento, a pior das mentiras): o humor bombástico dos panfletistas e desenhistas revolucionários tinha, naquele tempo, alvos bem específicos (a família real, a nobreza, o sistema autocrático, etc.). Charlie Hebdo tem (tinha?) todos os alvos, franceses, europeus, internacionais, de qualquer cor política. Ninguém estava a salvo. Aventuraria dizer que Charlie Hebdo era (junto com seus antecedentes, Hara-Kiri e publicações assemelhadas) o último e impenitente sobrevivente de Maio 1968, do escrache total com vistas à “revolução total”. Por ser francês (e muito) – foi imitado por outras publicações europeias, que não conseguiram chegar nem perto – padeceu também de taras e preconceitos tipicamente franceses: a capa com Maomé de quatro, com uma estrela no lugar do ânus (Une étoile est née) era bem menos “irreverente” do que totalmente carente de graça ou comicidade, o tipo de baixaria que nem sequer faz sorrir. Com certeza, o editor David Brook, no New York Times, fez bem em lembrar que, nos Estados Unidos, a publicação de Charlie Hebdo não seria permitida…

E com certeza, “Cabu”, “Charb”, “Honoré”, “Tignous”, Wolinski, “Oncle Bernard”, Elsa Cayat, Mustapha Ourrad, Michel Renaud, Frédéric Boisseau, Franck Brinsolaro, nem suspeitavam que seriam um dia celebrados como símbolos da “liberdade francesa” (um conceito que os fazia ou faria rir às gargalhadas) por governos de corruptos e açougueiros, por políticos de direita, e por ícones do conformismo artístico e cultural. Os que foram às ruas foram por eles, os iconoclastas sem limites assassinados sob as ordens de fascistas de periferia, não por Hollande, Sarkozy ou Le Pen (ou por Merkel, Rajoy ou Renzi). Mas, por enquanto, não têm alternativa política a eles, e tiveram de aceitá-los, bon gré, mal gré, à cabeça das passeatas ou nos palanques.

Mas são muitos os que sabem que, por trás desse “fantasma da liberdade” (diante do qual os “bons islâmicos” da Europa deveriam se ajoelhar e aprender, como se fossem crianças ignorantes, mas perigosas) se desenha um Estado policial “antiterrorista” e, no bojo deste, um fascismo new age e um aprofundamento das políticas e dos massacres colonialistas e imperialistas, em primeiro lugar no Oriente Médio, na Ásia Central e na África. O terrorismo indiscriminado que usa Maomé como pretexto para defender os interesses de feudo-burguesias periféricas, e também de um clero reacionário e parasita, existe porque as massas árabes não têm uma alternativa política independente. O proletariado e as massas exploradas na Europa podem lhes pavimentar o caminho nesse sentido lutando contra o capitalismo e o imperialismo em seu próprio país e continente. Por uma sociedade em que as culturas de todo o mundo possam se desenvolver livremente como expressões de um único gênero humano, sem necessidade de gurus “multiculturais” nem de policiais “civilizados” autorizados a impor a “civilização” com bombas, massacres e saques impostos aos “incivilizados”. A religião (todas), nesse processo, trouvera son compte.

Osvaldo Coggiola

*La rivista contraddizione ospita lo stesso intervento con una ottima traduzione curata da Silvia de Bernardinis

https://rivistacontraddizione.wordpress.com/articoli-segnalati-2/