[..] La ricerca scientifica non è, se non in misura trascurabile, una ricerca disinteressata della “verità”. Per lo più nasce dall’esigenza di risolvere problemi concreti. Quali erano stati i problemi concreti affrontati dagli scienziati italiani del Quattrocento e del Cinquecento? Una rapida rassegna dei risultati ottenuti rende evidente che si trattava soprattutto di applicazioni riguardanti i consumi delle élites: le belle arti avevano stimolato lo sviluppo della teoria della prospettiva e dell’anatomia (che all’epoca interessava scultori e pittori più che i medici); l’astronomia era motivata dall’esigenza di compilare costosi oroscopi personali; la botanica coincideva in larga misura con la farmacologia, sviluppata soprattutto per curare i membri della classe dominante; la matematica era applicata alla contabilità che interessava banchieri e commercianti.

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I posteri descrivono il Piano Marshall come un atto disinteressato, finalizzato a rilanciare un’Europa devastata dalla guerra. Siamo sicuri?

https://www.arte.tv/it/videos/079409-003-A/il-piano-marshall-ha-salvato-gli-stati-uniti/

(disponibile dal 31/01/2019 fino al 23/03/2019)

Operazione Bird dog

https://www.economiaepolitica.it/politiche-economiche/europa-e-mondo/operazione-bird-dog/

 

È opportuno partire dall’inizio. E quindi, ancora una volta, dalla merce e dal valore. Non però nella formulazione che troviamo nell’incipit del Capitale, ma dalle Glosse a Wagner del 1882, dove incontriamo un Marx maturo, che ha attraversato per intero il suo personale work in progress sulla nozione di «valore». In queste glosse, Marx afferma, contro Wagner, che nel Capitale non è partito da concetti e neppure dal concetto di «valore», e che non procede deduttivamente da un concetto all’altro, ma è partito dalla merce nella sua concretezza (Konkretum der Ware)[1]. Purtroppo questa pagina non è stata tradotta nell’edizione degli scritti inediti di Marx curata da Tronti, perché Tronti nelle Glosse fa un po’ di selezione e la salta. Ma qui Marx afferma una cosa importante: «Io non ho preso le mosse da concetti ma dalla merce nella sua concretezza». Credo che questa affermazione permetta alcune riflessione sulla sua natura non hegeliana e sul modo di argomentazione e di esposizione di Marx nel Capitale. Cosa significa l’espressione «merce nella sua concretezza»? Significa un’accentuazione del valore d’uso della merce, un modo di procedere nettamente diverso da quello hegeliano, nonostante gli svariati tentativi di leggere i primi capitoli del Capitale assieme alla Scienza della Logica di Hegel. Si potrebbe dire, per usare un termine di Adorno, che Marx privilegia il «rudimento metalogico» del concetto o, in altre parole, invece di prendere le mosse dall’‘essere’, come fa Hegel per mettere in moto la prima triade di essere-nulla-divenire, Marx parte dal qualcosa (etwas) nella sua concretezza. In questo «rudimento metalogico» c’è un’insistenza sul non identico come ciò che eccede la concettualizzazione e la sua sussunzione all’identico, nel caso della merce, il valore. La differenza, per dirla in gergo filosofico, è che se nella Scienza della Logica Hegel parte dall’immediatamente indeterminato, da ciò che è privo di ogni determinazione, e questo permette ad Hegel di dare inizio alla catena deduttiva, Marx ha un incipit contrario: prende le mosse dalla concretezza della merce, da ciò che, nella sua non identità, si presenta come eccedenza rispetto al concetto.

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Rivolgendosi Enea, nel tempio stesso
vede da gran concorso attorneggiati
entrar Sergesto, Anteo, Cloanto e gli altri
Troiani, che da sè disgiunti e sparsi
avea dianzi del mar l’aspra tempesta.
Stupor, timor, letizia, tenerezza
e disio d’abbracciarli e di mostrarsi
assaliro in un tempo Acate e lui.

Ma, dubii del successo, entro la nube
dissimulando se ne stero, e cheti,
per ritrar che seguisse e che seguito
fosse già de le navi e de’ compagni,
di cui questi eran primi e li più scelti
di ciascun legno. E già pieno era il tempio
di tumulto e di voti ch’altamente
di sentian vènia risonare e pace.

Poichè furo entromessi, e ch’udïenza
fur lor concessa, il saggio Ilïoneo
prese umilmente in cotal guisa a dire:
Sacra regina, a cui dal cielo è dato
fondar nuova cittade, e con giustizia
por freno a gente indomita e superba,
Noi miseri Troiani, a tutti i venti,
a tutti i mari omai ludibrio e scherno,

caduti dopo l’onde in preda al foco
che da’ tuoi si minaccia ai nostri legni,
preghianti a proveder che nel tuo regno
non si commetta un sì nefando eccesso.

Fa cosa di te degna, abbi di noi
Pietà, che pii, che giusti, ch’innocenti
siamo, non predatori, non corsari
de le vostre marine o de l’altrui:
Tanto i vinti d’ardire, e gl’infelici
d’orgoglio e di superbia, oimè! non hanno.

Una parte d’Europa è, che da’ Greci
si disse Esperia, antica, bellicosa
e fertil terra, dagli Enotrei cólta.
Prima Enotria nomossi, or, come è fama,
preso d’Italo il nome, Italia è detta.

Qui ’l nostro corso era diritto, quando
Orïon tempestoso i venti e ’l mare
sì repente commosse, e mar sì fero,
Vènti sì pertinaci, e nembi e turbi
così rabbiosi, che sommersi in parte
e dispersi n’ha tutti: altri a le secche,
altri a gli scogli, ed altri altrove ha spinti:
E noi pochi, di tanti, ha qui condotti.

Ma qual sì cruda gente, qual sì fera
e barbara città quest’uso approva,

Che ne sia proibita anco l’arena?
Che guerra ne si muova, e ne si vieti
di star ne l’orlo de la terra a pena?
Ah! se de l’armi e de le genti umane
nulla vi cale, a Dio mirate almeno,
che dal ciel vede, e riconosce i meriti.

 

Virgilio, Eneide, Libro I

Il mio discorso prende avvio con il tentativo di comprendere quale sia il significato del sottotitolo del Capitale: «Critica dell’economia politica». In primo luogo, occorre capire che cosa significhi per Marx «Economia politica», e successivamente di cosa significhi Critica in quest’espressione.

Marx distingueva l’economia volgare, o economia politica volgare, da un lato, e l’economia politica (classica), dall’altro; l’economia volgare – un’etichetta che si applica alla gran parte della scienza economica dal 1870 a oggi – si ferma alle apparenze superficiali: queste apparenze non sono che parvenza (e dunque illusorie). Nel lessico marxiano, si tratta di esempi di Schein. L’economia volgare si concentra sulla circolazione, e manca di riferirsi alla produzione.

L’economia politica (classica) è una cosa del tutto diversa. Per Marx, essa si compone di contributi effettivi alla conoscenza scientifica del capitale. Secondo Marx, l’economia politica si inaugura con William Petty. In seguito, il suo lungo sviluppo teorico si compie – con poche eccezioni – sotto il segno della teoria del valore-lavoro. I protagonisti principali di questa storia furono François Quesnay e i fisiocratici, Adam Smith, ma soprattutto David Ricardo. E si trattava di una scienza (Wissenschaft). Sebbene recasse un’impronta borghese, l’economia politica classica forniva elementi essenziali che consentivano una comprensione del capitalismo. In particolare Ricardo legava il valore al lavoro contenuto nelle merci, e tentava di costruire una coerente teoria del valore come teoria dei prezzi – anche se, secondo Marx, questo tentativo fu in ultima analisi fallimentare.

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[..] Vi propongo un esercizio. All’inizio del prossimo anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria.

Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto tra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: “Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti … Un mese di Madame Bovary (o di Promessi sposi) e vedremo poi i risultati delle tue analisi … La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine”.

Orribile.

[..] In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo ben custodito.

[..] I guardiani del tempio decretano e denunciano, ma non fanno passare niente.

[..] Altri, per fortuna – professori, critici letterari, librai, bibliotecari – preferiscono essere dei passeur. Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.

Passeur sono i genitori che non pensano soltanto ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.

Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.

Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli … che fa della libreria il loro universo.

Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.

Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!

Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.

Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.

Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine, perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.

Passeur supremo è, infine, colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, perché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo: “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”.

 

Daniel Pennac, Una lezione d’ignoranza

https://www.astoriaedizioni.it/catalogo/daniel-pennac-una-lezione-di-ignoranza/

Capitalismo 2018. L’anno delle ricette impossibili e delle paure riemergenti

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo; 2) Gli USA. Il secondo anno di Trump: crescita apparente, debito insostenibile; 3) La UE. Il problema di sempre: non si può andare avanti, non si può tornare indietro, non si può restare fermi; 4) Le solite ricette anticrisi. Riforme fiscali opposte ed impraticabili, diseguaglianze ingovernabili, Stati senza munizioni.

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo

A) I risultati del 2017. Ripresa solida o recessione in agguato?

Nel 2017 il PIL mondiale cresce del 3,7% con punte del 6,5% (Cina), del 2,4% in USA e nella UE, mentre il Giappone si ferma all’1,8%. I primi commenti sono assai positivi, la ripresa è solida, si dice, non più fragile e modesta come si sosteneva per gli anni precedenti, eppure dopo poco il prof. Feldstein, capofila degli economisti conservatori americani, osserva che negli USA una nuova recessione è alle porte, gli fa eco il noto politologo Bremmer per cui il mondo trema ancora a 10 anni dal crac del 2008 e con lui esponenti del mondo degli affari USA. Forse la stroncatura più dura della ripresa posteriore alla crisi del 2008 la leggiamo in un giornale non certo sospettabile di anticapitalismo come “Il Corriere della sera”, con toni degni di un marxista radicale e con argomenti che chi scrive avanza dal 2005, se non dagli anni ’80 del secolo passato. Scrive Salvatore Bragantini: “La causa profonda e negletta della lunga crisi è lo spostamento di ricchezza a danno dei ceti medi che l’ha preceduta”. Raghuram Rajan, non un sovversivo né uno sprovveduto, scrisse in Fault Lines (2010) che i 2/3 di tutto il reddito addizionale, prodotto tra il 1977 ed il 2007 in USA è andato al famigerato 1%. Solo lì sono affluiti i guadagni di produttività che prima erano spartiti con i lavoratori dipendenti, via via politicamente indeboliti dalla metà degli anni ’80; essi hanno trovato nella droga del debito il sostegno di un tenore di vita inesorabilmente in calo. Parola di Ben Bernake, governatore della Banca Centrale USA al tempo del crac: “L’origine è indietro nel tempo, decenni di stagnazione dei salari, diseguaglianze …”. Altro che crisi dovuta al debito pubblico. Esso è cresciuto ovunque per attenuare le conseguenze della crisi. L’impoverimento dei ceti medi deriva dall’affermazione negli ultimi 30/40 anni di un modello di Capitalismo lontano da quello che, negli anni detti in Francia Les trente gloriesus ha spinto lo sviluppo. Da Ronald Reagan a Margaret Thatcher in poi, esso è stato sconfitto dall’idea che solo scopo delle imprese sia creare (o estrarre?) valore per l’azionista, tutto quanto lo fa va bene, anche a scapito del futuro dell’impresa. E la diseguaglianza invece di diminuire avanza dovunque, con le note conseguenze politiche”.

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