[..] Vi propongo un esercizio. All’inizio del prossimo anno scolastico, mettetevi all’ingresso di una libreria.

Noterete che la maggior parte degli studenti entra come in una farmacia. Si presentano al libraio con la famosa “lista dei libri da leggere”, come un paziente con la ricetta. Vedono il libraio sparire nel retro, con la lista in mano, e ricomparire nascosto dalla pila dei testi “indicati”. Sia detto tra parentesi, il termine “indicazione” non mi pare il più appropriato quando si parla di invito alla lettura. Sa troppo di foglietto illustrativo di una medicina: “Mi prendi tre gocce di Mallarmé (o di Pascoli) mattina e sera in un bicchiere di commenti … Un mese di Madame Bovary (o di Promessi sposi) e vedremo poi i risultati delle tue analisi … La ricerca del tempo perduto (o La coscienza di Zeno) e mi raccomando non interrompere la cura prima della fine”.

Orribile.

[..] In realtà, così come alcuni medici specialisti si interessano più alla malattia che ai malati, troppo spesso noi pedagoghi scendiamo in campo in difesa della letteratura senza preoccuparci di creare dei lettori. Ci atteggiamo a guardiani di un tempio che ci rammarichiamo di vedere ogni giorno più vuoto, compiaciuti però di saperlo ben custodito.

[..] I guardiani del tempio decretano e denunciano, ma non fanno passare niente.

[..] Altri, per fortuna – professori, critici letterari, librai, bibliotecari – preferiscono essere dei passeur. Ed è ben più di un ruolo, è un modo di essere, un comportamento. I passeur sono curiosi di tutto, leggono tutto, non si accaparrano niente e trasmettono il meglio al maggior numero di persone.

Passeur sono i genitori che non pensano soltanto ad armare i figli di letture utili a farli laureare al più presto, ma che, conoscendo il valore inestimabile della lettura in sé, sperano di farne lettori di lungo corso.

Passeur è il professore di lettere la cui lezione ti fa venire voglia di correre subito in libreria. E costui non si limita a insegnare la letteratura francese in Francia, l’italiana in Italia o la tedesca in Germania, ma apre tutte le frontiere letterarie, dà accesso all’Europa, al mondo, all’umanità e a tutte le epoche della letteratura.

Passeur è il libraio che inizia i suoi giovani clienti agli arcani della classificazione, che insegna loro a viaggiare fra generi, soggetti, autori, paesi e secoli … che fa della libreria il loro universo.

Passeur sono gli universitari che non vogliono formare soltanto dei chirurghi della letteratura, ma degli stimolatori della coscienza, degli attivatori della meraviglia.

Passeur è il bibliotecario capace di raccontare i romanzi presenti sui suoi scaffali!

Passeur è l’editore che si rifiuta di investire solo nelle collane di best seller, ma che non per questo si chiude nella torre d’avorio della letteratura sperimentale.

Passeur è il critico letterario che legge tutto, scopre e invita il giovane romanziere, il giovane drammaturgo, il nuovo poeta, o che risuscita la grande penna dimenticata anziché gongolare delle proprie raffinate stroncature.

Passeur è il lettore la cui biblioteca contiene solo pessimi romanzi o saggetti di quart’ordine, perché i libri migliori li ha prestati e nessuno glieli ha restituiti. D’altronde l’atto di leggere è per definizione un atto di antropofagia, perciò è assurdo aspettarsi che un libro prestato sia restituito.

Passeur supremo è, infine, colui che non ti chiede mai la tua opinione sul libro che hai letto, perché sa che la letteratura ha ben poco a che fare con la comunicazione. Per quanto desiderosi di trasmettere, siamo anche i guardiani del nostro tempio intimo. L’ho scritto in Come un romanzo: “L’uomo vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane e personali quanto le nostre ragioni di vivere”.

 

Daniel Pennac, Una lezione d’ignoranza

https://www.astoriaedizioni.it/catalogo/daniel-pennac-una-lezione-di-ignoranza/

Annunci

Capitalismo 2018. L’anno delle ricette impossibili e delle paure riemergenti

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo; 2) Gli USA. Il secondo anno di Trump: crescita apparente, debito insostenibile; 3) La UE. Il problema di sempre: non si può andare avanti, non si può tornare indietro, non si può restare fermi; 4) Le solite ricette anticrisi. Riforme fiscali opposte ed impraticabili, diseguaglianze ingovernabili, Stati senza munizioni.

1) Bilancio 2017: dagli squilli di tromba al terrore per il crollo prossimo venturo

A) I risultati del 2017. Ripresa solida o recessione in agguato?

Nel 2017 il PIL mondiale cresce del 3,7% con punte del 6,5% (Cina), del 2,4% in USA e nella UE, mentre il Giappone si ferma all’1,8%. I primi commenti sono assai positivi, la ripresa è solida, si dice, non più fragile e modesta come si sosteneva per gli anni precedenti, eppure dopo poco il prof. Feldstein, capofila degli economisti conservatori americani, osserva che negli USA una nuova recessione è alle porte, gli fa eco il noto politologo Bremmer per cui il mondo trema ancora a 10 anni dal crac del 2008 e con lui esponenti del mondo degli affari USA. Forse la stroncatura più dura della ripresa posteriore alla crisi del 2008 la leggiamo in un giornale non certo sospettabile di anticapitalismo come “Il Corriere della sera”, con toni degni di un marxista radicale e con argomenti che chi scrive avanza dal 2005, se non dagli anni ’80 del secolo passato. Scrive Salvatore Bragantini: “La causa profonda e negletta della lunga crisi è lo spostamento di ricchezza a danno dei ceti medi che l’ha preceduta”. Raghuram Rajan, non un sovversivo né uno sprovveduto, scrisse in Fault Lines (2010) che i 2/3 di tutto il reddito addizionale, prodotto tra il 1977 ed il 2007 in USA è andato al famigerato 1%. Solo lì sono affluiti i guadagni di produttività che prima erano spartiti con i lavoratori dipendenti, via via politicamente indeboliti dalla metà degli anni ’80; essi hanno trovato nella droga del debito il sostegno di un tenore di vita inesorabilmente in calo. Parola di Ben Bernake, governatore della Banca Centrale USA al tempo del crac: “L’origine è indietro nel tempo, decenni di stagnazione dei salari, diseguaglianze …”. Altro che crisi dovuta al debito pubblico. Esso è cresciuto ovunque per attenuare le conseguenze della crisi. L’impoverimento dei ceti medi deriva dall’affermazione negli ultimi 30/40 anni di un modello di Capitalismo lontano da quello che, negli anni detti in Francia Les trente gloriesus ha spinto lo sviluppo. Da Ronald Reagan a Margaret Thatcher in poi, esso è stato sconfitto dall’idea che solo scopo delle imprese sia creare (o estrarre?) valore per l’azionista, tutto quanto lo fa va bene, anche a scapito del futuro dell’impresa. E la diseguaglianza invece di diminuire avanza dovunque, con le note conseguenze politiche”.

Read More

Dix ans après la faillite de Lehmann Brothers, les contributions se multiplient, autour de deux questions: comment cela est-il arrivé? Est-ce que cela peut se reproduire? Mais elles sont à peu près toutes centrées sur les dérives de la finance, passées ou à venir. Le point de vue adopté ici est un peu différent, puisqu’il cherche à identifier les racines économiques des désordres mondiaux. Son fil directeur est le suivant: l’épuisement du dynamisme du capitalisme et la crise ouverte il y a dix ans conduisent à une mondialisation de plus en plus chaotique, porteuse de nouvelles crises, économiques et sociales.

Read More

La contraddizione come principio di sviluppo della teoria

[..] Dal punto di vista di un detentore le merci si presentano quindi in forma diversa, anzi opposta: la propria merce (la tela) è soltanto un valore di scambio e non d’uso, ché, altrimenti, non si sarebbe accinto ad alienarla, a cambiarla. L’altra merce (un abito), invece, è per lui soltanto un valore d’uso, un equivalente della propria merce.
Il senso dello scambio sta nella sostituzione reciproca di valore di scambio e di valore d’uso, di forma relativa e di forma di equivalente. Questa sostituzione e metamorfosi di forme economiche polari e opposte del prodotto del lavoro è la più oggettiva delle trasformazioni e ha luogo indipendentemente dalla mente del teorico.
Nella trasformazione reciproca degli opposti si realizza e si attua il valore. Lo scambio è l’unica forma possibile nella quale si manifesta la natura di valore di ognuna delle merci.
È chiaro che questa natura misteriosa può manifestarsi e mostrarsi soltanto mediante la trasformazione reciproca degli opposti, del valore di scambio e del valore d’uso, mediante la sostituzione reciproca della forma relativa e della forma di equivalente, cioè, in altri termini, soltanto grazie al fatto che una merce (la tela) si presenta come valore di scambio e l’altra (l’abito) come valore d’uso, che quella funge da forma relativa di espressione del valore e questa da suo opposto, da equivalente. Entrambe le forme non possono abbinarsi in una sola merce, in quanto allora verrebbe meno ogni necessità di scambio. Si aliena mediante lo scambio solo ciò che non rappresenta immediatamente un valore d’uso e che ha esclusivamente un valore di scambio.

Read More

Impoverimento reale e cause immaginarie. L’euro come capro espiatorio che serve a nascondere l’aumento dello sfruttamento –  Maurizio Donato

3 ottobre 2018

L’impoverimento assoluto e relativo di chi vive e lavora in Italia è un fenomeno reale, evidenziabile da numerosi indicatori relativi alla dinamica del reddito pro-capite, dei salari nominali, dei salari reali in riferimento alla produttività del lavoro, della quota del lavoro sul PIL. Non emergono, al contrario, evidenze empiriche che possano mettere tali dinamiche in rapporto all’introduzione dell’euro, dal momento che la compressione dei redditi da lavoro è cominciata molto tempo prima del 1999.

Il reddito pro-capite è uno degli indicatori economici più semplici da interpretare per consentirci di rispondere a questa domanda: da quando il reddito pro-capite in Italia cresce di meno? La risposta è semplice: dalla fine degli anni ’60. Non da pochi anni, ma da molto tempo, anche se non ce ne accorgevamo, o almeno non tutti, per ragioni diverse. Ci sono stati e ci sono ancora cicli, ossia periodi brevi, di cinque, sei o sette anni in cui il reddito pro-capite cresce un poco di più e altri in cui cresce di meno, ma esiste un trend, una tendenza di lungo periodo, rappresentata nella fig. 1 da quella semiretta a pendenza negativa che attraversa tutti i cicli e che sta a significare che, al di là delle oscillazioni di breve periodo, che sono certamente importanti e sono quelle che le persone notano e ricordano di più proprio perché influenzano la nostra memoria a breve termine, il reddito pro-capite di chi vive in Italia aumenta sempre meno da quasi 60 anni, e dunque per ragioni che non hanno e non possono avere niente a fare con l’euro. Tuttavia, nonostante si tratti di un indicatore importante, il reddito pro-capite soffre – come molte altre variabili economiche – di un ‘difetto’: trattandosi di una media, ha un significato statisticamente significativo solo se le differenze dalla media, le ‘diseguaglianze’, sono piccole, altrimenti conviene utilizzare aggregazioni diverse, rispetto alle quali le diseguaglianze – pur presenti – sono meno significative.

Read More

The premise and promise of capitalism, going back to Adam Smith, have been that global wealth would increase and serve as a benefit to all of humanity. However, the experience of recent decades has challenged those claims: while global wealth has indeed grown, most of the increase has been captured by a small group at the top.

This has continued into the “recovery” in the United States and globally.

The result is that an obscenely unequal distribution of the world’s wealth has become even more unequal. Those in the small group at the top have long been able to put distance between themselves and everyone else precisely because they’ve been able to capture the surplus and then convert their share of the surplus into ownership of wealth. And the returns on their wealth allow them to capture even more of the surplus produced within global capitalism.

This is accompanied by growing income inequality. However, although people are aware of inequality, they are typically unaware of its real extent, and mainstream economics and the popular press contribute to this situation, which in turn leads to the reproduction of the system that produces ever -more- grotesque levels of inequality.

Both class and ideology underpin this worsening situation.

The tiny group at the top, both nationally and globally, have both an interest and the means to maintain the economic and social rules and institutions that allow them to capture the surplus, and thus create more distance between themselves and everyone else. Meantime, mainstream economic and political discourses, inside and outside the academy, tend to ignore the class conditions and consequences of inequality – and to undermine the possibility of a real debate about the kinds of changes that are necessary to give the majority of people a say in how the surplus is utilized.

Read More

Mercoledì 19 settembre (10.30 – 12.30): Introduzione e presentazione del corso

  • Il capitalismo come modo di produzione; individui storicamente determinati
  • Variabili e funzioni; i grafici; le equazioni

Prima parte: scambi, valore, lavoro, produzione

  • La merce. Sostanza di valore, grandezza di valore, forma di valore (giovedì 20 e venerdì 21 settembre, 8.30 – 10.30)
  • Il processo di scambio (26, 27 e 28 settembre)
  • Il denaro, ossia la circolazione delle merci (3, 4 e 5 ottobre)
  • La trasformazione del denaro in capitale: formula generale, contraddizioni, compera e vendita della forza-lavoro (10, 11 e 12 ottobre)

 .. settimana di interruzione del corso [da recuperare] ..

  • La retta; le funzioni non lineari; come si calcolano le variazioni; variazioni percentuali ed elasticità. [Piergallini, Rodano, 2018]
  • La funzione esponenziale (P-R, pag.23); la funzione logaritmica (P-R, 24-26)
  • La funzione di produzione neoclassica (Felli, pag. 45-46)
  • riepilogo della I parte del corso

 

.. prova intermedia ..