Capitalismo 2018. L’anno delle ricette impossibili e delle paure riemergenti

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo; 2) Gli USA. Il secondo anno di Trump: crescita apparente, debito insostenibile; 3) La UE. Il problema di sempre: non si può andare avanti, non si può tornare indietro, non si può restare fermi; 4) Le solite ricette anticrisi. Riforme fiscali opposte ed impraticabili, diseguaglianze ingovernabili, Stati senza munizioni.

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo

A) I risultati del 2017. Ripresa solida o recessione in agguato?

Nel 2017 il PIL mondiale cresce del 3,7% con punte del 6,5% (Cina), del 2,4% in USA e nella UE, mentre il Giappone si ferma all’1,8%. I primi commenti sono assai positivi, la ripresa è solida, si dice, non più fragile e modesta come si sosteneva per gli anni precedenti, eppure dopo poco il prof. Feldstein, capofila degli economisti conservatori americani, osserva che negli USA una nuova recessione è alle porte, gli fa eco il noto politologo Bremmer per cui il mondo trema ancora a 10 anni dal crac del 2008 e con lui esponenti del mondo degli affari USA. Forse la stroncatura più dura della ripresa posteriore alla crisi del 2008 la leggiamo in un giornale non certo sospettabile di anticapitalismo come “Il Corriere della sera”, con toni degni di un marxista radicale e con argomenti che chi scrive avanza dal 2005, se non dagli anni ’80 del secolo passato. Scrive Salvatore Bragantini: “La causa profonda e negletta della lunga crisi è lo spostamento di ricchezza a danno dei ceti medi che l’ha preceduta”. Raghuram Rajan, non un sovversivo né uno sprovveduto, scrisse in Fault Lines (2010) che i 2/3 di tutto il reddito addizionale, prodotto tra il 1977 ed il 2007 in USA è andato al famigerato 1%. Solo lì sono affluiti i guadagni di produttività che prima erano spartiti con i lavoratori dipendenti, via via politicamente indeboliti dalla metà degli anni ’80; essi hanno trovato nella droga del debito il sostegno di un tenore di vita inesorabilmente in calo. Parola di Ben Bernake, governatore della Banca Centrale USA al tempo del crac: “L’origine è indietro nel tempo, decenni di stagnazione dei salari, diseguaglianze …”. Altro che crisi dovuta al debito pubblico. Esso è cresciuto ovunque per attenuare le conseguenze della crisi. L’impoverimento dei ceti medi deriva dall’affermazione negli ultimi 30/40 anni di un modello di Capitalismo lontano da quello che, negli anni detti in Francia Les trente gloriesus ha spinto lo sviluppo. Da Ronald Reagan a Margaret Thatcher in poi, esso è stato sconfitto dall’idea che solo scopo delle imprese sia creare (o estrarre?) valore per l’azionista, tutto quanto lo fa va bene, anche a scapito del futuro dell’impresa. E la diseguaglianza invece di diminuire avanza dovunque, con le note conseguenze politiche”.

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Dix ans après la faillite de Lehmann Brothers, les contributions se multiplient, autour de deux questions: comment cela est-il arrivé? Est-ce que cela peut se reproduire? Mais elles sont à peu près toutes centrées sur les dérives de la finance, passées ou à venir. Le point de vue adopté ici est un peu différent, puisqu’il cherche à identifier les racines économiques des désordres mondiaux. Son fil directeur est le suivant: l’épuisement du dynamisme du capitalisme et la crise ouverte il y a dix ans conduisent à une mondialisation de plus en plus chaotique, porteuse de nouvelles crises, économiques et sociales.

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La contraddizione come principio di sviluppo della teoria

[..] Dal punto di vista di un detentore le merci si presentano quindi in forma diversa, anzi opposta: la propria merce (la tela) è soltanto un valore di scambio e non d’uso, ché, altrimenti, non si sarebbe accinto ad alienarla, a cambiarla. L’altra merce (un abito), invece, è per lui soltanto un valore d’uso, un equivalente della propria merce.
Il senso dello scambio sta nella sostituzione reciproca di valore di scambio e di valore d’uso, di forma relativa e di forma di equivalente. Questa sostituzione e metamorfosi di forme economiche polari e opposte del prodotto del lavoro è la più oggettiva delle trasformazioni e ha luogo indipendentemente dalla mente del teorico.
Nella trasformazione reciproca degli opposti si realizza e si attua il valore. Lo scambio è l’unica forma possibile nella quale si manifesta la natura di valore di ognuna delle merci.
È chiaro che questa natura misteriosa può manifestarsi e mostrarsi soltanto mediante la trasformazione reciproca degli opposti, del valore di scambio e del valore d’uso, mediante la sostituzione reciproca della forma relativa e della forma di equivalente, cioè, in altri termini, soltanto grazie al fatto che una merce (la tela) si presenta come valore di scambio e l’altra (l’abito) come valore d’uso, che quella funge da forma relativa di espressione del valore e questa da suo opposto, da equivalente. Entrambe le forme non possono abbinarsi in una sola merce, in quanto allora verrebbe meno ogni necessità di scambio. Si aliena mediante lo scambio solo ciò che non rappresenta immediatamente un valore d’uso e che ha esclusivamente un valore di scambio.

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Impoverimento reale e cause immaginarie. L’euro come capro espiatorio che serve a nascondere l’aumento dello sfruttamento –  Maurizio Donato

3 ottobre 2018

L’impoverimento assoluto e relativo di chi vive e lavora in Italia è un fenomeno reale, evidenziabile da numerosi indicatori relativi alla dinamica del reddito pro-capite, dei salari nominali, dei salari reali in riferimento alla produttività del lavoro, della quota del lavoro sul PIL. Non emergono, al contrario, evidenze empiriche che possano mettere tali dinamiche in rapporto all’introduzione dell’euro, dal momento che la compressione dei redditi da lavoro è cominciata molto tempo prima del 1999.

Il reddito pro-capite è uno degli indicatori economici più semplici da interpretare per consentirci di rispondere a questa domanda: da quando il reddito pro-capite in Italia cresce di meno? La risposta è semplice: dalla fine degli anni ’60. Non da pochi anni, ma da molto tempo, anche se non ce ne accorgevamo, o almeno non tutti, per ragioni diverse. Ci sono stati e ci sono ancora cicli, ossia periodi brevi, di cinque, sei o sette anni in cui il reddito pro-capite cresce un poco di più e altri in cui cresce di meno, ma esiste un trend, una tendenza di lungo periodo, rappresentata nella fig. 1 da quella semiretta a pendenza negativa che attraversa tutti i cicli e che sta a significare che, al di là delle oscillazioni di breve periodo, che sono certamente importanti e sono quelle che le persone notano e ricordano di più proprio perché influenzano la nostra memoria a breve termine, il reddito pro-capite di chi vive in Italia aumenta sempre meno da quasi 60 anni, e dunque per ragioni che non hanno e non possono avere niente a fare con l’euro. Tuttavia, nonostante si tratti di un indicatore importante, il reddito pro-capite soffre – come molte altre variabili economiche – di un ‘difetto’: trattandosi di una media, ha un significato statisticamente significativo solo se le differenze dalla media, le ‘diseguaglianze’, sono piccole, altrimenti conviene utilizzare aggregazioni diverse, rispetto alle quali le diseguaglianze – pur presenti – sono meno significative.

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The premise and promise of capitalism, going back to Adam Smith, have been that global wealth would increase and serve as a benefit to all of humanity. However, the experience of recent decades has challenged those claims: while global wealth has indeed grown, most of the increase has been captured by a small group at the top.

This has continued into the “recovery” in the United States and globally.

The result is that an obscenely unequal distribution of the world’s wealth has become even more unequal. Those in the small group at the top have long been able to put distance between themselves and everyone else precisely because they’ve been able to capture the surplus and then convert their share of the surplus into ownership of wealth. And the returns on their wealth allow them to capture even more of the surplus produced within global capitalism.

This is accompanied by growing income inequality. However, although people are aware of inequality, they are typically unaware of its real extent, and mainstream economics and the popular press contribute to this situation, which in turn leads to the reproduction of the system that produces ever -more- grotesque levels of inequality.

Both class and ideology underpin this worsening situation.

The tiny group at the top, both nationally and globally, have both an interest and the means to maintain the economic and social rules and institutions that allow them to capture the surplus, and thus create more distance between themselves and everyone else. Meantime, mainstream economic and political discourses, inside and outside the academy, tend to ignore the class conditions and consequences of inequality – and to undermine the possibility of a real debate about the kinds of changes that are necessary to give the majority of people a say in how the surplus is utilized.

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Mercoledì 19 settembre (10.30 – 12.30): Introduzione e presentazione del corso

  • Il capitalismo come modo di produzione; individui storicamente determinati
  • Variabili e funzioni; i grafici; le equazioni

Prima parte: scambi, valore, lavoro, produzione

  • La merce. Sostanza di valore, grandezza di valore, forma di valore (giovedì 20 e venerdì 21 settembre, 8.30 – 10.30)
  • Il processo di scambio (26, 27 e 28 settembre)
  • Il denaro, ossia la circolazione delle merci (3, 4 e 5 ottobre)
  • La trasformazione del denaro in capitale: formula generale, contraddizioni, compera e vendita della forza-lavoro (10, 11 e 12 ottobre)

 .. settimana di interruzione del corso [da recuperare] ..

  • La retta; le funzioni non lineari; come si calcolano le variazioni; variazioni percentuali ed elasticità. [Piergallini, Rodano, 2018]
  • La funzione esponenziale (P-R, pag.23); la funzione logaritmica (P-R, 24-26)
  • La funzione di produzione neoclassica (Felli, pag. 45-46)
  • riepilogo della I parte del corso

 

.. prova intermedia ..

La prégnance du chômage doit être légitimée: c’est l’une des tâches imparties aux économistes mainstream. On propose ici un survol critique des théories dominantes, jusqu’à leur implosion récente.

Longtemps, les économistes ne se sont pas préoccupés du plein emploi. Le terme même de chômage est à peu près absent des traités d’Alfred Marshall (1842-1924) qui, durant de longues décennies, fut l’économiste de référence en Angleterre. Les conceptions de Marshall en sont restées à celles des auteurs du fameux rapport de 1834 sur la loi pour les pauvres [1], comme le montre bien une lettre adressée en 1903 à Percy Alden, où Marshall livre le fond de sa pensée [2]. Il y a, écrit-il, deux catégories de chômage. Le chômage occasionnel résulte des fluctuations économiques, mais ne se développe qu’en raison de «l’incapacité, de la part de personnes à l’intelligence limitée, à prévoir avec une parfaite précision les besoins et les opportunités économiques.» Il faudrait leur apprendre que «dépenser l’intégralité de son revenu en période de prospérité et se retrouver sans ressources lorsque la conjoncture se retourne, est incompatible avec le respect que chacun se doit à lui-même.»

Quant au chômage plus durable, il frappe des «personnes qui ne veulent pas ou ne peuvent pas travailler avec assiduité et en faisant tous leurs efforts, de telle sorte qu’ils ne peuvent être employés de façon régulière. Ils sont à la recherche de petits boulots qui sont en général des emplois “tranquilles”. Une grande partie du chômage actuel me semble relever de cette catégorie: c’est donc un symptôme plutôt que la cause de la maladie.» Marshall en appelle à une «discipline bienveillante mais sévère à l’égard de ceux qui élèvent des enfants dans des conditions physiques et morales qui feront d’eux les recrues de la grande armée des chômeurs.»

Le discours des économistes va progressivement incorporer une analyse moins moralisatrice mais tout aussi implacable. Dans le monde parfait de la libre concurrence, le chômage ne peut exister, ou alors seulement sous la forme d’un chômage «volontaire» fruit d’un arbitrage rationnel entre salaire et loisir. Leur principale recommandation consiste donc à préconiser l’élimination de tout ce qui faisait obstacle à l’équilibre entre l’offre et la demande sur le marché du travail. Ce marché n’est pas fondamentalement différent de celui de n’importe quelle autre marchandise, patate ou chaussette.

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PREFACE
Fog and dirt, violence and magic have surrounded the tracing and institution of borders since late antiquity. Sources from around the world tell us wonderful and frightening stories about the tracing of demarcation lines between the sacred and the profane, good and evil, private and public, inside and outside. From the liminal experiences of ritual societies to the delimitation of land as private property, from the fratricide of Remus by Romulus at the mythological foundation of Rome to the expansion of the imperial limes, these stories speak of the productive power of the border—of the strategic role it plays in the fabrication of the world.

They also convey, in a glimpse, an idea of the deep heterogeneity of the semantic field of the border, of its complex symbolic and material implications. The modern cartographical representation and institutional arrangement of the border as a line—first in Europe and then globalized through the whirlwind of colonialism, imperialism, and anticolonial struggles—has somehow obscured this complexity and led us to consider the border as literally marginal. Today, we are witnessing a deep change in this regard.

As many scholars have noted, the border has inscribed itself at the center of contemporary experience. We are confronted not only with a multiplication of different types of borders but also with the reemergence of the deep heterogeneity of the semantic field of the border. Symbolic, linguistic, cultural, and urban boundaries are no longer articulated in fixed ways by the geopolitical border. Rather, they overlap, connect, and disconnect in often unpredictable ways, contributing to shaping new forms of domination and exploitation.

Violence undeniably shapes lives and relations that are played out on and across borders worldwide. Think of the often unreported deaths of migrants challenging borders in the deserts between Mexico and the United States or in the choppy waters of the Mediterranean Sea. New and old forms of war continue to target vast borderlands. Think of Waziristan, Kashmir, Palestine. This book was born out of indignation and struggles, particularly migrants’ struggles, against such violence and war at the border. As our research and writing proceeded, we also learned (once again, particularly from migrants) to valorize the capacities, skills, and experiences of border crossing, of organizing life across borders. Literal and metaphorical practices of translation have come to be more associated in our minds with the proliferation of borders and border struggles in the contemporary world.
Although this proliferation of borders, as we have stressed, is deeply implicated in the operation of old and new devices of dispossession and exploitation, we contend that it is precisely from this point of view that struggles revolving around borders and practices of translation crisscrossing them can play a key role in fostering the debate on the politics of the common.
This book can be partially read as a contribution to this debate, in which we see some of the most promising conditions for the reinvention of a project of liberation in the global present.
In the past few years, we have become increasingly uncomfortable with the fixation in many critical border studies as well as activist circles on the image of the wall. This does not mean we do not recognize the importance of the worldwide spread of walls just a few decades after the celebration of the fall of the Berlin wall. But independent of the fact that many walls are far less rigid than they pretend to be, taking the wall as the paradigmatic icon of contemporary borders leads to a unilateral focus on the border’s capacity to exclude. This can paradoxically reinforce the spectacle of the border, which
is to say the ritualized display of violence and expulsion that characterizes many border interventions.
The image of the wall can also entrench the idea of a clear-cut division between the inside and the outside as well as the desire for a perfect integration of the inside. As we show in this book, taking the border not only as a research ‘‘object’’ but also as an ‘‘epistemic’’ angle (this is basically what we mean by ‘‘border as method’’) provides productive insights on the tensions and conflicts that blur the line between inclusion and exclusion, as well as on the profoundly changing code of social inclusion in the present. At the same time, when we speak of the importance of border crossing, we are aware that this moment in the operation of borders is important not just from the point of view of subjects in transit. The same is true for states, global political actors, agencies of governance, and capital.
Sorting and filtering flows, commodities, labor, and information that happens at borders are crucial for the operation of these actors. Again, taking the border as an epistemic angle opens up new and particularly productive perspectives on the transformations currently reshaping power and capital —for instance, shedding light on the intermingling of sovereignty and governmentality and on the logistical operations underlying global circuits of accumulation.
Our work on borders is to be read in this sense as a contribution to the critical investigation of actually existing global processes. Gone are the days in which a book like
The Borderless World, published in 1990 by Japanese management guru Kenichi Omae, could set the agenda for the discussion on globalization and borders. The idea presented there of a zero-sum game between globalization and borders (insofar as globalization progresses, the relevance of borders will be diminished) has been very influential but has been rapidly displaced by evidence of the increasing presence of borders in our present. Although our work charts this process of multiplication of borders, our argument is not that the nation-state has been untouched by globalization. We concur with many thinkers who have argued that the nation-state has been reorganized and reformatted in the contemporary world. This leads us to focus not only on traditional international borders but also on other lines of social, cultural, political, and economic demarcation. For instance, we investigate the boundaries circumscribing the ‘‘special economic zones’’ that proliferate within formally united political spaces in many parts of the world.
To repeat, one of our central theses is that borders, far from serving merely to block or obstruct global passages of people, money, or objects, have become central devices for their articulation. Borders play a key role in the production of the heterogeneous time and space of contemporary global and postcolonial capitalism. This focus on the deep heterogeneity of the global is one of the distinguishing points we make, in a constant dialogue with many anthropological and ethnographic works as well as with social
and political thinkers. Subjects in motion and their experiences of the border provide a kind of thread that runs through the nine chapters of the volume. We analyze the evolving shape of border and migration regimes in different parts of the world, looking at the way these regimes concur in the production of labor power as a commodity. At the same time we focus on the long-term problem of relations between the expanding frontiers of capital and territorial demarcations within the history of modern capitalism,
conceived of as a world system since its inception.
We are convinced that in the current global transition, under the pressure of capital’s financialization, there is a need to test some of the most cherished notions and theoretical paradigms produced by political economy and social sciences to come to grips with that problem—from the international division of labor to center and periphery. Again, taking the point of view of the border, we propose a new concept—the multiplication of labor—and we attempt to map the very geographical disruption that lies at the core of capitalist globalization.
Border as Method can therefore also be read as an attempt to contribute to the ongoing discussion on the evolving shape of the world order and disorder.
Our emphasis on heterogeneity is also important for the analysis of what we call with Karl Marx the composition of contemporary living labor, which is more and more crisscrossed, divided, and multiplied by practices of mobility and the operation of borders. To gain an analytical purchase on these processes we interlace multiple gazes and voices, crossing and challenging the North–South divide. While we stress the relevance of migration experiences and control regimes from the point of view of the transformations of labor in the Euro-Atlantic world, intervening in the discussion on care and affective labor as well as precarity, we also focus, to make a couple of examples, on the hukou system of household registration in contemporary China and the complex systems of bordering that internally divide the Indian labor market. We are aware of many differences that must be taken into account in doing this. We do not propose a comparative analysis of these and other instances. We are interested in another kind of knowledge production, one that starts from concepts and works on the (often unexpected) resonances and dissonances produced by the encounters and clashes between these concepts and a materiality that can be very distant from the one within
which they were originally formulated.
This is part and parcel of what we call border as method. In the case of the composition of living labor, it points to the strategic relevance of heterogeneity (of, for example, figures, skills, legal and social statuses) across diverse geographical scales. Nowadays, multiplicity is the necessary point of departure for any investigation of the composition of labor, and Border as Method attempts to provide some tools for identifying the points of more intense conflict and friction where such an investigation can focus. Although multiplicity and heterogeneity are cut and divided by devices of control and hierarchization, it is no less true today that unity is strength (to use words that marked an epoch in the history of class struggle). But the conditions of this unity have to be fully reimagined against the background of a multiplicity and heterogeneity that must be turned from an element of weakness into an element of strength.
It will not be surprising that our work on borders leads us to engage in a discussion with some of the most influential elaborations on the topic of political subjectivity circulating in current critical debates. Borders in modernity have played a constitutive role in the modes of production and organization of political subjectivity. Citizenship is probably the best example of this, and it is only necessary to reflect on the important connection between citizenship and labor in the twentieth century to grasp the ways the movements of the dyadic figure of the citizen-worker have been inscribed within the national confines of the state. Working through citizenship studies, labor studies, as well as more philosophical debates on political subjectivity, we map the tensions and ruptures that crisscross the contemporary figures of both the citizen and the worker.
The borders circumscribing these figures have become blurred and unstable, and, to reference a slogan of Latinos in the United States (‘‘we did not cross the border, the border crossed us’’), they are themselves increasingly crossed and cut, more than circumscribed, by borders. Around these borders, although often far away from the literal border, some of the most crucial struggles of the present are fought. Liberating political imagination from the burden of the citizen-worker and the state is particularly urgent to open up spaces within which the organization of new forms of political subjectivity becomes possible. Here, again, our work on borders encounters current debates on translation and the common.

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Il corso di Economia politica (lo stesso, per LM e per SG)  si articola in due parti, più una introduttiva

Introduzione: metodo storico e metodo logico

Il capitalismo come modo di produzione; individui storicamente determinati

Variabili e funzioni; i grafici; le equazioni 

I parte: Scambi, valore, lavoro, produzione

La merce. Sostanza di valore, grandezza di valore, forma di valore;

Il processo di scambio;

Il denaro, ossia la circolazione delle merci;

La trasformazione del denaro in capitale: formula generale, contraddizioni, compera e vendita della forza-lavoro;

La retta; le funzioni non lineari; come si calcolano le variazioni; variazioni percentuali ed elasticità.

La funzione esponenziale; la funzione logaritmica

La funzione di produzione neoclassica

II parte: Elementi di macroeconomia

Misurazione, flusso circolare, la composizione del prodotto aggregato, la scomposizione del prodotto pro-capite, la meccanica del pil pro-capite, tasso di partecipazione, tasso di disoccupazione naturale e isteresi;

Offerta aggregata e domanda aggregata; prodotto potenziale e ciclo economico; breve periodo e lungo periodo; politiche di stabilizzazione;

La curva di offerta aggregata di breve periodo; l’adattamento del livello dei prezzi; aspettative e offerta aggregata; aspettative e curva di Phillips;

Spesa aggregata e flusso circolare del reddito; la determinazione del livello di equilibrio del reddito; la funzione del consumo; l’approccio moderno alla teoria del consumo; il reddito di equilibrio; il moltiplicatore; il livello di equilibrio del reddito e il resto del mondo;

Tasso di cambio; esportazioni nette e tasso di cambio; bilancia dei pagamenti e tasso di cambio;

Il bilancio pubblico: saldo di bilancio ciclico e corretto per il ciclo; gli effetti dei disavanzi: finanziamento dei disavanzi ed equivalenza ricardiana; il debito pubblico; la monetizzazione del debito;

L’importanza della crescita.

Libri di testo:

 

Approfondimenti

per tutti: Karl Marx, il Capitale, libro primo, cap. 24, La cosiddetta accumulazione originaria  http://www.criticamente.com/marxismo/capitale/capitale_1/Marx_Karl_-_Il_Capitale_-_Libro_I_-_24.htm

solo per gli studenti di LM:

Karl Marx, il Capitale, libro I, sezione terza, La produzione del plusvalore assoluto (capitoli 5, 6, 7, 8.1 e 9): PROCESSO LAVORATIVO E PROCESSO DI VALORIZZAZIONE, CAPITALE COSTANTE E CAPITALE VARIABILE, IL SAGGIO DEL PLUSVALORE, LA GIORNATA LAVORATIVA (solo il paragrafo 1: I limiti della giornata lavorativa), SAGGIO E MASSA DEL PLUSVALORE

 

solo per gli studenti di SG:

Karl Marx, il Capitale, libro I, sezione VI, Il salario (capitoli 17, 18 e 19):  TRASFORMAZIONE IN SALARIO DEL VALORE E RISPETTIVAMENTE DEL PREZZO DELLA FORZA LAVORO, IL SALARIO A TEMPO, IL SALARIO A COTTIMO

° Guglielmo Forges Davanzati, Elementi di economia del lavoro (da pag. 1 a pag. 25, da pag. 30 a pag. 32; da pag. 39 a pag. 43) https://www.economia.unisalento.it/scheda_personale/-/people/guglielmo.forges/materiale  (a pag. 30 il reddito di ‘equilibrio’ si ottiene sostituendo la funzione dei consumi e degli investimenti nella [3.1])

 

– Gli studenti fuori corso possono scegliere di preparare l’esame su un programma diverso che comprende: The CORE Team, L’economia, il Mulino – 2018 integrato da John Sloman, Dean Garratt , Elementi di economia,  Il Mulino – 2018, oppure Paul Krugman e Robin Wells, L’ essenziale di economia, Zanichelli – 2018.