La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi o i risultati. In una guerra senza quartiere, le risorse vengono spese senza alcuna prudenza. La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo.”

Trattare una malattia come fosse una guerra ci rende ubbidienti, docili e, in prospettiva, vittime designate. I malati diventano le inevitabili perdite civili di un conflitto e vengono disumanizzate appena, per usare le parole di Sontag, “perdono il loro diritto di cittadinanza da sani per prendere il loro oneroso passaporto da malati”. Alla metafora della guerra Sontag sostituisce quella della cittadinanza:

Appena nasciamo abbiamo una doppia cittadinanza, nel regno dei sani e nel regno dei malati. Sebbene tutti preferiremmo usare sempre il passaporto buono, presto o tardi saremo obbligati, anche se per breve tempo, a identificarci come cittadini di quell’altro posto.”

(Non) siamo in guerra

 

1st World Taijiquan Championships (Chen Style) – Haoying DU

The decision of the European Committee of Social Rights on the merits of the complaint Confederazione Generale Italiana del Lavoro (CGIL) v. Italy (No. 158/2017) became public on 11 February 2020.

In its complaint CGIL alleged that the provisions contained in Articles 3, 4, 9 and 10 of Legislative Decree No. 23 of 4 March 2015 violate Article 24 (the right to protection in cases of termination of employment) of the revised European Social Charter as, in cases of unlawful dismissal in the private sector, they provide for compensation that has a ceiling, which may preclude the courts from assessing and fully compensating losses suffered by the worker as a result of the dismissal.

The European Committee of Social Rights adopted its decision on the merits on 11 September 2019. The Committee concluded by 11 votes to 3, that there was a violation of Article 24 of the Charter.

In its decision, the Committee considered that neither the alternative legal remedies offering victims of unlawful dismissal the possibility of compensation exceeding the upper limit set by the law in force nor the conciliation mechanism, as laid down in the provisions at stake, make it possible in all cases of dismissal without valid reason to obtain appropriate redress proportionate to the damage suffered and apt to discourage employers from resorting to unlawful dismissal.

https://hudoc.esc.coe.int/fre/#{%22ESCDcIdentifier%22:[%22cc-158-2017-dmerits-en%22]}

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A few hours after the publication of the OXFAM Report, some diligent deniers questioned the evidence of the historical trend of increasing inequalities, stating that the data behind the report, a research published a few months ago by Crédit Suisse, the Global Wealth Report 2019, were of different sign.

“The bottom half of wealth holders collectively accounted for less than 1% of total global wealth in mid-2019, while the richest 10% own 82% of global wealth and the top 1% alone own 45%. [..]While advances by emerging markets continued to narrow the gaps between countries, inequality within countries grew as economies recovered after the global financial crisis. As a result, the top 1% of wealth holders increased their share of world wealth”. (p. 2)

[..] “the top tier of high net worth (HNW) individuals (i.e. USD millionaires) remains relatively small in size – 0.9% of all adults in 2019 – but increasingly dominant in terms of total wealth ownership and their share of global wealth. The aggregate wealth of HNW adults has grown nearly four-fold from USD 39.6 trillion in 2000 to USD 158.3 trillion in 2019, and the share of global wealth has risen from 34% to 44% over the same period”. (p. 9-10)

“There is no doubt that the level of wealth inequality is high, both within countries and for the world as a whole. For example, the bottom half of adults account for less than 1% of total global wealth in mid-2019, while the richest decile (top 10% of adults) possesses 82% of global wealth and the top percentile alone owns nearly half (45%) of all household assets. [..]it is too early to say that wealth inequality is now in a downward phase” [..] (p. 13)

source: https://www.credit-suisse.com/about-us/en/reports-research/global-wealth-report.html

 

Economic inequality is out of control.

In 2019, the world’s billionaires, only 2,153 people, had more wealth than 4.6 billion people. The richest 22 men in the world own more wealth than all the women in Africa. These extremes of wealth exist alongside great poverty. New World Bank estimates show that almost half of the world’s population lives on less than $5.50 a day, and the rate of poverty reduction has halved since 2013.
This great divide is based on a flawed and sexist economic system.

This broken economic model has accumulated vast wealth and power into the hands of a rich few, in part by exploiting the labour of women and girls, and systematically violating their rights.

At the top of the global economy a small elite are unimaginably rich. Their wealth grows
exponentially over time, with little effort, and regardless of whether they add value to society.

Meanwhile, at the bottom of the economy, women and girls, especially women and girls
living in poverty and from marginalized groups, are putting in 12.5 billion hours every day of care work for free, and countless more for poverty wages. Their work is essential to our communities. It underpins thriving families and a healthy and productive workforce. Oxfam has calculated that this work adds value to the economy of at least $10.8 trillion.

This figure, while huge, is an underestimate, and the true figure is far higher. Yet most of
the financial benefits accrue to the richest, the majority of whom are men. This unjust system exploits and marginalizes the poorest women and girls, while increasing the wealth and power of a rich elite.

Without decisive action things will get far worse.

Ageing populations, cuts in public spending, and climate change threaten to further exacerbate gender and economic inequality and to fuel a spiralling crisis for care and carers. While the rich and powerful elite may be able to buy their way out of facing the worst of these crises, the poor and powerless will not.

Governments must take bold and decisive action to build a new, human economy, that will deliver for everyone rather than a rich few, and that values care and wellbeing above profit and wealth.

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Perché non siamo su Facebook (e due parole sui social in genere)

Ce l’hanno chiesto uno sbrozzo di volte: – Ma perché Facebook no?

Oggi, a fine 2019, Facebook sembra già nella sua fase discendente: da tempo non è più on the cutting edge, anzi, è un network per attempati, che ha falle sempre più evidenti ed è sottoposto a critiche e a un severo pubblico scrutinio. Ma era ancora nella sua fase «wow!» quando dicemmo che non volevamo starci dentro. Da allora lo abbiamo sempre ribadito, esprimendoci anche ruvidamente su certi utilizzi ambigui o poco meditati del nostro nome in quella cornice. Però è vero che questa scelta l’abbiamo spiegata solo a spizzichi e bocconi, in commenti occasionali, e non ci torniamo sopra da tempo. Se non ora, quando?

Pure qui c’entra la nostra contrainte sull’immagine pubblica, o per dirla meno da sboroni: il nostro stile. Ma si capisce bene solo se prima districhiamo alcuni nodi.

Non tutte le critiche ai social sono uguali

Sgombriamo il campo da un equivoco. Esiste una critica ai social elitaria, da scureggioni, tipica dei gatekeeper di una sedicente «sinistra» – su tutti, gli opinionisti fissi di Repubblica. Son quelli che disprezzano il popolo bue,  fan le battutine contro il suffragio universale, elogiano acriticamente Burioni che «blasta» gli ignoranti, tifano per il principio d’autorità contro la libertà di parola e si atteggiano a proprietari dell’Illuminismo, ottenuto per usucapione.

Jacques Rancière, L'odio per la democraziaCostoro criticano i social media in modo generico e superficiale, perché per loro il problema è uno solo: che permettono di esprimersi a troppa gente. “Problema” che si dovrebbe affrontare con più leggi, controlli, mordacchie, patentini ecc.

Questa roba ci ha sempre fatto cagare. Per dirla con Jacques Rancière, non è altro che «odio per la democrazia», ostilità verso «le forme di interazione sociale che provocano una moltiplicazione delle aspirazioni e delle richieste». È disprezzo per la molteplicità, espresso in nome di una “democrazia” tutta formale, che all’osso si riduce alla «governabilità» ed è di fatto oligarchia.

Una “critica” del genere ai social media è per noi inservibile, incompatibile con tutto ciò che siamo e facciamo. Togliamola dunque dal quadro, e proviamo ad andare nello specifico.

La promessa dei social media e la realtà di fatto

C’è, a monte, un equivoco sull’espressione stessa «social media». Soprattutto quando è traslata nel contesto italiano, suona al tempo stesso generica e sbagliata:
■ generica, perché tutti i media sono sociali: stanno nella società, riguardano la società, si rivolgono alla società;
■ sbagliata, perché qui “social” ha soprattutto l’accezione 2c del Merriam-Webster: «of, relating to, or designed for sociability», che a sua volta è una condizione «marked by or conducive to friendliness or pleasant social relations».
L’espressione «social media», dunque, significa più o meno «mezzi di comunicazione finalizzati allo stare in balotta presi bene». Il nome è già uno slogan e una promessa: se bazzichi questo posto ti godrai amicizie e relazioni piacevoli.

Ma allora, se guardiamo i social media più diffusi, viene da chiedersi: che funzione hanno le inimicizie, le relazioni tossiche, gli scambi con persone sgodevoli? Perché così tante balotte di «amici» sono branchi di bestie feroci e così tanta gente è inequivocabilmente presa male?

Eh, perché visto il momento storico e il modello di business, è lì che si va a parare.

Momento storico: siamo nel capitalismo, e dentro una crisi mondiale. Moltissime persone fanno una vita di merda, motivi per esser presi male ce n’hanno a gogò, e presto o tardi sui social sclerano.

Modello di business: per i social commerciali, quegli scleri sono oro. *

Ma forse ci vuole una metafora più precisa: sui social, e marcatamente su Facebook, le relazioni sono al tempo stesso il suolo da scavare e la materia prima da tirar fuori e valorizzare. Anche questa è una forma di estrattivismo: tutto quel che accade su Facebook deriva dalla necessità di trivellare, estrarre e vendere le vite della gente. La macchina di Zuckerberg ha cominciato in modo loffio, poi si è caricata la molla, e adesso il fracking è roba da ridere al confronto.

Ne abbiamo scritto, come suol dirsi, «in tempi non sospetti»: nel 2011 un nostro post sul «feticismo della merce digitale» e sullo sfruttamento di pluslavoro nelle interazioni sui social causò anche reazioni brusche e risentite, oppure sarcastiche e passivo-aggressive.

Ieri e oggi: la crisi del feticismo della merce digitale

Nel 2011 si era ancora in luna di miele col web «2.0», c’era il mito della Silicon Valley e i tecnoentusiasti si dividevano in tre categorie:
■ una minoranza di sognatori in ritardo, convinti che la rete fosse ancora quella dei tempi “eroici” e dell’«etica hacker», e se la criticavi eri un «apocalittico»;
■ un’altra minoranza, composta di startuppari e apologeti dello startuppismo, che se criticavi la Santa Rete gli rovinavi il potenziale business (gente che poi s’è vista sfilare alla Leopolda);
■ una grande maggioranza di inconsapevoli, vasta massa di neofiti che arrivava in rete grazie a Facebook e usava le tecnologie digitali senza porsi chissà quali questioni.

Facebook si vende i miei dati? E che c’è di male? Il controllo? Controllo di cosa? La privacy? Ma perché, hai qualcosa da nascondere? Io no! Male non fare, paura non avere, ecc. ecc.

Apple? Qualunque cosa col logo del pomo sgagnato era una figata assoluta. Steve Jobs era foolish e hungry, al posto dei tarzanelli aveva smeraldi, e gli iPhone li portava la cicogna. C’era gente che faceva la fila dal giorno prima per l’inaugurazione di un nuovo Apple Store. Si videro dipendenti di Apple Store fare i cori come ultrà dell’azienda, e perfino danzare per il padrone.

Lipperini e Arduino, Morti di famaAmazon? Era considerato una specie di “gigante buono”. Di più, una speranza di salvezza: la salvezza nella «disintermediazione»… contro il potere (!). Ad esempio, giravano un sacco di ciozze su quanto fosse facile tirar su della pilla autopubblicandosi, grazie a Sant’Amazon, protettore degli scrittori marginalizzati dai potenti editori kattivi. Per una disamina di questo mito, amara e divertente al tempo stesso, cfr. Giovanni Arduino e Loredana Lipperini, Morti di fama. Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web (Corbaccio, Milano 2013).

Quanto alla galassia Google, era ancora associata al suo slogan acchiappagonzi, «Don’t be evil», in seguito caduto in disuso.

Otto anni dopo, gli sconquassi causati dalla crescita fuori controllo delle suddette megacorporation, e i pericoli che il loro strapotere ci fa correre, sono tra i temi più dibattuti e all’ordine del giorno.

Lo scandalo Cambridge Analytica, da un lato, e la funzione avuta da Facebook nell’amplificare la propaganda delle estreme destre e dei white supremacists, dall’altro, hanno acceso i fanali della critica su quella che Sacha Baron Cohen ha definito «la più grande macchina di propaganda del pianeta». Su entrambi i temi, quello del traffico e uso politico di dati sensibili e quello delle leggende d’odio, Mark Zuckerberg ha ormai collezionato svariate figuracce. Il 23 ottobre scorso, durante un’audizione al Congresso USA, è stato più volte colto in fallo e ridotto al balbettio dalle precise domande di Alexandria Ocasio-Cortez.

Proprio Ocasio-Cortez, pochi mesi prima, era stata attaccata dalle destre per aver detto che l’algoritmo di Facebook (e non solo il suo) opera secondo criteri razzisti, cosa confermata da diverse ricerche.

Nel mentre, Facebook è anche accusato di seguire a menadito le indicazioni del regime di Erdoğan, oscurando le pagine delle organizzazioni curde, sospendendo o bloccando chiunque critichi la repressione in Turchia, la politica estera turca, l’invasione della Siria del Nord ecc. Perfetto il sunto di Simone Pieranni: «Facebook si comporta come uno Stato e come tale decide di stringere accordi o meno con altri Stati e soprattutto decide cosa sia informazione e cosa no.»

Rientra nel «comportarsi come uno stato» – o come un impero – anche la velleità di emettere una propria moneta, la Libra, progetto che Zuckerberg ha annunciato in pompa magna nel giugno scorso, ma che ha subito incontrato forti opposizioni.

E Apple? Dopo le ondate di suicidi tra gli operai Foxconn, le rivelazioni sullo sfruttamento di lavoro minorile alla Pegatron, la sistematica elusione fiscale e svariate altre cosette, l’immagine della mela morsicata sembra aver perso un po’ del suo glamour.

Quanto ad Amazon, gran bella «disintermediazione» si è fatta, stendendo il tappeto rosso al più grande, invadente e prevaricante intermediario di sempre, un soggetto che tende al monopolio nella distribuzione e nella vendita di pressoché tutto. Jeff Bezos è il fantastiliardario più ricco di sempre… ma il problema erano gli editori italiani. Andè ban a fèr dal pugnatt…

Nel 2011 gli scioperi e le mobilitazioni contro Amazon erano agli albori, anzi, erano barlumi antelucani. Il nostro post era quasi un unicum, suonava strano. Oggi il quadro è radicalmente mutato: le inchieste su come Amazon sfrutta la manodopera e cerca di impedirne la sindacalizzazione sono fioccate in molti paesi, e i lavoratori Amazon hanno organizzato scioperi e blocchi transnazionali. Nel mentre, una dura opposizione dal basso ha impedito al colosso di aprire a New York il proprio secondo quartier generale. Ancora: si è scoperto che Amazon finanzia negazionisti climatici, e anche (non solo) per questo sta diventando uno dei più grossi bersagli del nuovo attivismo sul clima. Ad esempio, pochi giorni fa Fridays For Future ha bloccato la sede di Milano.

Infine, Google. La corporation è stata criticata per via della sistematica elusione fiscale, tanto che in vari paesi le leggi contro l’elusione fiscale sono chiamate «Google Tax»; è stata accusata di collaborare a spionaggi e censure di stato in giro per il mondo, e il progetto di un motore di ricerca fatto su misura per le esigenze del regime cinese ha causato conflitti interni e dimissioni; nel novembre 2018 i dipendenti Google hanno inscenato una protesta mondiale contro le molestie sessuali che pare abbondino nella ditta e siano tollerate dai vertici. Ma le critiche più dure sono state rivolte a YouTube. Il quale, anche se tendiamo a scordarcene, è un social network a tutti gli effetti, ed è parte della galassia Google.

L’algoritmo di YouTube che suggerisce quali video guardare ha favorito le più deliranti teorie del complotto, i contenuti razzisti e le bufale di estrema destra. Senza gli incentivi (e la condiscendenza) di YouTube, un fenomeno come QAnon non sarebbe mai cresciuto. YouTube è l’ingresso più visibile al condotto fognario che può portare un comune utente a diventare fascista [the normie to fascist pipeline]. A questo proposito, consigliamo l’inchiesta del New York Times «The Making of a YouTube Radical».

Questa situazione è ormai acclarata e ammessa dalla compagnia stessa, che ha più volte annunciato interventi, correzioni dell’algoritmo e quant’altro, finora senza risultati visibili.

Facebook, gamification e azzardopatia

Tornando al 2009, Twitter all’inizio non era nemmeno considerato un social: era ancora visto, e vedeva se stesso, come una piattaforma incentrata sul «microblogging». Quanto a Instagram, Snapchat e TikTok, non esistevano nemmeno.
Facebook, invece, era già, è stato fin da subito il social medium per eccellenza. E per noi puzzava. Fin da subito ci è parso di sentire una gran landra, e ce ne siamo tenuti alla larga.

Maria Maddalena Mapelli, Per una genealogia del virtualeNell’estate 2010 leggemmo un saggio “seminale” di Maria Maddalena Mapelli, apparso sulla rivista Aut Aut e poi su Carmilla, e di lì a poco espanso in libro col titolo Per una genealogia del virtuale. Dallo specchio a Facebook (Mimesis, Milano 2010). Mapelli definiva Facebook un dispositivo «omologante e persuasivo»:

«persuasivo, nel senso che induce comportamenti automatici e prevedibili (ci vuole, appunto, tutti veri e social) e al tempo stesso omologante, nel senso che induce, in noi utenti, assetti identitari, modalità di interazione e di narrazione, regimi di visibilità che ci rendono seriali e simili»

Fin dai suoi primi passi, con l’ingiunzione all’uso del nome vero – che nella storia della rete fu una svolta radicale: prima «nessuno sapeva che eri un cane» – e al metterci la faccia, Facebook ha dimostrato di volerci «veri e reali in quanto individui»:

«Facebook induce processi di soggettivazione individualizzanti: induce una visione monolitica e coesa dell’identità, vietandoci in modo esplicito di giocare con riposizionamenti creativi del Sé. Questo aspetto del dispositivo […] potenzia enormemente l’effetto di somiglianza al reale del nostro alter ego digitale: così come noi siamo indotti a dare di noi stessi un’immagine “vera“, assegniamo anche agli altri “avatar”, agli alter ego digitali dei nostri “amici”, una consistenza che in altri luoghi della rete non possiede la stessa forza persuasiva.»

Quanto all’omologazione, all’epoca si poteva pensare che Mapelli esagerasse, ma la cosa è diventata sempre più evidente. Su Facebook si finisce per comunicare quasi tutti allo stesso modo, per seguire gli stessi schemi e percorsi, per reagire agli stessi stimoli standardizzati secondo gli stessi pattern.

Come, scusa? Socc’mel, ancora con ‘sta storia? Che due maroni… No, non è vero che «ogni tecnologia dipende da come la usi». È una frasetta fuorviante.

«Dipende da come la usi» presuppone un’idea di tecnologia neutra, un mero utensile che in mano mia diventa, o può diventare, proiezione diretta della mia volontà. Non funziona così. Ogni tecnologia ha inscritta in sé una logica di fondo che stabilisce come usarla. Anche la tecnologia più semplice funziona in base a un algoritmo, cioè una sequenza di istruzioni per compiere un’operazione definita. L’algoritmo inscritto nel crick è il modo giusto di usarlo per cambiare una ruota. Prova a fare lo stesso con uno stick di burro cacao e vediamo quanto vai lontano. Prova a usare una lametta per pulirti il culo. Prova a dire che il gas nervino dipende da come lo usi.

In questo caso, la tecnologia di cui parliamo è una complessa infrastruttura planetaria di comunicazione, progettata e continuamente weaponizzata, acuminata per pungolare in ogni modo scambi e interazioni tra persone, e trasformare quegli scambi e quelle relazioni in merce. E non è la «mercificazione» in senso figurato di cui parlava la teoria critica del Novecento (francofortese, situazionista, pasoliniana ecc.): no, quelle relazioni diventano big data da vendere, dunque letteralmente merce.

Se parliamo di una tecnologia del genere, è veramente ingenuo pensare che il singolo individuo abbia chissà quale margine di scelta sugli utilizzi, o chissà quale spazio di manovra per fare hacking del mezzo.

Tanto più se il pungolo e l’estrazione di valore avvengono mediante un crescente processo di gamification, molto simile a quello che si usa per il videogioco d’azzardo, dalla programmazione delle slot machine ai siti di scommesse passando per il poker on line. Una slot machine non «dipende da come la usi»: la usi come l’hanno programmata, punto. E l’hanno programmata per indurre a una dipendenza comportamentale: l’azzardopatia (siamo d’accordo con chi invita a non chiamarla «ludopatia»).

Anche qui, la traslazione dall’inglese fa perdere informazione. «Game» nel senso di partita, gara, competizione (anche solo con se stessi); gamification significa aggiungere a un’attività, a un’interazione tra persone, a un ambiente comunicativo punteggi, record, premi, «ricompense variabili», livelli da superare, a volte punizioni da evitare, il tutto per rendere l’esperienza addictive.

Un’importante riflessione sulla gamification si trova nel libro del gruppo di ricerca Ippolita Tecnologie del dominio (Meltemi, 2017). Elaborazione poi riproposta, in una cornice più ibrida e narrativa, nel libro di Agnese TrocchiCIRCE Internet, Mon Amour (2019). In entrambi i testi si trova un vademecum su come capire se un contesto è gamificato. Considerato l’elenco di caratteristiche, Facebook le ha tutte. Citiamo da Tecnologie del dominio, pag. 111:

«Come accade in molti videogiochi, [1] l’occhio è sovrastimolato al punto che l’utente-giocatore non sente quando viene chiamato o persino toccato; può camminare per strada e non accorgersi di un pericolo […] perché immerso nella procedura gamificata; [2] tende a collegarsi sempre più spesso alla piattaforma che eroga le sessioni di gioco; [3] ripete azioni semplici in maniera meccanica (like, post, scorrere lo schermo, ecc.); [4] è orientato da cifre che misurano le sue attività (numero di notifiche, di post, di like, ecc.). [5] Le regole del gioco cambiano in base alla volontà sovrana della piattaforma […] [6] L’entrata e uscita nello spazio gamificato non è marcata in maniera significativa, perché il login e il logout è automatizzato e può essere effettuato in qualsiasi momento e luogo.»

 

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Third of foreign investment is multinationals dodging tax

Study into global FDI finds 40% of flows used as vehicle for financial engineering

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A large proportion of the world’s stock of foreign direct investment is “phantom” capital, designed to minimise companies’ tax liabilities rather than financing productive activity, according to research. Nearly 40 per cent of worldwide FDI — worth a total of $15tn — “passes through empty corporate shells” with “no real business activities”, the study by the IMF and the University of Copenhagen found. Instead they are a vehicle for financial engineering, “often to minimise multinationals’ global tax bill”, said researchers Jannick Damgaard, Thomas Elkjaer, and Niels Johannesen, who carried out the study.

The findings come at a time when governments are trying to clamp down on multinational corporate tax avoidance. Tax reform features high among the priorities of the G7 group of countries. Recent unilateral moves by France to tax global tech groups operating in the country have increased the pressure on other G7 members to reach an agreement. The OECD has been charged with identifying globally acceptable solutions by next year.

  Nearly half of the phantom FDI the researchers identified was in Luxembourg and the Netherlands. Other countries in which less than half of FDI is “genuine” included Malta, Ireland, Switzerland and a number of British overseas territories and crown dependencies, according to the study’s authors.

Brad Setser, an international economist at the Council on Foreign Relations in New York, said the study showed that “these structures — phantom companies or phantom investments — are optimised for minimising firms’ global tax”. “Apple does not produce its iPhones in Ireland, nor does Apple design them or develop the majority of its operating system in Ireland [but] one of the most valuable US foreign direct investments now is Apple’s ownership stake in Apple Ireland,” Mr Setser said.

Nearly two-thirds of Ireland’s inward investment is “phantom”, the IMF study found. Despite recent international efforts to prevent companies from shifting profits internationally for tax purposes, the study showed that phantom capital was growing as a share of overall FDI. As late as 2010, phantom FDI made up 31 per cent of the total FDI stock; by 2017 it had reached 38 per cent. Behind the global number, countries differ widely. The UK’s share of phantom inward FDI jumped from just 3 per cent in 2009 to 18 per cent in 2017, the estimates show. In Belgium and Sweden, the share fell from about 30 per cent to single digits in the same period.

Alex Cobham, head of the Tax Justice Network, a campaigning organisation, said efforts to reduce “profit-shifting” to low-tax jurisdictions earlier in the decade because of “fiscal and political pressures after the crisis” had, perversely, led to even “more aggressive avoidance behaviour”. “Profit shifting has gone from a marginal feature of the global economy to a systemic feature,” he said. “This is just the way of doing business now.” But the current reform effort is promising, he added. It will “allocate some share of profit according to where real activity takes place, and that has to be the answer, the systemic response this systemic problem requires”.

https://www.ft.com/content/37aa9d06-d0c8-11e9-99a4-b5ded7a7fe3f

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If you want to understand the brutality of American capitalism, you have to start on the plantation (Matthew Desmond)

In August of 1619, a ship appeared on this horizon, near Point Comfort, a coastal port in the British colony of Virginia. It carried more than 20 enslaved Africans, who were sold to the colonists. No aspect of the country that would be formed here has been untouched by the years of slavery that followed. On the 400th anniversary of this fateful moment, it is finally time to tell our story truthfully.

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“Finora, per calcolare l’elusione delle big company, si era utilizzato un sistema indiretto, che intercettava il 17% dei profitti volati all’estero.” – spiega Gabriel Zucman a L’Espresso (n° 28, anno LXV, 7 luglio 2019, pag. 51) – Ora invece, incrociando le cifre delle controllate estere con altri dati, come le bilance dei pagamenti tra nazioni, il prodotto interno lordo e i volumi d’affari delle grandi società, siamo in grado di controllare il profit shifting complessivo, cioè il totale dei profitti spostati in paesi a bassa tassazione”. L’ammontare a livello mondiale – afferma Zucman nell’intervista a Gloria Riva – è enorme: 616 miliardi di dollari, pari a circa 550 miliardi di euro, una cifra immensa anche rispetto agli utili globali. I profitti realizzati dalle multinazionali attraverso le controllate estere ammontano infatti a 1.700 miliardi di dollari. “Stimiamo che il 40% del totale finisca ogni anno nei paradisi fiscali”. Come? Read More

La prima causa strutturale delle migrazioni internazionali
odierne, sempre più dirette da Sud verso Nord
(e da Est verso Ovest, specie in Europa), è  costituita
dalle disuguaglianze di sviluppo generate dal
colonialismo storico – che è stato il versante extra-europeo
del processo di formazione del modo di produzione
capitalistico alla scala globale.
Non se ne parla mai, ma la ricerca storica meno malata
di eurocentrismo ha ormai assodato che fino alla
fine del 1400 (ed oltre) i livelli di sviluppo materiale
raggiunti nei diversi continenti sono stati sostanzialmente
comparabili. In ogni caso le disparità esistenti
a quel tempo non avevano nulla a che vedere con le
odierne disuguaglianze di sviluppo, raffigurate alcuni
anni fa dall’Onu con una coppa rovesciata. E questo
senza eccezioni, se è vero, come attesta Joseph Ki-
Zerbo, che “fino al XVI secolo l’Africa [nera] poteva
validamente paragonarsi agli altri continenti. Poi è intervenuta
una frattura che si è andata progressivamente
allargando”, per effetto della tratta degli schiavi e
delle aggressioni e spartizioni coloniali.

La stessa cosa si può dire per il mondo arabo che aveva conosciuto
già il suo apogeo nei secoli precedenti (“il momento
islamico della storia del mondo”), quando era riuscito
a raccogliere e sintetizzare le conoscenze acquisite
dagli antichi romani, dai greci, dagli egiziani, dai bizantini,
dai cinesi, dagli indiani, spingendosi molto in
profondità dentro l’Asia.

Se all’inizio del 1500 un’area
continentale era in uno stadio più avanzato delle
altre, questa era l’Asia dell’impero moghul in India e
della dinastia Ming in Cina, e lo sarebbe rimasta fino
al primo ventennio del 1800.
La frattura storica, la “grande divergenza” tra l’Europa
e i continenti “di colore” ha iniziato a determinarsi
a partire proprio dall’assalto europeo alle Americhe
(data-simbolo il 1492, primo viaggio dell’avido mercante
di schiavi genovese Cristoforo Colombo nelle
Indie occidentali), si è approfondita nei secoli
seguenti attraverso il saccheggio delle
Americhe, la tratta degli schiavi africani, la
colonizzazione del Golfo Persico, l’assalto
all’Asia, la spartizione e l’occupazione
dell’Africa, e ha messo capo ad una divisione
internazionale del lavoro che ha visto le
metropoli europee sfruttare e opprimere per
secoli le colonie e le semi-colonie. Una divisione
internazionale del lavoro messa in
discussione esclusivamente da un possente
movimento anti-coloniale, ma che ha tuttora
un grande peso nella determinazione delle
migrazioni mondiali.

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Il fallimento delle strategie finora adottate per stimolare una crescita economica da tempo anemica alimenta il dibattito sui princìpi teorici alla base delle interpretazioni della crisi ancora prevalenti. Se si considera la diminuzione della profittabilità media degli investimenti come il punto di partenza dell’analisi, occorre considerare le principali controtendenze che si sono rivelate nel tempo le più adatte a far ripartire – almeno temporaneamente – il processo di accumulazione; tra queste le principali sono: l’aumento dello sfruttamento del lavoro, l’esportazione di capitale all’estero, la svalutazione del capitale. Questo saggio si propone di indagare la dinamica della svalutazione distinguendo la svalorizzazione (deprezzamento) del capitale in quanto valore dalla sua distruzione in senso fisico (materiale).

The failure of the strategies so far adopted to stimulate an anemic economic growth fueled the debate on the theoretical principles underlying the prevailing crisis interpretations. Considering the decline in average investment profitability as the starting point of the analysis, it is necessary to consider the main counter-tendencies that have proved to be the most appropriate to re-boost – at least temporarily – the process of capital accumulation: among them, the main ones are: the increased labor exploitation, the foreign direct investments, the devaluation of capital. This essay aims to investigate the dynamics of devaluation by distinguishing the devaluation (depreciation) of capital as a value from its destruction in the physical (material) sense.
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