Despite his initial intentions, Marx never wrote an organic treatise on competition.
This is a pity, since nowadays competition has become a sort of political
myth, apparently supported by the results of mainstream economics. In this paper,
I develop an organic conception of competition from Marx’s work, which contributes
to demystify this myth. Marx describes competition as an ‘external coercive
law’, which imposes capital logic over the individual and the overall society, regulates
the reproduction of class relations and produces a number of economic tendencies.
He shows that, historically, it develops with the development of capital
and argues that even the appearance of a competitive ‘human nature’ is part of this
process.

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GLI ATTORI

Vogliamo riferirvi la storia
di un viaggio compiuto
da uno sfruttatore e da due sfruttati.

Osservatene bene il contegno.
Trovatelo strano, anche se consueto,
inspiegabile, pur se quotidiano,
indecifrabile, pure se è regola.
Anche il minimo atto, in apparenza semplice,
osservatelo con diffidenza! Investigate se
specialmente l’usuale sia necessario.

E – vi preghiamo – quello che succede ogni giorno
non trovatelo naturale.
Di nulla sia detto: è naturale
in questo tempo di anarchia e di sangue,
di ordinato disordine, di meditato arbitrio,
di umanità disumanata,
così che nulla valga
come cosa immutabile.

Il neomercantilismo è una modalità di riproduzione capitalistica basata sull’obiettivo di generare crescita economica attraverso l’aumento delle esportazioni e la riduzione delle importazioni [1]. E’ questa la linea di politica economica dominante oggi soprattutto (ma non solo) nell’Eurozona e che si traduce mediaticamente nell’ossessione della competitività. L’Unione europea, nei Trattati più recenti che ne hanno configurato l’architettura attuale, è formalmente concepita come economia sociale di mercato estremamente competitiva. I due strumenti fondamentali ipotizzati (e attuati) per raggiungere questo obiettivo, per tutti i Paesi membri, consistono nel consolidamento fiscale (ovvero la generazione di avanzi primari, mediante riduzioni della spesa pubblica) e nelle c.d. riforme strutturali, nella forma della liberalizzazione dei mercati dei beni e dei servizi e deregolamentazione del mercato del lavoro (per generare moderazione salariale) e della detassazione degli utili d’impresa. Ciò nella convinzione che consentire alle imprese di contenere i costi di produzione sia il presupposto essenziale per consentire loro di vendere all’estero a prezzi ridotti. In più, le misure di moderazione salariale, combinate con il consolidamento fiscale, sono pensate per ridurre le importazioni.

La domanda che occorre porsi è se una strategia neo-mercantilista possa essere efficace (ai fini della crescita, come si ritiene) e sostenibile. La risposta rinvia a considerazioni di natura teorica e ad alcune evidenze empiriche, queste ultime qui riferite all’Italia.

In primo luogo, occorre ricordare che la crescita dell’economia mondiale nel suo complesso non può essere trainata dalle esportazioni dal momento che un modello di crescita trainata dalle esportazioni funziona soltanto se e fin quando esistono Paesi importatori netti. Questa considerazione destituisce di fondamento la visione dominante per la quale il modello di crescita trainato dall’accumulazione dei profitti può e deve riguardare tutti [2]: banalmente, non si può esportare sulla Luna. In secondo luogo, occorre riconoscere che il libero scambio non avvantaggia tutti i Paesi che ne prendono parte, fondamentalmente a ragione del fatto che gli scambi internazionali coinvolgono Paesi con differenti gradi di sviluppo. Alcuni Paesi (i c.d. early startes) possono produrre con costi decrescenti, soprattutto nel settore manifatturiero, traendo vantaggio dallo scambio con Paesi che producono con costi crescenti (i c.d. late comers) [3]. Non a caso, sul piano empirico, il fondamentale fatto stilizzato al quale riferirsi è che le economie più aperte agli scambi internazionali (ovvero quelle con più alto grado di sviluppo) tendono a essere economie la cui crescita è trainata dal reinvestimento dei profitti – il c.d. profit-led regime – e dalle esportazioni.

Si è dunque in presenza di un gioco a somma zero, nel quale l’Italia risulta perdente. Per queste ragioni.

1. La quota delle nostre imprese esportatrici è bassa nella comparazione con i nostri concorrenti dell’Eurozona [4], ed è concentrata nella classe di imprese di medie e grandi dimensioni localizzate quasi esclusivamente al Nord. Circa la metà delle imprese esportatrici è costituita da imprese del settore manifatturiero. Se si assume che le nostre esportazioni sono molto sensibili al prezzo (ipotesi niente affatto scontata), la moderazione salariale avvantaggia esclusivamente queste imprese. Per l’ampia platea delle altre imprese italiane, per contro, ovvero per le imprese di piccole dimensioni localizzate nel Mezzogiorno, la riduzione dei salari ha l’unico effetto di comprimere la domanda interna [5]. Da qui: riduzione dei margini di profitto, degli investimenti privati, aumento del tasso di disoccupazione. Se, per contro, si assume che le nostre esportazioni sono trainate da fattori che attengono alla qualità del prodotto (e dunque indipendentemente dal prezzo di vendita), la moderazione salariale è, con ogni evidenza, inutile per le imprese esportatrici e dannosa per le tante imprese che operano sul mercato interno [6].

2. La moderazione salariale non necessariamente implica, attraverso la compressione della domanda interna, una riduzione delle importazioni. Ciò per numerose ragioni, non da ultimo il fatto che al ridursi dei salari si modifica la composizione merceologica dei consumi e, per conseguenza, può risultare conveniente acquistare beni (a prezzi inferiori) non prodotti in Italia (si pensi, a titolo puramente esemplificativo all’aumento dell’acquisto di prodotti cinesi). Più in generale, i pattern di consumo risentono non solo del reddito e dei prezzi relativi dei beni, ma anche di effetti di ‘apprendimento’ e di imitazione: il che rende piuttosto semplicistica l’assunzione standard per la quale fra consumi e importazioni la relazione è sempre e necessariamente di tipo diretto. A ciò si può aggiungere che in un contesto di moderazione salariale e crescente precarizzazione del lavoro la propensione al consumo può ridursi, per effetto dell’aumento dell’incertezza sul rinnovo del contratto di lavoro e, dunque, sul flusso dei redditi futuri.

Sul piano empirico, si rileva che i principali Paesi dell’Unione Monetaria Europea, con eccezione della Francia e in parte del Regno Unito, a partire dal 2011 registrano aumenti del saldo della bilancia commerciale in rapporto al Pil. Ciò vale anche per l’Italia, ma con effetti sul tasso di crescita pressoché insignificanti (il miglior risultato ottenuto dal 2011 al 2016 è un tasso di crescita dell’1%) e comunque in assenza di apprezzabili riduzioni del tasso di disoccupazione (che, pur a fronte di incrementi di esportazioni è semmai aumentato, passando dall’8.3% dell’agosto 2011 all’11.2% dell’agosto 2017).

Saldi della bilancia commerciale Paesi 5 UME 1990-2016 (valori correnti, in % sul Pil) [7]

Perché, se queste misure non generano i risultati attesi (almeno nel caso italiano), esse vengono reiterate? Qui la risposta attiene a considerazioni di natura economica ma soprattutto di natura politica.

a) Sul piano propriamente economico, è del tutto evidente che la singola impresa, in concorrenza con le altre, ha la massima convenienza a ottenere sgravi fiscali e bassi salari. Ma la convenienza privata, in questo caso, confligge con quella della collettività delle imprese, per una duplice ragione. Innanzitutto perché bassi salari (e alta tassazione sul lavoro, essendo la ripartizione dell’onere fiscale un gioco a somma zero, in un contesto di consolidamento fiscale) riducono i consumi, generando effetti deflattivi e calo dei profitti nell’aggregato. In più, la compressione dei salari tende ad associarsi al deterioramento della qualità della forza lavoro (p.e. per la minore capacità di accesso a cure mediche) e, dunque, a minore tasso di crescita della produttività del lavoro e dei profitti futuri. In altri termini, la domanda di moderazione salariale espressa dalle imprese genera sia problemi di mancanza di coordinamento – e dunque di conflitto fra ciò che è privatamente conveniente e ciò che lo è per la collettività delle imprese (e che le imprese non farebbero – ridurre i salari – se potessero coordinarsi: cosa impossibile nell’ambiente ‘anarchico’ del mercato) – sia problemi di miopia – essendo, nella migliore delle ipotesi, una strategia utile solo nel breve periodo. A ciò si può aggiungere il fatto che all’aumentare dei profitti gli investimenti non necessariamente aumentano. Possono non aumentare per il peggioramento delle aspettative imprenditoriali, per il fatto che i profitti accumulati vengono destinati a usi speculativi e ancora per l’aumento dei consumi di lusso da parte dei capitalisti.

b) Sul piano politico, dati i rapporti di forza fra Capitale e Lavoro, fortemente squilibrati a vantaggio del primo, appare del tutto evidente che le politiche economiche rispondono agli interessi di chi ha maggior potere contrattuale – ovvero a chi ha maggior potere di ricatto sui Governi. Il potere di ricatto del Capitale sui singoli governi deriva essenzialmente dal c.d. sciopero del capitale (capital strike), ovvero dalla possibilità per il capitale – possibilità esclusa per il lavoro – di minacciare delocalizzazioni. A ciò si aggiunge il potere di condizionamento che le Istituzioni finanziarie internazionali esercitano sulle politiche economiche dei singoli Paesi e che si manifesta nella richiesta di essere ‘credibili’ – ovvero, in sostanza, di mettere in atto misure di moderazione salariale. Il loro potere deriva dall’essere creditori degli Stati, giacché detentori dei loro titoli del debito pubblico.

Per questa fondamentale ragione politica, il modello di politica economica dominante non può che essere profit-led e export-led, ma, al tempo stesso, tale modello non può generare crescita su scala globale (potendo farlo solo per singoli Paesi). E’ un modello irrazionale ai fini della crescita e dell’aumento dell’occupazione, è un modello che accentua i conflitti intercapitalistici in un pericoloso gioco di acquisizione di quote di mercato su scala globale, ed è un modello che, tuttavia, stante le condizioni date, non sembra avere alternative.

NOTE

[1] L’espressione neo-mercantilismo rinvia alla teoria economica considerata dominante nel XVII secolo (il mercantilismo appunto), che, nella sua forma più rozza, suggeriva ai Principi di accumulare ‘tesoro’ stimolando le esportazioni. Si tratta di una visione che, già in quel periodo, era considerata semplicistica. Si rinvia sul tema a G.Forges Davanzati, Thomas Mun. Il tesoro dell’Inghilterra nel commercio estero. Napoli: ESI, 1994.

[2] Sul tema si rinvia a O. Onaran (2016), Wage-versus Profit-led growth in the context of international interactions and public spending: The political aspects of wage-led recovery, PostKeynesian Economics Study Group, working paper n.1603, February.

[3] Non è questa la sede per soffermarsi sul dibattito fra protezionisti e liberoscambisti. Sul tema, si rinvia, in particolare, a M.De Cecco (2016), Moneta e impero. Economia e finanza internazionale dal 1890 al 1914, a cura di A.Gigliobianco. Roma: Donzelli, cap.1.

[4] ISTAT-ICE stima che il grado di apertura internazionale dell’Italia è circa la metà di quella media dell’area euro.

[5] Per un’analisi dettagliata del fenomeno, anche con riferimento alla tipologia di merci esportate/importate, si rinvia a ISTAT, Commercio estero e attività internazionale delle imprese. Roma, 2017.

[6] Cfr. A. Felettingh, A. and S. Federico, (2011). Measuring the price elasticity import demand in the destination of Italian exports, “Economia e Politica Industriale”, vol.38, n.1, pp.127-162.

[7] La figura è tratta da D.Moro, L’internazionalizzazione dell’economia dell’Italia nel passaggio dalla semiperiferia al centro dell’economia-mondo, mimeo.

fonte: http://temi.repubblica.it/micromega-online/irrazionalita-del-neomercantilismo/

La Grande depressione in atto ha spinto la scienza economica in una situazione di incertezza estrema (alludo ovviamente a quegli studiosi che non sono struzzi per vocazione e convenienza). Due economisti italiani – entrambi conservatori – scrivono relativamente ai “perché” della crisi”: “Alcuni economisti affermano di sapere perché: scarsa domanda (pubblica), diseguaglianze che riducono i consumi delle famiglie, calo della produttività, salari che non crescono: la verità è che non sappiamo se davvero vi sia una stagnazione secolare, e se ci fosse da che cosa dipenda. Sarebbe molto più utile se gli economisti riconoscessero la difficoltà di capire un periodo anomalo e di grande incertezza invece di pronunciare “verità”. L’incertezza è l’unico fulcro intorno al quale ruotiamo e l’incertezza non aiuta ad investire ed a crescere.

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Nel luogo dove vi trovate, vi è un gas in equilibrio a una temperatura di circa 25°. Questo gas si approssima essere costituito da molecole che si scambiano energia urtandosi in modo perfettamente elastico, così da non dissiparne nemmeno un po’.
Quest’approssimazione è utile per descrivere le proprietà del gas (pressione, temperatura, ecc.): utile significa che da questo modello approssimato, poiché le molecole reali si urtano dissipando energia, si possono calcolare proprietà che corrispondono a quelle misurate.
Anche gli economisti si propongono di usare un procedimento simile: assumere delle ipotesi semplificatrici che permettano di cogliere gli elementi cruciali della complessa realtà economica. Il problema è se le ipotesi usate spiegano davvero la realtà: questa verifica, a differenza dalla fisica, è stata tralasciata, almeno dalla teoria economica che va per la maggiore.
Le politiche economiche neoliberiste che oggi dominano, si basano sull’economia neoclassica il cui scopo, formulato da Leon Walras alla fine dell’Ottocento, è di fornire una formulazione matematica quantitativa all’idea di equilibrio tra domanda e offerta. L’idea base è che proprio come due forze si bilanciano per mantenere un pianeta nella sua orbita intorno al Sole, così in economia, raggiunto questo punto di equilibrio, i produttori non forniranno troppo, creando surplus, né troppo poco, lasciando insoddisfatti gli acquirenti, in modo che al punto di equilibrio l’offerta equivalga alla domanda e le forze economiche si bilancino.
Dal lavoro di Walras in poi gli economisti neoclassici concettualizzano gli agenti (le famiglie, le imprese, ecc.) come entità razionali che, avendo accesso a tutte le informazioni possibili, ricercano i «migliori» risultati, cioè i massimi guadagni possibili: matematicamente questa situazione equivale a trovare il massimo di opportune funzioni di utilità e di profitto. Tale situazione corrisponderebbe a un equilibrio in cui nessuna distribuzione alternativa dei prezzi o delle quantità di prodotti porterebbe a un miglior esito. La dimostrazione dell’esistenza di un equilibrio competitivo dovrebbe permettere di spiegare come funziona un’economia di mercato, dove ognuno agisce indipendentemente dagli altri cercando di ottimizzare il proprio utile. Se il singolo individuo può commettere errori nel compiere scelte economiche, si suppone che la collettività nel suo complesso abbia aspettative corrette, così da rendere efficiente il sistema economico.
Questo quadro teorico è diventato il paradigma generalmente usato per compiere scelte di politica economica. Il modello dinamico stocastico di equilibrio generale (Dsge), usato da tutte le principali istituzioni internazionali per prevedere l’economia, contiene delle equazioni che rispondono ai criteri delle aspettative razionali. Il modello descrive quello che si ritiene essere il comportamento tipico del «padre di famiglia» che lavora, guadagna e spende e delle aziende che vendono, assumono e investono. I comportamenti risultanti sono calcolati assumendo che ogni agente si comporti come un perfetto ottimizzatore indipendentemente dagli altri.
Non è dunque sorprendente il fatto che i modelli Dsge non siano riusciti a prevedere la crisi finanziaria: le grandi fluttuazioni generate da comportamenti coerenti di grandi insiemi di agenti che agiscono con meccanismi imitativi, non sono né ammesse né concepite in questi modelli. Se il fallimento delle previsioni basate sui modelli neoclassici è un fatto confermato quando avviene una piccola o grande crisi, come migliorare la previsione dei sistemi economici è un tema dibattuto. Da una parte vi sono coloro, come il recente premio Nobel per l’economia Richard Thaler, che si sono concentrati sui limiti cognitivi: comportamenti e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano molto più complesso rispetto alle semplificazioni della teoria neoclassica. Questi tentativi non hanno però prodotto migliori previsioni poiché non toccano il punto chiave della teoria neoclassica: l’esistenza dell’equilibrio.
D’altra parte, quello che abbiamo imparato studiando la gran parte dei sistemi fisici che ci circondano, è che per questi, se uno stato di equilibrio stabile esiste in teoria, esso può essere irrilevante in pratica, perché il tempo per raggiungerlo è troppo lungo. Vi sono poi sistemi fisici che sono fragili rispetto all’azione di piccole perturbazioni, come nella meteorologia, evolvendo in modo intermittente con un susseguirsi di epoche stabili intervallate da cambiamenti rapidi e imprevedibili. Per molti sistemi, infatti, l’equilibrio stabile non è raggiunto in maniera naturale: si trovano anzi in una situazione di temporanea stazionarietà ma di potenziale instabilità ed è sufficiente una piccola perturbazione per causare grandi effetti. Come succede nel caso dei terremoti, dove si accumula energia potenziale per effetto del moto relativo di due faglie tettoniche: quando per una piccola causa si supera una soglia critica questa energia è rilasciata sotto forma di onde sismiche causando un terremoto.
Molti ritengono che la causa della crisi del 2007 sia stata proprio la fiducia immotivata nell’autoregolamentazione dei mercati e nell’enorme sviluppo di strumenti finanziari che, secondo la teoria neoclassica, avrebbero dovuto distribuire il rischio in maniera ottimale: il contrario di quello che è successo in realtà. La maggiore sfida per l’economia del futuro è dunque quella di essere meno dogmatica della teoria neoclassica.
Se c’è bisogno di assorbire metodi e concetti delle scienze naturali basati sul confronto tra ipotesi teoriche e risultati osservati, è anche necessario evidenziare che la teoria economica non potrà mai trasformarsi in una disciplina tecnico-scientifica, cosa che molti cercano invece di sostenere per nascondere le motivazioni politiche e sociali della teoria dietro una cortina fumogena di equazioni e tecnicismi che di scientifico non hanno nulla.

fonte: http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2017-10-17/il-bello-dell-equilibrio-precario-210936.shtml?uuid=AEQZfPqC

Although England has an established church, few of us today pay it much mind. We follow an even more powerful religion, around which we have oriented our lives: economics. Think about it. Economics offers a comprehensive doctrine with a moral code promising adherents salvation in this world; an ideology so compelling that the faithful remake whole societies to conform to its demands. It has its gnostics, mystics and magicians who conjure money out of thin air, using spells such as “derivative” or “structured investment vehicle”. And, like the old religions it has displaced, it has its prophets, reformists, moralists and above all, its high priests who uphold orthodoxy in the face of heresy.

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Il premio Nobel 2017 per le scienze economiche è stato assegnato a Richard Thaler dell’Università di Chicago, per i suoi contributi allo sviluppo dell’economia comportamentale. Una branca di ricerca promettente che tuttavia Thaler non sgancia dall’ideale normativo della teoria neoclassica, generando alcune aporie anche sul terreno delle sue proposte di politica economica. A cominciare dalla “spinta gentile” dei governi per indurre i lavoratori a risparmiare di più e a investire nel mercato azionario, della cui razionalità egli stesso ha dubitato.

Gli appassionati di cinema lo ricorderanno per un fugace cameo ne “La grande scommessa”, discreta pellicola con velleità pedagogiche dedicata alla crisi del 2008. Intorno a un tavolo del blackjack, in un improbabile duetto con l’ex stellina della Disney Selena Gomez, un novello attore dalla chioma candida, un po’ in carne, molto rilassato, descrive con cadenza professorale un tipico esempio di comportamento irrazionale: la gente è indotta a puntare molto su quei giocatori che vincono da diverse mani, sebbene non vi sia alcun motivo di prevedere che siano destinati a spuntarla anche in futuro. Un’illusione che si riscontra sui tavoli da gioco come sui mercati finanziari, e che può creare le premesse per un tracollo economico [1].
L’attore improvvisato si chiama Richard Thaler, che per “i suoi contributi nel campo dell’economia comportamentale” è stato insignito del Nobel per l’Economia 2017 [2]. Ispirato dalle ricerche di due precedenti vincitori del premio, Herbert Simon e Daniel Kahneman, Thaler è stato uno dei pionieri della ricerca psicologica applicata allo studio delle decisioni economiche.
Nell’Università di Chicago, dove insegna da anni, Thaler ha vestito per lungo tempo i panni dell’outsider: mentre Eugene Fama e gli altri suoi colleghi celebravano le teorie neoclassiche del comportamento razionale ed egoistico, lui accumulava prove che tendevano a confutarle. I suoi studi, in particolare, si sono concentrati sull’esistenza di limiti cognitivi, difficoltà di autocontrollo e condizionamenti sociali che rendono l’agire umano ben più complesso rispetto alle stilizzazioni tipiche della teoria neoclassica.
Un celebre caso di limite cognitivo è quello che Tahler definisce “effetto dotazione”: le persone irrazionalmente attribuiscono maggior valore alle cose che già possiedono. Per esempio, supponiamo di mettere degli individui dinanzi a due prospettive: da un lato il rischio insito di contrarre una malattia fulminante con probabilità di 0,001 e dall’altro l’occasione di proporsi come volontari per un esperimento medico che rischia di causare la medesima malattia con la medesima probabilità. La teoria del comportamento razionale stabilisce che essi dovrebbero valutare entrambi gli eventi allo stesso modo, che in pratica consiste nel prezzare una probabilità di morte di 0,001. Invece, le prove empiriche mostrano che i soggetti intervistati valutano le due circostanze in termini molto diversi, e quindi chiedono irrazionalmente una somma di gran lunga maggiore per fungere da volontari nel secondo caso rispetto alla somma che nel primo caso sarebbero disposti a pagare per ottenere una cura contro la malattia. La spiegazione di Thaler è che essi danno molto più valore alla “dotazione di salute” che nel secondo caso possiedono e vendono rispetto alla “dotazione di salute” che nel primo caso potrebbero non avere e che devono quindi acquistare.
Questo risultato ha trovato conferme in una varietà di altre indagini piscologiche, e ha indotto Thaler a considerare le dotazioni possedute come un vero e proprio “punto di riferimento” generale intorno al quale gli esseri umani formano obiettivi e decisioni. Si tratta di una significativa presa di distanza rispetto alla teoria neoclassica del comportamento razionale, per la quale simili “punti di riferimento” non dovrebbero avere alcun senso.
Un altro esempio di limite cognitivo è quello che Thaler chiama “contabilità mentale”. Per far fronte alla complessità dei calcoli economici, gli individui tendono a suddividere le loro decisioni di spesa e di risparmio in voci di bilancio separate: casa, cibo, vestiario, conto corrente, obbligazioni, eccetera. Questo espediente semplifica i conteggi ma limita la razionalità, poiché induce le persone a non trasferire risorse da una voce all’altra anche quando sarebbe logico farlo. Per citare un esempio tra tanti, è provato che individui dediti alla prudenza diventano propensi a rischiare di più sulle somme vinte in precedenti scommesse. La ragione è che essi inconsciamente separano tali somme dal resto del loro reddito, per cui gestiscono le une e l’altro in modi del tutto diversi benché tale diversità non abbia motivi razionali per sussistere.
Oltre ai limiti cognitivi Thaler ha modellizzato anche il problema dell’autocontrollo. A suo avviso la psiche umana è governata da un conflitto interiore tra un pianificatore lungimirante e un dissipatore impaziente. Se il Dottor Jekyll che pianifica non è in grado di vincolare il Mister Hyde che dissipa, l’individuo tenderà a prendere decisioni che riducono il suo benessere nel lungo periodo. Ad esempio, egli tenderà a consumare troppo e a risparmiare poco, con effetti deleteri sulle condizioni di vita future.
Ed ancora, Thaler si è soffermato sulla tendenza degli individui ad agire non soltanto in base a pulsioni egoistiche ma anche in virtù di condizionamenti sociali dettati da istanze di equità. Ad esempio, nell’eventualità di un inatteso temporale i consumatori giudicheranno opportunistica la decisione delle imprese di elevare il prezzo degli ombrelli a fronte dell’improvviso aumento di domanda, e quindi eviteranno di acquistare da esse. Dal punto di vista del ristretto interesse egoistico questo comportamento è irrazionale e oltretutto impedisce alle imprese di agire secondo i canoni della teoria neoclassica della domanda e dell’offerta. Eppure si tratta di un atteggiamento riscontrato in un’ampia varietà di circostanze, che secondo Thaler e altri induce gli imprenditori a tenere i prezzi stabili anche in caso di repentini mutamenti delle condizioni di mercato.
Gli avvezzi alle dotte letture critiche osserveranno che in fin dei conti non c’è nulla di particolarmente nuovo sotto il sole di Stoccolma. Dopotutto i limiti dell’autocontrollo erano noti fin dai tempi di Aristotele e furono anche oggetto delle ricerche di Freud. Inoltre, già Adam Smith contemplava tra i moventi delle decisioni umane i condizionamenti sociali dettati da principii di equità. Quanto alla tendenza a separare le varie decisioni di spesa e di risparmio, essa non è concettualmente lontana da quella legge psicologica che nel secolo scorso ispirò in Keynes l’idea di “propensione al consumo”. Infine, la tesi microeconomica di un “punto di riferimento” che governi l’agire umano fa a pugni con l’idea neoclassica dell’individuo razionale e massimizzante, mentre potrebbe conformarsi bene al concetto macroeconomico di “riproduzione” che è alla base delle moderne teorie marxiste del capitalismo e in particolare delle loro interpretazioni althusseriane.
Thaler, che ha memoria storica e non è un rozzo pratictioner, ha più volte tributato a Keynes e ad altri eretici la paternità di alcune idee oggetto dei suoi studi. In molte circostanze, inoltre, ha ingaggiato dispute serrate con vari studiosi neoclassici, evidenziando l’inconsistenza delle loro critiche al suo approccio. Al collega John Cochrane di Chicago, che considerava l’economia comportamentale troppo flessibile per rispettare il canone scientifico della falsificabilità, Thaler a muso duro ha ribattuto che la teoria neoclassica lo è molto di più, dal momento che i suoi esponenti pretendono di adeguarla ai dati empirici tramite ipotesi non verificate sul mutamento nel tempo delle preferenze degli individui. [3]
Nonostante la sua disponibilità a menzionare gli eretici e le sue controversie con i puristi dell’ortodossia neoclassica, sarebbe comunque sbagliato considerare Thaler un critico dell’economia dominante. Sul terreno della filosofia della scienza Thaler si dichiara scettico nei confronti delle rivoluzioni scientifiche, ritenendo più realistici i cambiamenti nella continuità causati dal mero ricambio generazionale degli studiosi. In questo senso, egli considera l’economia comportamentale come una naturale evoluzione della teoria neoclassica. Quest’ultima, non a caso, viene da lui confutata in molti suoi aspetti cruciali ma non per questo viene rigettata. Per Thaler, i modelli neoclassici del comportamento razionale possono esser considerati dei vecchi strumenti a “bassa tecnologia” che non hanno molta rilevanza nell’analisi del mondo reale ma che hanno avuto un ruolo importante per impostare le basi matematiche del discorso scientifico in economia. A suo avviso, quindi, l’equilibrio neoclassico non è un concetto fuorviante ma rappresenta un punto di partenza della ricerca, e in ogni caso costituisce un ideale normativo che dovrebbe guidare le decisioni di politica economica. E’ proprio in quest’ottica che egli imputa il successo dei contributi suoi e di Kahneman alla capacità di formalizzare l’esistenza di “errori” nel comportamento umano e di verificare quindi empiricamente il loro carattere “sistematico” con l’ausilio delle più svariate tecniche di indagine, dalle interviste in laboratorio ai più avanzati strumenti di neuroimaging. Dove gli “errori sistematici”, si badi bene, in molti casi sono espressamente intesi come deviazioni dal comportamento razionale e massimizzante che contraddistingue l’ipotetico homo oeconomicus neoclassico. [4]
L’idea di Thaler di considerare l’economia comportamentale come una naturale progenie della teoria neoclassica gli ha sicuramente permesso di far breccia tra gli economisti del mainstream e ha certamente contribuito a decretare il grande successo dei suoi contributi in campo accademico. La sua visione tuttavia non entusiasmerà quei neuroscienziati che stanno accumulando evidenze sulla incompatibilità di fondo del razionalismo neoclassico con i moderni studi sul funzionamento del cervello, né piacerà agli economisti che considerano la teoria neoclassica viziata da incoerenze logiche.
Una volta Robert Solow sostenne che i più accaniti neoclassici contemporanei, da Lucas a Sargent, dovrebbero esser trattati alla stregua di quel matto che si considera Napoleone e che desidererebbe intrattenerci in una discussione sulla battaglia di Austerlitz: così come sarebbe ridicolo cimentarsi con quest’ultimo in un serio confronto sui dettagli tattici di quel conflitto, così è da ritenersi assurdo seguire i primi due in una disputa sulle minuzie tecniche dei loro improbabili modelli [5]. Ebbene, parafrasando Solow, potremmo azzardare che Thaler e gli altri comportamentisti che insistono nel considerare l’equilibrio neoclassico come un ideale normativo, sembrano supporre che il sedicente Napoleone in fondo non sia tanto pazzo ma rappresenti piuttosto un saggio massimizzatore da emulare.
La decisione di stringere l’economia comportamentale nella camicia di forza dell’ideale normativo neoclassico sembra in qualche misura influenzare anche le proposte di politica economica di Thaler. Consideriamo ad esempio il problema dell’innovazione. Per l’economista americano si tratta di un’attività tipica dei privati, che non si addice alle competenze dello Stato. [6] Questa tesi sembra riflettere un pregiudizio tipico dei teorici neoclassici, che hanno sempre avuto difficoltà nell’inquadrare il processo innovativo nei loro modelli e che non a caso hanno ricevuto critiche documentate dagli studiosi evoluzionisti. [7]
Pensiamo poi alla celebre idea di Thaler secondo cui le autorità di policy dovrebbero aiutare con “spinta gentile” gli individui a rimediare alle loro deviazioni dall’ideale normativo del comportamento razionale. [8] Per contrastare la tendenza della popolazione a risparmiare troppo poco e a tenersi troppo alla larga dal mercato azionario, le autorità di governo potrebbero sfruttare l’abitudine inconscia degli individui ad adagiarsi sui “punti di riferimento” rappresentati dallo status quo e ad attivarsi solo raramente per mutarlo. Il legislatore potrebbe in tal senso stabilire che i lavoratori siano iscritti a determinati piani di investimento finanziario per default, ossia in modo automatico, a meno che gli stessi lavoratori non esigano espressamente che ciò non avvenga. Questa sorta di “paternalismo libertario”, come lo chiama Thaler, preserva il principio della libera decisione caro alla cultura anglosassone ma al tempo stesso consente alle autorità di accrescere i risparmi e la capitalizzazione di borsa fino ai valori ideali di “equilibrio”. Aumenterebbe così il benessere di lungo periodo della popolazione, al di là del livello che sarebbe raggiunto in assenza della “spinta gentile” del governo.
Adottate in varie salse negli Stati Uniti e nel Regno Unito, le “spinte gentili” di Thaler hanno trovato qualche applicazione anche nell’Europa continentale e in Italia. Tuttavia, gli auspicati effetti sul volume totale di risparmio, sulla capitalizzazione di borsa e soprattutto sul benessere collettivo sono risultati piuttosto incerti, per usare un eufemismo.
A pensarci bene, lo stesso Thaler potrebbe trarre dalle sue letture e dai suoi stessi studi le ragioni degli scarsi risultati delle politiche da lui suggerite. Dopotutto, lui che ha manifestato grande apprezzamento verso la General Theory di Keynes, ricorderà certamente che una delle tesi chiave di quell’opera è che un aumento della propensione al risparmio degli individui non necessariamente accresce il risparmio totale, ma addirittura potrebbe deprimerlo.
Ma soprattutto, riguardo all’idea che un aumento dei flussi di reddito destinati al mercato azionario aumenterebbe il benessere collettivo, gli stessi studi di Thaler sollevano dubbi su tale proposizione. Basti ricordare che uno dei risultati più interessanti delle sue ricerche si muove lungo il solco dei fondamentali contributi di Robert Shiller in materia, e riguarda i dubbi sulla capacità del mercato finanziario di assegnare ai titoli un prezzo “giusto”. Ai profani Thaler usa spiegare questo risultato con un pittoresco aneddoto. All’indomani della decisione di Obama di allentare l’embargo e migliorare le relazioni con Cuba, un fondo mutualistico denominato CUBA fece registrare un improvviso ed enorme aumento dei rendimenti, che dura ancora oggi. Il bello è che, a dispetto del nome, quel fondo non aveva niente a che fare con l’isola socialista: nessun investimento, nessun finanziamento, nulla di nulla che riguardasse l’arcipelago caraibico. [8] Per Thaler questo è uno dei tanti indizi di irrazionalità del mercato finanziario. Se però egli reputa attendibili questi indizi, quale sia allora il senso delle “spinte gentili” da lui e da altri invocate per far precipitare i riluttanti lavoratori in quel luccicante manicomio dei prezzi che è la borsa resta un affascinante mistero.

 

*Università del Sannio

fonte: http://www.economiaepolitica.it/banche-e-finanza/moneta-banca-finanza/nobel-2017-thaler-e-le-contraddizioni-della-spinta-gentile/

[1] The Big Short (2015). Directed by Adam McKay with Christian Bale, Steve Carell, Ryan Gosling. Paramount pictures. https://www.youtube.com/watch?v=A25EUhZGBws.
[2] I riferimenti alle pubblicazioni scientifiche di Thaler sono riportati in: Committee for the Prize in Economic Sciences in Memory of Alfred Nobel (2017), Richard Thaler: integrating economics with psychology, Royal Swedish Academy of Sciences, October 9.
[3] John Cassidy (2010), Interview with Richard Thaler, The New Yorker, January 21.
[4] Douglas Clement (2013), Interview with Richard Thaler, The Region, September.
[5] Klamer A. (1984). The new classical macroeconomics. Conversations with the new classical economists and their opponents, Brighton: Wheatsheaf Books.
[6] Richard Thaler (2009), A Public Option Isn’t a Curse, or a Cure, New York Times, August 15.
[7] Giovanni Dosi, Massimo Egidi (1991), Substantive and procedural Uncertainty. An exploration of economic behavior in changing environments, Journal of Evolutionary Economics, 1(2). Mariana Mazzuccato (2014), Lo stato innovatore, Laterza.
[8] Richard Thaler, Cass R. Sunstein (2009). Nudge. La spinta gentile. Feltrinelli.
[9] James Guszcza (2016). The importance of misbehaving. A conversation with Richard Thaler, Deloitte Review, 18.

I parte (Micro fondazioni e modelli macro)

Curve di domanda inclinate negativamente; elasticità al reddito e legge di Engel.

Funzioni aggregate del consumo e del risparmio.

Il processo verso l’equilibrio; statica, dinamica e cicli di crescita;

Crescita e ciclo;

Funzioni di produzione e funzioni di costo; ricavi e massimizzazione del profitto.

 

II  (Scambi, lavoro, merce, denaro)

La produzione: processo lavorativo e processo di valorizzazione.

I classici dell’economia e le loro categorie: merce, lavoro, valore, denaro; la merce e la sua duplicità.

La circolazione monetaria M –D – M  (reddito e capitale).

Il valore delle merci; lavoro, forza-lavoro, salario e sfruttamento; sfruttamento economico e libertà giuridica; saggio di profitto e saggio di sfruttamento.

 

III  (Salari, disoccupazione, mercato del lavoro)

Principali definizioni e indicatori statistici nel mercato del lavoro.

Il mercato del lavoro: caratteri generali; la domanda di lavoro in concorrenza perfetta; l’offerta di lavoro nel modello neoclassico; l’equilibrio nel mercato del lavoro e i processi di aggiustamento; l’inefficienza dei ‘salari minimi’. Il mercato del lavoro nella teoria keynesiana.

La disoccupazione

 

IV (Il modello keynesiano dell’economia)

La determinazione del reddito nazionale. Mercato ed efficienza.

Domanda effettiva, croce keynesiana, moltiplicatore; l’analisi keynesiana delle fluttuazioni cicliche.

 

V (Fallimenti del mercato e intervento pubblico)

Efficienza ed equità. I fallimenti del mercato: esternalità, beni pubblici, monopolio.

Gli strumenti dell’intervento pubblico in economia: tasse e regolamentazione.

La politica fiscale

 

VI (Il denaro)

Le funzioni del denaro. Il ruolo della Banca centrale, delle banche ordinarie e di altri intermediari finanziari.

Domanda di moneta, offerta di moneta, tasso di interesse.

 

VII (Commercio internazionale, bilancia dei pagamenti e tassi di cambio)

Mercato mondiale, liberalizzazioni, protezionismo. Il mercato unico europeo.

 

VIII (Accumulazione, sovrapproduzione, crisi)

La concorrenza tra capitali. La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto; la crisi da sovrapproduzione; le cause antagonistiche; il ruolo del credito.

Testi di riferimento

  • Anwar Shaikh, Capitalism. Competition, Conflict, Crises, Oxford University Press, 2016: capitolo 3 Micro Foundations and Macro Patterns, paragrafo III, Shaping Structures, Economic Gradients, and Aggregate Emergent Properties, da pag. 89 a 101 e da pag. 104 a pag. 109. Una traduzione in italiano di questo paragrafo è disponibile qui:  Shaping_ structures

 

  • J. Sloman, D. Garratt, Elementi di economia, il Mulino, sesta edizione, 2014: capitolo IV (da pag. 123 a pag. 160); cap. VIII (da pag. 269 a pag. 292); cap. VI (da pag. 201 a pag. 227); cap. VII, par. 3 e 4; cap. IX (da pag. 293 a pag. 319); cap. X, par. 1; capp. XII e XIII (da pag. 375 a 438).

 

  • (a cura di) Gianfranco Pala e Francesco Schettino, Perla critica dell’economia politica,secondo Marx, edizioni La Città del Sole, 2014 Napoli: da pag. 98 a pag. 138; [gli estratti sono da Karl Marx, il Capitale, Libro I, capitolo 5 e Il Capitale, VI capitolo inedito, 1. 4-5; da Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, estratti dai capitoli II e III; da David Ricardo, Principi di economia, I capitolo; da Karl Marx, il Capitale, libro I, capitoli 3,5,6,8,10 e dal Libro III,  cap. 50]; il testo è disponibile qui: perla_critica

 

 

 

– Gli studenti fuori corso e gli studenti che non partecipano alle lezioni possono scegliere il programma valido per tutti oppure – in alternativa – preparare l’esame su un programma diverso che comprende: Karl Marx, il Capitale, libro I: capitoli 1-7, 8.1, 9, 10, 13.2, 17, 22.1, 22.3, 22.4; 23.1, 23.2, 23.3, 23.4.  Ottime edizioni del Capitale sono pubblicate da Editori riuniti, da Einaudi, da UTET, così come il Vol. 31 delle Opere complete di Marx  – Engels edito da La città del sole a cura di Roberto Fineschi (2011); buona ed economica l’edizione di Newton Compton; una versione on-line del testo  è scaricabile liberamente all’indirizzo http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/Marx_Karl_-_Il_capitale_Libro_I.htm

 

Calendario del corso (dal 20 settembre 2017 all’11 gennaio 2018)

 

  • Mercoledì 20 settembre (h.10.30 – 12.30): presentazione del corso; micro fondazioni dell’economia politica;

  • Giovedì 21 settembre (8.30 – 10.30): il concetto di equilibrio nella teoria economica; oscillazioni e gravitazione attorno all’equilibrio;

  • Mercoledì 27 : statica e dinamica; il tempo nell’economia;

  • Giovedì 28: le funzioni di produzione;

  • Mercoledì 4 ottobre: le funzioni di costo;

  • Giovedì 5: le funzioni di ricavo.

Prima prova intermedia (autovalutazione) tra il 6 e il 10 ottobre

  • Mercoledì 11 ottobre: i classici dell’economia e le categorie: merce, lavoro, valore, denaro in A.Smith e D. Ricardo

  • Giovedì 12: Karl Marx e il Capitale: la merce e il suo carattere duplice;

  • Mercoledì 18: M-D-M, la circolazione monetaria (reddito e capitale);

  • Giovedì 19: il valore delle merci;

  • Mercoledì 25: Lavoro, forza-lavoro, salario e sfruttamento; Sfruttamento economico e libertà giuridica;

  • Giovedì 26: Saggio di profitto e saggio di sfruttamento;

31 ottobre, ore 10.30, in aula 8, prova intermedia sulla I parte del corso (Micro fondazioni)

 Giovedì 2 novembre: Principali indicatori statistici del mercato del lavoro;

  • Mercoledì 8: La teoria neoclassica del mercato del lavoro;

  • Giovedì 9: il mercato del lavoro nella teoria keynesiana;

 ° Mercoledì 15: Mercato ed efficienza (lezione rimandata causa maltempo);
  • Giovedì 16: domanda effettiva, croce keynesiana, moltiplicatore;

  •  Martedì 21 (10.30 – 12.30) il modello economico keynesiano;

  • Mercoledì 22: l’analisi keynesiana delle fluttuazioni cicliche.

  • Giovedì 23: Efficienza ed equità;

  • Mercoledì 29: i fallimenti del mercato;

  • Giovedì 30: gli strumenti dell’intervento pubblico in economia.

  –  Martedì 5 dicembre (10.30 – 12.30) : Le funzioni del denaro;

  • Mercoledì 6 dicembre: il ruolo delle banche centrali e delle banche ordinarie;

  • Giovedì 7 : le interazioni tra mercati finanziari e mercati reali;

  • Martedì 12 dicembre (10.30 – 12.30) : mercato mondiale, liberalizzazzioni, protezionismo;

  • Mercoledì 13: euro e sistema economico europeo.

       Giovedì 14 dicembre: riepilogo generale

  • Mercoledì 10 gennaio 2018: La concorrenza tra capitali; La trasformazione dei valori in prezzi di produzione;

  • Giovedì 11: La legge della caduta tendenziale del saggio di profitto; la crisi da sovrapproduzione; le cause antagonistiche; il ruolo del credito.

I (Michael Roberts) was recently interviewed on my book, The Long Depression, and on other economic ideas, by José Carlos Díaz Silva from the Economics Department of the National University of Mexico (UNAM) where I have been invited next March 2018 to deliver a series of lectures. In the first part of this interview, posted over a week ago, Jose questions me on the basic themes of my book.

[..]

JCD: What should be taught about Marxism to the students of economics?

MR: Well, Marxism is a big subject.  In my view, Marxism is a scientific analysis of human social relations both historically and conceptually.  It explains how human social organization works, how it got like this and offers a view of where it could go.  Above all, it is fundamentally based on the view that the history of human social organization up to now has been one of class division (and struggle).  Since ‘civilisation’ began, there have been rulers who live off the labour of the ruled and dominate and oppress the many to preserve their wealth and rule.  But this social structure is the result of scarcity and the ability of élites to gain control of scarce resources.  But now, with technology, a world of abundance and the reduction of toil and labour to the minimum is possible globally.  That creates the objective conditions for a different form of social organization based on planning and democracy for all.

What Marxism also argues is that current mode of production and social relations called capitalism cannot deliver on this world of abundance and the end of toil.  It is a mode still based on scarcity and class division.  And it is a promoter of crises, inequality and wars. But it is not eternal and the best we can do. Capitalism has not always existed and all modes of production come to an end.  And indeed it can be dispensed with as the ‘economic problem’ can now be resolved.

Within this view, students of economics need to learn Marx’s theory of value to understand the different forms of class society and the special nature of the capitalist form.  Against that, they need to understand the theories of mainstream economics and its heterodox critics so that they can follow the differences with Marxian political economy.

JCD: One of the main concerning of the students is the utility of the knowledge they acquire in the class rooms to get a job. In that perspective, how do we motivate them to study Marxism?

MR: Well, this is understandable.  Everybody needs to make a living and if they are not to become capitalists themselves (and nearly all will not), they need a job.  The world of jobs is hard even for those with a good education and skills.  I have worked in the financial sector for decades and it pays better than nearly any other sector – so it is popular especially among economics students.  Obviously it is easier to do a white-collar ‘professional’ occupation in terms of physical effort and working conditions etc.  But even then, the stress can be high – long hours, deadlines, lack of job security, dependence on bonuses etc.  Alienation, as Marx called it, applies there too. So students should know that ‘making a living’ is only one part of life and it is mainly toil.

Moreover, if they want things to be better for them and their children, they need a better economy, a better world without war, poverty and nature etc with less hours of toil and more hours for real creative development.  Marxism can explain how things are and why, what can happen next and also how things could and should be better.

source: https://thenextrecession.wordpress.com/2017/07/01/the-profitability-of-marxian-economics/