“Finora, per calcolare l’elusione delle big company, si era utilizzato un sistema indiretto, che intercettava il 17% dei profitti volati all’estero.” – spiega Gabriel Zucman a L’Espresso (n° 28, anno LXV, 7 luglio 2019, pag. 51) – Ora invece, incrociando le cifre delle controllate estere con altri dati, come le bilance dei pagamenti tra nazioni, il prodotto interno lordo e i volumi d’affari delle grandi società, siamo in grado di controllare il profit shifting complessivo, cioè il totale dei profitti spostati in paesi a bassa tassazione”. L’ammontare a livello mondiale – afferma Zucman nell’intervista a Gloria Riva – è enorme: 616 miliardi di dollari, pari a circa 550 miliardi di euro, una cifra immensa anche rispetto agli utili globali. I profitti realizzati dalle multinazionali attraverso le controllate estere ammontano infatti a 1.700 miliardi di dollari. “Stimiamo che il 40% del totale finisca ogni anno nei paradisi fiscali”. Come? Read More
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La prima causa strutturale delle migrazioni internazionali
odierne, sempre più dirette da Sud verso Nord
(e da Est verso Ovest, specie in Europa), è  costituita
dalle disuguaglianze di sviluppo generate dal
colonialismo storico – che è stato il versante extra-europeo
del processo di formazione del modo di produzione
capitalistico alla scala globale.
Non se ne parla mai, ma la ricerca storica meno malata
di eurocentrismo ha ormai assodato che fino alla
fine del 1400 (ed oltre) i livelli di sviluppo materiale
raggiunti nei diversi continenti sono stati sostanzialmente
comparabili. In ogni caso le disparità esistenti
a quel tempo non avevano nulla a che vedere con le
odierne disuguaglianze di sviluppo, raffigurate alcuni
anni fa dall’Onu con una coppa rovesciata. E questo
senza eccezioni, se è vero, come attesta Joseph Ki-
Zerbo, che “fino al XVI secolo l’Africa [nera] poteva
validamente paragonarsi agli altri continenti. Poi è intervenuta
una frattura che si è andata progressivamente
allargando”, per effetto della tratta degli schiavi e
delle aggressioni e spartizioni coloniali.

La stessa cosa si può dire per il mondo arabo che aveva conosciuto
già il suo apogeo nei secoli precedenti (“il momento
islamico della storia del mondo”), quando era riuscito
a raccogliere e sintetizzare le conoscenze acquisite
dagli antichi romani, dai greci, dagli egiziani, dai bizantini,
dai cinesi, dagli indiani, spingendosi molto in
profondità dentro l’Asia.

Se all’inizio del 1500 un’area
continentale era in uno stadio più avanzato delle
altre, questa era l’Asia dell’impero moghul in India e
della dinastia Ming in Cina, e lo sarebbe rimasta fino
al primo ventennio del 1800.
La frattura storica, la “grande divergenza” tra l’Europa
e i continenti “di colore” ha iniziato a determinarsi
a partire proprio dall’assalto europeo alle Americhe
(data-simbolo il 1492, primo viaggio dell’avido mercante
di schiavi genovese Cristoforo Colombo nelle
Indie occidentali), si è approfondita nei secoli
seguenti attraverso il saccheggio delle
Americhe, la tratta degli schiavi africani, la
colonizzazione del Golfo Persico, l’assalto
all’Asia, la spartizione e l’occupazione
dell’Africa, e ha messo capo ad una divisione
internazionale del lavoro che ha visto le
metropoli europee sfruttare e opprimere per
secoli le colonie e le semi-colonie. Una divisione
internazionale del lavoro messa in
discussione esclusivamente da un possente
movimento anti-coloniale, ma che ha tuttora
un grande peso nella determinazione delle
migrazioni mondiali.

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Il fallimento delle strategie finora adottate per stimolare una crescita economica da tempo anemica alimenta il dibattito sui princìpi teorici alla base delle interpretazioni della crisi ancora prevalenti. Se si considera la diminuzione della profittabilità media degli investimenti come il punto di partenza dell’analisi, occorre considerare le principali controtendenze che si sono rivelate nel tempo le più adatte a far ripartire – almeno temporaneamente – il processo di accumulazione; tra queste le principali sono: l’aumento dello sfruttamento del lavoro, l’esportazione di capitale all’estero, la svalutazione del capitale. Questo saggio si propone di indagare la dinamica della svalutazione distinguendo la svalorizzazione (deprezzamento) del capitale in quanto valore dalla sua distruzione in senso fisico (materiale).

The failure of the strategies so far adopted to stimulate an anemic economic growth fueled the debate on the theoretical principles underlying the prevailing crisis interpretations. Considering the decline in average investment profitability as the starting point of the analysis, it is necessary to consider the main counter-tendencies that have proved to be the most appropriate to re-boost – at least temporarily – the process of capital accumulation: among them, the main ones are: the increased labor exploitation, the foreign direct investments, the devaluation of capital. This essay aims to investigate the dynamics of devaluation by distinguishing the devaluation (depreciation) of capital as a value from its destruction in the physical (material) sense.
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[..] La ricerca scientifica non è, se non in misura trascurabile, una ricerca disinteressata della “verità”. Per lo più nasce dall’esigenza di risolvere problemi concreti. Quali erano stati i problemi concreti affrontati dagli scienziati italiani del Quattrocento e del Cinquecento? Una rapida rassegna dei risultati ottenuti rende evidente che si trattava soprattutto di applicazioni riguardanti i consumi delle élites: le belle arti avevano stimolato lo sviluppo della teoria della prospettiva e dell’anatomia (che all’epoca interessava scultori e pittori più che i medici); l’astronomia era motivata dall’esigenza di compilare costosi oroscopi personali; la botanica coincideva in larga misura con la farmacologia, sviluppata soprattutto per curare i membri della classe dominante; la matematica era applicata alla contabilità che interessava banchieri e commercianti.

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I posteri descrivono il Piano Marshall come un atto disinteressato, finalizzato a rilanciare un’Europa devastata dalla guerra. Siamo sicuri?

https://www.arte.tv/it/videos/079409-003-A/il-piano-marshall-ha-salvato-gli-stati-uniti/

(disponibile dal 31/01/2019 fino al 23/03/2019)

Operazione Bird dog

https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/operazione-bird-dog/

 

È opportuno partire dall’inizio. E quindi, ancora una volta, dalla merce e dal valore. Non però nella formulazione che troviamo nell’incipit del Capitale, ma dalle Glosse a Wagner del 1882, dove incontriamo un Marx maturo, che ha attraversato per intero il suo personale work in progress sulla nozione di «valore». In queste glosse, Marx afferma, contro Wagner, che nel Capitale non è partito da concetti e neppure dal concetto di «valore», e che non procede deduttivamente da un concetto all’altro, ma è partito dalla merce nella sua concretezza (Konkretum der Ware)[1]. Purtroppo questa pagina non è stata tradotta nell’edizione degli scritti inediti di Marx curata da Tronti, perché Tronti nelle Glosse fa un po’ di selezione e la salta. Ma qui Marx afferma una cosa importante: «Io non ho preso le mosse da concetti ma dalla merce nella sua concretezza». Credo che questa affermazione permetta alcune riflessione sulla sua natura non hegeliana e sul modo di argomentazione e di esposizione di Marx nel Capitale. Cosa significa l’espressione «merce nella sua concretezza»? Significa un’accentuazione del valore d’uso della merce, un modo di procedere nettamente diverso da quello hegeliano, nonostante gli svariati tentativi di leggere i primi capitoli del Capitale assieme alla Scienza della Logica di Hegel. Si potrebbe dire, per usare un termine di Adorno, che Marx privilegia il «rudimento metalogico» del concetto o, in altre parole, invece di prendere le mosse dall’‘essere’, come fa Hegel per mettere in moto la prima triade di essere-nulla-divenire, Marx parte dal qualcosa (etwas) nella sua concretezza. In questo «rudimento metalogico» c’è un’insistenza sul non identico come ciò che eccede la concettualizzazione e la sua sussunzione all’identico, nel caso della merce, il valore. La differenza, per dirla in gergo filosofico, è che se nella Scienza della Logica Hegel parte dall’immediatamente indeterminato, da ciò che è privo di ogni determinazione, e questo permette ad Hegel di dare inizio alla catena deduttiva, Marx ha un incipit contrario: prende le mosse dalla concretezza della merce, da ciò che, nella sua non identità, si presenta come eccedenza rispetto al concetto.

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Rivolgendosi Enea, nel tempio stesso
vede da gran concorso attorneggiati
entrar Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri
Troiani, che da sè disgiunti e sparsi
avea dianzi del mar l’aspra tempesta.
Stupor, timor, letizia, tenerezza
e disio d’abbracciarli e di mostrarsi
assaliro in un tempo Acate e lui.

Ma, dubii del successo, entro la nube
dissimulando se ne stero, e cheti,
per ritrar che seguisse e che seguito
fosse già de le navi e de’ compagni,
di cui questi eran primi e li più scelti
di ciascun legno. E già pieno era il tempio
di tumulto e di voti ch’altamente
di sentian vènia risonare e pace.

Poichè furo entromessi, e ch’udïenza
fur lor concessa, il saggio Ilïoneo
prese umilmente in cotal guisa a dire:
Sacra regina, a cui dal cielo è dato
fondar nuova cittade, e con giustizia
por freno a gente indomita e superba,
Noi miseri Troiani, a tutti i venti,
a tutti i mari omai ludibrio e scherno,

caduti dopo l’onde in preda al foco
che da’ tuoi si minaccia ai nostri legni,
preghianti a proveder che nel tuo regno
non si commetta un sì nefando eccesso.

Fa cosa di te degna, abbi di noi
Pietà, che pii, che giusti, ch’innocenti
siamo, non predatori, non corsari
de le vostre marine o de l’altrui:
Tanto i vinti d’ardire, e gl’infelici
d’orgoglio e di superbia, oimè! non hanno.

Una parte d’Europa è, che da’ Greci
si disse Esperia, antica, bellicosa
e fertil terra, dagli Enotrei cólta.
Prima Enotria nomossi, or, come è fama,
preso d’Italo il nome, Italia è detta.

Qui ’l nostro corso era diritto, quando
Orïon tempestoso i venti e ’l mare
sì repente commosse, e mar sì fero,
Vènti sì pertinaci, e nembi e turbi
così rabbiosi, che sommersi in parte
e dispersi n’ha tutti: altri a le secche,
altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:
E noi pochi, di tanti, ha qui condotti.

Ma qual sì cruda gente, qual sì fera
e barbara città quest’uso approva,

Che ne sia proibita anco l’arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti
di star ne l’orlo de la terra a pena?
Ah! se de l’armi e de le genti umane
nulla vi cale, a Dio mirate almeno,
che dal ciel vede, e riconosce i meriti.

 

Virgilio, Eneide, Libro I